unòrsominòre – Web Interview

Data: 8 luglio 2017 |

unòrsominòre – Web Interview

unòrsominòre, come si definisce la qualità?

unòrsominòre. Il suo nuovo album Una Valle che Brucia compensa sonorità minimaliste e tematiche taglienti, senza peli sulla lingua. Di seguito l’intervista ad unòrsominòre, cantautore estemporaneo veronese, in scena dopo ben cinque anni con il suo ultimo album Una Valle Che Brucia.

 

- Veniamo a noi: come desideri essere chiamato? Kappa, Emiliano, unòrsominòre? Come mai queste tue tre sfaccettature?

Emiliano va bene, o anche òrso se vuoi. Kappa era una cosa di gioventù quando volevo fare la rockstar. Sono solo un eterno indeciso, ecco tutto.

– Dopo cinque anni dal tuo ultimo disco torni con Una valle che brucia, uscito nello scorso aprile. Cosa è mutato da La vita agra all’ultimo lavoro prodotto?

Se intendi per me, moltissime cose; mi sono trasferito da Padova a Roma, ho vissuto e sono invecchiato di altri cinque anni, e di conseguenza è cambiato il modo di vedere e giudicare quello che vedo. E poi ho smesso di nutrirmi di animali e derivati, il perché lo canto in Mattatoio. Se invece intendi nel panorama musicale italiano, anche lì sono cambiate parecchie cose e ovviamente quasi tutte in peggio, e già allora non è che si potesse saltare di gioia… c’è sempre meno attenzione, sempre meno qualità, sempre più robaccia spacciata per musica interessante, e le dinamiche con cui si arriva a imporsi sono diventate del tutto randomiche, legate a come ci si pone sui social e sempre meno dipendenti dalla reale qualità della propria musica, come l’eclatante caso Cambogia ho dimostrato di recente. Se poi invece intendi in Italia in generale, allora c’era ancora – agli sgoccioli – un nemico comune ben individuabile contro cui lottare e fare resistenza, mentre oggi è tutto più confuso. Se intendi sul pianeta, cinque anni fa si parlava molto meno di migranti e di esplosioni però c’era già la guerra in Siria. Se intendi nell’Universo, non è cambiato assolutamente nulla. Se intendi altro, non sono preparato, come direbbe il maestro Robertetti.

- Qual è stato il processo per cui hai deciso di usare meno chitarre e di scarnire gli strumenti, quasi con uno stampo minimalista nell’esecuzione di Una valle che brucia?

La voglia di fare qualcosa di differente rispetto al mio suono tipico, e il desiderio di rendere sonicamente una sensazione di freddezza, desolazione, asetticità. Cercavo suoni alieni e mi sono divertito a cercare i più adatti a ogni canzone sul mio Roland Juno che so a malapena suonare. Spesso quando ci si cimenta con uno strumento che non si padroneggia fino in fondo si ha un approccio non ortodosso che permette di inventare cose interessanti, o così almeno spero.

– Di certo i testi delle tue canzoni presenti nel disco compensano il risultato finale, ovvero un prodotto davvero importante, ricco di riferimenti storici e denso di contenuti. Come mai questa direzione di espressione?

Ti ringrazio, però non saprei cosa rispondere; sono fatto così, è quello che mi sembra giusto o necessario fare, di gente che canta le spiagge e le piccole cose ce n’è davvero a sufficienza. Ho ancora un amore per la musica tale da considerarla un’arte maggiore, che può dare sensazioni e spunti di riflessione in più di qualche canzoncina di pongo orecchiabile, fatta su misura per gli universitari fuori sede che si taggano nelle foto agli aperitivi e postano i meme.

– La copertina del disco è sicuramente imperscrutabile, a tratti misteriosa. Lo sfondo e la scena arida sembrano quasi fuoriuscire, scavalcando anche l’animale e diventando il soggetto della stessa. I criteri di scelta di questa foto quali sono stati?

