Willie Peyote – Intervista

Data: 27 ottobre 2017 |

Willie Peyote – Intervista

Willie Peyote: dopo Educazione Sabauda, la Sindrome di Tôret

Dopo il successo di Educazione Sabauda, Willie Peyote torna con il suo nuovo album che come titolo ci ricorda il gioco di parole che vuole ricordarci la sindrome di Tourette. Abbiamo colto l’occasione per intervistarlo e scoprire com’è strutturato il suo concept album.

- È passato più di un anno dall’uscita di Educazione Sabauda, che pare una citazione ad Educazione Siberiana, e adesso è uscito Sindrome di Tôret che mi sembra un gioco di parole con ”Sindrome di Tourette”. È fatto di proposito? Da cosa nasce il titolo dei tuoi dischi?

Sì, hai colto esattamente e citazioni dei due album. È tutto fatto di proposito, solo che io non essendo siberiano, ma torinese, ho preferito parlare della mia educazione. Nell’ultimo disco ho utilizzato la sindrome di Tourette, modificando il nome, per raccontare la difficoltà e la libertà di esprimersi che ogni persona vive ogni giorno.

- Com’è nata l’amicizia con Dutch Nazari e soprattutto com’è nata una collaborazione con lui? Qual era l’idea di base del pezzo?

Io e Dutch ci siamo conosciuti 4 anni fa e già allora avevamo deciso di fare un pezzo insieme per la stima reciproca. Ci siamo frequentati per diverso tempo e ora lui si è trasferito a Torino, quindi è anche più facile vederci spesso. Siamo fratelli, condividiamo molte cose anche della nostra vita quotiamo. Il pezzo è nato dalla mia penna, dalla mia testa, io semplicemente gli ho dato libertà di scegliere il brano che lo metteva più a suo agio. Volevo proporgli qualcosa di diverso dal solito, rispetto al suo stile.

– Nel brano, in un verso viene citato il ”mito della razza” che potrebbe essere un’ottima trasposizione della situazione attuale verso l’immigrazione.

Sinceramente, non l’ho mai capito. Questa frase è di Dutch, io scrivo i miei versi, lui i suoi. Non saprei dirti a cosa si riferisce. Dovresti chiederlo a lui.

– Questo album è ricco di partecipazioni di altri artisti, come Roy Paci, Dutch Nazari o Jolly Mare, anche appartenenti a “mondi” e stili molto diversi tra di loro: come li hai scelti? E soprattutto cos’hanno dato in più al tuo album?

Cerco sempre di collaborare con persone che hanno modi diversi di vedere e di pensare la musica per dare qualcosa in più al mio lavoro, per arricchirlo. Cerco persone che arrivano da un ambiente diverso dal mio e che so che con la loro mente cambieranno l’idea del brano. Io e Roy Paci ci siamo conosciuti tempo fa e avendo registrato il disco da lui, nel suo studio, una collaborazione è nata spontaneamente. Jolly Mare, invece, ci piaceva molto, così come ci piaceva il suo disco e volevamo averlo nel team anche perché, per quanto il suo sia un altro genere rispetto al mio, sentiamo il suo suono molto vicino. Anche lui era in studio da Roy Paci, e oltre al feat. ha collaborato su molte tracce.

- Ho sempre apprezzato il fatto che le tue canzoni non parlano quasi mai di amore ma bensì temi come il razzismo, politica e contesti sociali. Come mai hai scelto questi temi? Io, da grande appassionata della tua musica, l’ho presa come una campagna di sensibilizzazione.

Non arrivo a tanto, non è una campagna di sensibilizzazione, semplicemente non voglio essere un altro che parla di amore, anche perché ne parlano tutti. Voglio parlare di cose diverse. Vengo da un background in cui ho vissuto di musica con contenuti sociali: ascoltavo i Rage Against The Machine e i 99 Posse, i contenuti sociali fanno parte di me. Inoltre per me la musica è pane quotidiano, e quando esci nella vita di tutti i giorni, con gli amici, non parli solo d’amore, altrimenti dopo un po’ rompi il cazzo.

