This Will Destroy You & Godspeed You! Black Emperor @ Villa Ada Incontra il Mondo 04/07/2018

Data: 8 luglio 2018 |

This Will Destroy You + Godspeed You! Black Emperor @ Villa Ada incontra il Mondo Time

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This Will Destroy You + Godspeed You! Black Emperor @ Villa Ada Incontra il Mondo

Zeitgeist: This Will Destroy You & Godspeed You! Black Emperor Live a Villa Ada

Completamente fuori dal tempo, e perfettamente intonato ad esso. Sembra una contraddizione, e in effetti lo sarebbe se non ci fosse la magia di mezzo. L’esperienza al festival Villa Ada Incontra il Mondo è stata di quelle mistiche, stranianti, assolutamente uniche. Ho avuto il privilegio di assaggiare un po’ del miglior post rock in circolazione, ho visto suonare una dozzina di artisti sopraffini e mi sono immerso nell’aria umida ed eterea del lago per circa quattro ore di puro trasporto. This Will Destroy You e Godspeed You! Black Emperor hanno messo su uno Spettacolo, con la S maiuscola, abbastanza variegato da soddisfare palati diversi ma abbastanza simile da rendere difficile una scissione netta della serata in prima e seconda parte.

Premettiamo una cosa: già da una disamina della line-up ci si rende conto che siamo davanti ad un festival di primissima fascia, uno degli eventi complessivamente più ricchi e interessanti dell’estate romana. Tra quelli che sono venuti e quelli che verranno, le porte dello splendido parco sulla Salaria sono aperte con cadenza quasi quotidiana, per gente del calibro di Dente, Colapesce, Io Sono Un Cane, Goran Bregović, Chinese Man, Bud Spencer Blues Explosion, Pinguini Tattici Nucleari, Giovanni Lindo Ferretti e di tantissimi altri. Quello a cui il sottoscritto ha assistito è solo una briciola di quello che Villa Ada ha da offrire in questi mesi estivi: un’organizzazione seria ed efficiente, che nonostante le difficoltà e gli ostacoli riesce a mettere in piedi uno spettacolo tecnicamente impeccabile; una location attrezzata con il necessario, ampia e tuttavia non dispersiva; una cornice perfetta come quella del parco, un’isola di natura e serenità nel cuore della capitale.

Sulla strada per l’area stage, fra viali alberati e ruscelli, un frinire di cicale ha accompagnato le prime note dei TWDY. In un’atmosfera onirica siamo entrati senza difficoltà o file e ci siamo inseriti fra le persone, sistemate sotto il palco in maniera sparsa. Anche se il pubblico è già numeroso, nell’ordine di un paio di centinaia di persone, di spazio ce n’è in abbondanza e ho la possibilità di godermi la musica serenamente, senza il fastidio della calca. I This Will Destroy You stanno sul palco come in un quadro, quattro figure disposte in maniera ordinata che si muovono solo lo stretto necessario. Suonano un rock perfettamente intonato all’ambiente: arioso, molto naturale, a tratti minimalistico, e che sul lungo periodo trasmette un senso di serenità. I loro crescendo sono eleganti, col basso che fa la voce grossa e la batteria che tiene dietro, suona la marcia per accompagnare i semplici riff di chitarra a cambiarsi. Quando la musica gira, tutto diventa una pura esplosione di energia, prevedibile nel se ma non nel quando. Un aereo di line sorvola il concerto a bassa quota, giusto in tempo per un’altra trasformazione: l’aria si fa più cupa, urbana, graffia la chitarra riverberata su un pestare di piatti e un basso che ulula rabbioso. Qualcosa vibra nello stomaco, poi tastiere suonate come un organo da chiesa annunciano la chiusura della prima fase di un rituale, destinato a ripetersi almeno una seconda volta prima del silenzio.

Su un pezzo che sa di strada che scorre, vita vissuta e malinconia, ne approfitto per avvicinarmi di più al palco per cercare sollievo dal caldo afoso. Ne approfitto per guardarli bene in faccia: hanno tutti gli occhi chiusi e l’aria assorta, come si conviene ad artisti del genere. Adesso suonano una lenta marcia nel folto della foresta, fino ad uno slargo inondato dalla luce della luna. Nelle urla della chitarre c’è forse rimpianto, poi sulla cresta dell’onda una catarsi e una potente liberazione. Dalla mia angolazione, ad ogni botta la grancassa riflette una luce arancione che viene da chissà dove, producendo giochi di colore che sembrano dei visual creati apposta per l’occasione. Tastiere fiabesche, mentre Donovan Jones tiene un tempo tutto suo con la gamba sinistra. Capisco perché solo dopo qualche minuto: stava anticipando di qualche battuta una potente cavalcata di percussioni e synth sparati come fuochi d’artificio, che sotto cassa mozza letteralmente il fiato. Gli insetti impazziti vicino ai fari del palco sembrano gli unici in grado di tenere dietro a questa valanga di distorsioni, pestaggi di piatti e un basso suonato come un mandolino.

