Tribucstock Day #2 02/08/14

Data: 3 agosto 2014 |

Tribucstock Day #2 Time

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Day 2: Lo Strano Sogno

Dormire risultò molto difficile alle 06.00 del mattino.
Nonostante il lato della montagna su cui eravamo accampati fosse rivolto verso Ovest – per cui non avremmo visto il sole se non prima di mezzogiorno –  la luce del mattino mi diede non poco fastidio.
Se volete passare del tempo  in un campeggio, che sia per ritrovare voi stessi o per staccare solo la spina, allora non fate come noi: montare la tenda in certe condizioni e al buio può risultare un vero e proprio fallimento.
E, ancora in dormiveglia, quella domanda su cos’è Tribucstock mi trivellava il cervello come i pozzi sullo Jonio, senza pietà.
Così passai la mattinata, saltando qua e la tra il sonno e la realtà, aspettando che il campo prendesse di nuovo vita.

Quando si fece ora di pranzo, cioè più o meno quando tutti iniziarono a mugugnare “ma dov’è Chef?!”, mi trascinai fuori la tenda.
Qualcuno stava spaccando legna, altri ascoltavano  musica; c’era chi si amava e chi fissava il vuoto tra gli alberi sussurrare. Tutti erano felici, ma soprattutto liberi.
Non importava se ciò che stavamo facendo fosse giusto o sbagliato, non ne vedevamo il bisogno. Eravamo trascinati dalla voglia di lasciare il freno e vedere fin dove saremmo riusciti ad arrivare, senza uno scopo preciso. Soli, con la consapevolezza che incrociare i flussi di vite e storie diverse era un bisogno che tutti noi, amici di una vita da una sola sera, dovevamo soddisfare; forse per sentirci più vicini e meno diversi da chi il piacere di astrarsi dallo spazio-tempo della routine quotidiana non lo desidera o non sa neanche cos’è.
Ed eravamo circondati.

Ovviamente Chef non ci deluse neanche al secondo round.
Poi, siccome la giornata sarebbe stata molto lunga e il tempo era fresco e soleggiato, noi quattro decidemmo di andare a fare un’escursione.
E non sarebbe stata una passeggiata qualunque. Eravamo decisi a raggiungere la vetta del monte, che dona all’atmosfera un qualcosa di mistico. Questo perchè ha una particolarità ed è cioè il punto in cui Avellino, Napoli e Benevento si incontrano, il simbolo di uno dei crogiuoli multietnici che è il Mediterraneo.
Optammo per il primo sentiero fuori il campo; ci aspettava almeno un’ora di cammino prima di arrivare a destinazione. Camminammo tra i castagni vivi e secchi, con gli aracnidi che tessevano tele tra un ramo e l’altro. Un profumo di vita mi pervase le narici e ne rimasi intontito, tanto che sembrava non camminassi per mia volontà ma per la sublime provvidenza.
Più salivamo e più la vetta si faceva lontana. Quando capimmo che l’obiettivo era fuori portata, per non rischiare di perdere la strada e di dover tornare con la Luna, decidemmo di fermarci.
Stendendo un lungo telo in una rara distesa di erba, ci adagiammo con musica a meditare.

Taci.
Il silenzio piombò come un rombo di tuono a ciel sereno e ne fui rapito. Nè un cinguettio o il battito del cuore, o un respiro. Tutto si era fermato in modo surreale.
Per quanto la cosa fosse piacevole, uno strano senso di ansia mi s’insinuò tra gli occhi che, per uno strano stato primitivo, riusciva a carpire più particolari del solito – la foglia cadere a quattrocentotrentadue rami di distanza – e così l’udito.
Gli alberi, poi, prendevano vita piano piano ed era quasi come se avessero un’anima.
Affreschi caleidoscopici in tonalità di verde, azzurro e giallo si stagliavano tra i rami, che spezzavano il cielo in più parti e lo facevano sembrare un puzzle.
Ero finito nel bel mezzo di una tempesta psichedelica, ma non ricordavo quando questa ebbe inizio. Mi sentivo come il Primate che per primo ha avuto coscienza di sé; come Dante, che cade come un corpo morto.
Ma il mio corpo evaporava energia da ogni singolo muscolo, le sinapsi rinvigorivano e gli impulsi elettrici viaggiavano al doppio – se non al triplo – della loro velocità.
Poi il buio, tagliato di netto a metà da una striscia, e la mia Musa con le Piccole Ali mi richiamò.

Quando riaprii gli occhi erano passate circa un paio d’ore. I miei compagni erano ancora lì, ascoltando musica e vivendo. Non mi curai molto di loro, ma notai che l’ambiente circostante era tornato alla normalità, il che mi rincuorò non poco. Era stato solo uno strano sogno.

Ritornammo al campo, la serata – l’ultima – passò come quella precedente.
E quando tornai al mio “letto”, mi ritornò in mente il sogno che feci ore prima.

Solo allora iniziai a capire. Non sapevo ancora precisamente cosa fosse Tribucstock, ma capii che il solo provare a definirlo sarebbe comunque stato riduttivo.
Ma sentivo che più la fine si avvicinava, più il nodo stava per sciogliersi.
E quando i miei sensi salgono a 864 giri raramente sbagliano.
… continua …

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