- Nella poetica del Peyote uno dei cardini è il nichilismo: da dove arriva?

Sono stato accusato di essere nichilista per il mio cinismo. In generale ho usato questa “carta” più per prenderli in giro, per rispondere come fosse un gioco. Nell’ultimo disco vado verso un nichilismo pro-attivo: una reazione all’omologazione di massa. Parlare in maniera banale dell’amore banalizza l’amore stesso. Personalmente, vado contro lo svilimento dei valori.

- Nella canzone ”I cani” oltre ad aver pensato alla band, mi ha particolarmente colpito un verso: “E senza offesa ma vestirsi male avere un pessimo rapporto con il cazzo mia cara, non c’entra niente col femminismo.” Io penso che la parola ”femminismo” viene usata in modo sbagliato. Si ha l’idea distopica di femminista, tu cosa ne pensi?

Il pezzo si riferisce esattamente a ciò, si tende a banalizzare dei discorsi come il femminismo. Il tema viene spesso banalizzato da persone che si autodefiniscono femministe, ma che non hanno capito nulla di cosa sia. Non è questo il modo di portare avanti la lotta che porterà all’emancipazione. La gente s’incazza perché parlo di pompini nelle mie canzoni e non per le vere ingiustizie, come quelle sul campo lavorativo che ogni giorno le donne subiscono.

- A differenza di Educazione sabauda, questo si può definire un concept album?

Secondo me sì, lo definirei così, sia per la parte letteraria che per il sound. Abbiamo cercato di fare un disco che fosse coerente sotto più punti di vista. Suono e musica.

- In “Anversa” sembri andare contro tutto e tutti, perché sentivi di scrivere un pezzo del genere?

Perché ogni tanto mi sveglio incazzato, è un modo per sfogare forse. Ma in realtà, “Anversa” è il manifesto del disco che racchiude, in un solo brano tutto il discorso che viene portato avanti nelle altre tracce. Inoltre la “rabbia” c’è principalmente nell’intro che io interpreto come un prologo. Il brano serviva anche a raccontare l’approccio delle persone verso la libertà degli altri. A nessuno piace che l’opinione altrui sia diversa dalla nostra.

- Che rapporto hai con la scena musicale italiana? Sappiamo che hai un ottimo feeling con Ninja e Casacci dei Subsonica.

Più con Casacci che con Ninja ma è stato un piacere aver avuto la possibilità di conoscerli e di essere stati apprezzati da loro e dalla scena torinese. Non ho grandi rapporti con molti musicisti, non mi è piaciuto mai parlare di scena, per me è solo musica e nient’altro, c’è quella buona e quella no. Come ci sono persone che stimo, altre no.

- Nell’ultima canzone -Vendesi- il verso che recita ”Copri la webcam se vuoi masturbarti e guardati, lasciati se vuoi lasciarti però può darsi che il tuo ex per vendicarsi mette i tuoi video sul web” penso ci sia un riferimento all’episodio di Black Mirror e l’ultimo verso mi riporta alla mente l’episodio della ragazza di Napoli che dopo lo scandolo dei suoi video si è suicidata, cosa ne pensi di questi accaduti? Dello sfruttamento dei social e della perdita d’intimità?

Mi riferivo proprio a Tiziana Cantone. Il revenge porn mi spaventa perché mi fa pensare a quanta poca empatia abbiano le persone anche verso qualcuno che prima hanno amato, con cui hanno condiviso molto. Non amo la vendetta e utilizzare i social per questo credo sia orribile. Per la webcam non mi sono riferito a Black Mirror, in realtà conosco molte persone che hanno oscurato la webcam per masturbarsi.

- Il tuo ultimo tour parte tra poco, come ti senti al riguardo? Ti emoziona tornare su un palco?

Fortunatamente la pausa è durata poco e intanto sono salito su molti palchi come ospite in questo periodo. Penso che il tour nuovo, col disco nuovo, sarà diverso e suonato in maniera differente, dopo due anni dove ho viaggiato con la stessa scaletta. Per questo sono emozionato, perché c’è una sfida nuova da affrontare. Poi sul palco sono a mio agio, è casa mia.

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