Salutiamo con una cascata di applausi i TWDY e ci godiamo qualche minuto di riposo, una tregua necessaria per dare alle emozioni provate il tempo di sedimentare. Ci perdiamo in chiacchiere e commenti, ci suggeriamo i nomi delle tracce a vicenda, ci scambiamo impressioni, poi un ronzio ci ammutolisce. Passano diversi minuti così, con questo rumore di fondo che fa crescere l’aspettativa. I Godspeed You! Black Emperor entrano alla spicciolata, e un po’ alla volta cominciano a suonare. All’inizio, solo gli archi, appena accarezzati, che sembrano synth. Salgono le chitarre, poi il basso e le percussioni; entrano in processione, si accomodano nel cerchio che nel frattempo il complesso ha creato e accennano qualche nota a testa, come se stessero aspettando la tavola al completo prima di cominciare a mangiare. Un paio di loro ci danno le spalle, vogliono creare uno spazio libero fra di loro dove la musica possa fluire da uno strumento all’altro, e per questo di dispongono intorno ad un’immaginaria tavola rotonda piazzata al centro del palco. Quando sono tutti lì, il rumore di fondo prende forma, e gli sciamani cominciano ad evocare le ombre.

Il crescendo della loro ouverture ha un che di spirituale, sublime armonia nel caos. Il cuore bolle mentre sullo schermo sboccia d’improvviso la scritta HOPE, dissolvendosi in entrata e in uscita a intermittenza. I pezzi di Luciferian Towers, suonati in successione per non rompere l’alchimia, dal vivo conservano tutto il potenziale comunicativo delle loro versioni in cuffia, ma guadagnano tantissimo in suggestione e coinvolgimento. Su Bosses Hang parecchi fra il pubblico sussurrano le parole Baba O’Riley, mentre lo schermo mostra scheletri di palazzi in costruzione e quotazioni di borsa. La forte critica allo sfacelo della società del consumo che i GY!BE portano avanti da sempre diventa ancor più evidente nella ferocia con cui evocano le loro sinfonie e nelle immagini che scelgono di mostrare, spaccati di vita moderna filtrati attraverso tinte seppia o in scala di grigio. Nove silhouettes disposte a cerchio, qualcuno seduto a terra o su una sedia, qualcun altro in piedi, sembra quasi che stiano cercando di chiamare a raccolta lo spirito malvagio del loro tempo, per costringerlo a danzare di fronte al loro pubblico.

Su Fam/Famine si aggiunge un sassofono, gli stregoni vanno in doppia cifra e acquistano ancora un po’ di profondità. I quasi 8 minuti di Undoing Luciferian Towers, con i feedback aggressivi, gli echi distanti dei fiati e le trionfali melodie, sono accompagnati dalle immagini sul grande schermo di quelle torri luciferine di cui i canadesi auspicano il crollo. Il messaggio, trasmesso così, è ancora più chiaro. Per l’ultima ventina di minuti, i canadesi scelgono di suonare per intero l’EP Slow Riot for New Zero Kanad. Il solito cacciavite che scivola sul manico della chitarra, rumore di campanelle, un inno alla fuga che sale in tensione e che sfocia in una cavalcata di valchirie a metà di Moya. Puro amore. La chiusura è affidata alle eccentriche divagazioni del poeta improvvisato Blaise Bailey Finnegan III, al suo arsenale di fucili pronti a combattere il declino e ai suoi versi strappati agli Iron Maiden. Doppio pedale, archi altissimi e un tripudio orchestrale dall’animo rock completano il rituale di evocazione. Talmente potente è la magia dei GY!BE, che anche quando sono andati via il demone della modernità resta sul palco, un po’ sfocato, con i suoi loop assordanti e la sua eterea e inquietante presenza.

Lasciare Villa Ada, a questo punto, è difficile. La stanchezza fisica gioca la sua parte, ma è principalmente per l’anima in subbuglio, per il cuore sazio di emozioni e per la pelle che ancora trema che ritardiamo il tragitto verso casa. Nel cuore di Roma, abbiamo visto l’oggi nella sua forma più cupa, abbiamo assistito alla fine del mondo e ne abbiamo ascoltato la colonna sonora. Dagli onirici This Will Destroy You agli orchestrali Godspeed You! Black Emperor, la sera del 4 Luglio 2018 sarà una di quelle difficili da dimenticare.

Foto fonte: Instagram

Editor Review

  • Performance

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    85 Punti
  • Pubblico

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  • Organizzazione

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