La storia di questa copertina è molto bella secondo me; te la racconto. L’idea di metterci una foto di uno yak solitario mi è venuta molto presto, quando il disco era ancora in fase embrionale; non so perché di preciso, credo che abbia semplicemente a che fare con la mia coscienza antispecista, e con l’amore in particolare per i grandi bovini, questi animali enormi e allo stesso tempo mansueti e buoni; la mucca però l’avevano già presa i Pink Floyd sicché… Solo che non avevo idea di dove trovare qualche yak adatto allo scopo. Dopo un po’ di ricerche sono capitato sul blog di un ricercatore universitario che si occupa di widlife, l’australiano David Game, e ho visto quella foto, che aveva scattato a uno yak solitario in Tibet; l’ho trovata subito perfetta perché, come dici giustamente, oltre all’animale che corrisponde esattamente all’idea che avevo in mente c’è anche un fondale con colori e forme quasi irreali, rendendola forte anche dal punto di vista strettamente artistico. Ho contattato il dottor Game, da collega ricercatore, e gli ho chiesto il permesso di usare la fotografia, e lui me lo ha accordato subito senza problemi. Ed eccola lì. Tutto il booklet del disco, comunque, è molto riuscito a mio parere; l’abbiamo realizzato insieme io e i ragazzi di diNotte Records, è stato studiato con molta attenzione e passione nei minimi dettagli, sia per quanto riguarda i materiali che per la scelta di tutte le altre fotografie, ciascuna legata in qualche modo a alcuni dei temi trattati nelle canzoni.

– Lungo l’ascolto di tutto il disco si percepisce un’aria puramente pessimistica, cosmica, desolata. Cosa ti ha portato a trattare queste tematiche impegnative, profonde, senza troppi giri di parole e senza peli sulla lingua, rendendole in qual modo violente, crude, spietate?

Come dicevo, trovo stucchevole la rincorsa al cantare di niente, delle piccole cose, o anche di tematiche importanti rendendole banali, annegandole nel quotidiano, per renderle innocue. L’arte, e per me la musica è ancora arte e non banale intrattenimento, deve scuotere e colpire e infastidire e ferire; deve essere controcultura, non colonna sonora del vuoto pneumatico dei nostri tempi.

- Qual è il background di unòrsominòre in ambito artistico, musicale, letterario? Quali sono le fonti da cui trai ispirazione?

Tantissime, disparate, e oramai sedimentate e rimescolate in qualcosa – spero – di abbastanza mio da non assomigliare più troppo a nulla di già esistente. Questo disco peraltro è pieno di citazioni e riferimenti, alcuni espliciti altri meno evidenti, dalla Arendt a Pasolini, e poi Kundera, Fossati, Bentham, Toscanini, Gaber, Mainlander per citare i primi che mi vengono in mente (sono tutti dettagliati e accreditati nel libretto dei testi scaricabile acquistando la copia fisica del disco). Qualcosa a metà tra un omaggio a chi ha contribuito a formare la mia identità e un piccolo campionario di esempi di luminosità, di cui c’è disperato bisogno in questi tempi bui.

– Vi è un preciso momento in cui riesci a comporre e a scrivere i tuoi testi?

I miei testi nascono in tempi lunghi, da un abbozzo iniziale – spesso solo poche righe – che poi nel corso delle settimane, a volte dei mesi, integro, limo, riscrivo, affino. Di solito il tutto di sera, ma non perché abbia maggiore ispirazione, solo perché di giorno lavoro.

– Esprimi in una frase lapidaria il panorama musicale italiano odierno.

 “Inutile”?

- Ultima domanda: dicci cosa ascolta unòrsominòre sul suo lettore musicale e quali sono le tre canzoni degli ultimi dieci anni che consiglieresti assolutamente ai nostri lettori.

Bella domanda, e complicata. Seguo poco la musica contemporanea perché, come dicevo, la trovo poco interessante e spesso offensiva nei confronti della mia intelligenza. Per lo più ascolto moltissima musica degli anni ‘90, quella con cui sono cresciuto – i gruppi di Seattle, e poi Radiohead, Motorpsycho, Pantera; oppure i grandi della musica italiana, a cui torno ciclicamente – Fossati, Battiato, Gaber, Dalla. Pochissima roba nuova, ecco ho apprezzato molto gli ultimi lavori di Edda e di UMG. Le tre canzoni, mamma mia, gli ultimi dieci anni, ma italiane o straniere? Bloom e Codex dei Radiohead, Lacuna/Sunrise dei Motorpsycho, Fessura dei Bachi da Pietra, Il bel canto dei Ministri, Organza di Edda, Ci hanno preso tutto, Mattatoio e Varsavia di unòrsominòre. (sono più di tre ma va bene lo stesso vero?).

 

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