A Toys Orchestra – Web Interview

Data: 11 giugno 2018 |

A Toys Orchestra – Web Interview

Gli A Toys Orchestra: una voce fuori dal coro

Lub Dub segna il ritorno degli A Toys Orchestra. L’album, pubblicato il 27 aprile 2018, è il settimo in studio per la band di Agropoli che da sempre si è contraddistinta per essere una voce fuori dal coro, arrivando allo stesso tempo ad essere una delle formazioni più importanti nel panorama musicale italiano.  Ne abbiamo approfittato dell’uscita del disco per farci raccontare il loro percorso musicale.

Per iniziare bene la nostra intervista abbiamo bisogno di sapere chi sono A Toys Orchestra e soprattutto quando si sono trovati insieme.

Il primo nucleo si è formato sul finire degli anni novanta ad Agropoli (SA) il nostro paese natale. Abbiamo iniziato registrando un primo demo in duo solo io e Ilaria, poi subito si è aggiunto Raffaele e l’allora batterista Fabrizio Verta, sostituito da Andrea che è in pianta stabile con noi da ormai quasi quindici anni. Fausto Ferrara che si occupava della parte elettronica ha lasciato il gruppo subito dopo l’uscita di Technicolor Dreams, nel 2008 circa e da allora è stato sostituito da diversi collaboratori nei ruoli più disparati. Da Beatrice Antolini, Rodrigo D’Erasmo e via dicendo fino ad arrivare a Julian che è ormai effettivo da un po’ di anni. Una storia lunga e ricca di collaborazioni e di altenanze la nostra.

A fine 2011 è uscito l’album Midnight (R)Evolution, per voi la rivoluzione si basa sull’evoluzione?

A mio avviso sono due concetti quasi imprescindibili. Un cambiamento deve portare ad un miglioramento, quindi all’evolversi di una qualsivoglia situazione da rivoluzionare. Le accezioni per la parola “rivoluzione” possono essere molteplici. Applicate a una situazione politica, lavorativa, organizzativa ma anche di vita personale, ma sempre finalizzate all’evolversi. Dunque rivoluzione ed evoluzione a mio avviso sono gemelli siamesi.

Gli A Toys Orchestra nascono ad Agropoli, il mare è mai stato fonte di ispirazione per qualche canzone/disco?

C’è una canzone contenuta nel disco Technicolor Dreams che si chiama Santa Barbara dove ci sono diversi cenni alle superstizioni marinare dei pescatori del luogo in cui sono cresciuto. Rituali suggestivi ed affascinati della nostra terra. Lo stesso titolo è riferito alla santa protettrice delle tempeste, appunto Santa Barbara. Venerata dai pescatori Agropolesi e del Cilento tutto. Per il resto non ho mai scritto in maniera diretta di Agropoli, ma essendo il luogo dove siamo cresciuti ed abbiamo vissuto per trent’anni resta inevitabilmente in sottotraccia nel nostro background.

Wake me up è uscito nel 2015, un video contro la violenza sulle donne e oggi tre anni dopo questa battaglia si fa sentire più che mai. Parlateci da cosa nasce questo singolo.

Quelli della violenza, del femminicidio, del sessismo e del maschilismo sono problemi tristemente radicati nella cultura di questo paese. Un paese che non riesce ad emanciparci da un certo medioevo culturale, dove la donna è vista come il sesso debole, subordinata al maschio. Anche se la canzone non parla esplicitamente di “violenza sulle donne” in alcuni passaggi si può trovare una chiave di lettura calzante con il tema. Motivo per cui decidemmo di realizzare un videoclip che ne ricalcasse questo aspetto.

Avete omaggiato il mitico Adriano Celentano intitolandogli una canzone, sia in italiano che in inglese, c’è un motivo particolare per questo omaggio?

In verità l’omaggio è stato del tutto casuale… non so nemmeno se sia corretto chiamarlo in tal modo. La storia del titolo è abbastanza buffa. Di solito quando scrivo le bozze di una canzone, prima di dargli un titolo definitivo, utilizzo un nome provvisorio…il più delle volte associato a un rimando, un riferimento. Ecco, per quel pezzo il movimento ritmico mi ricordava Yuppi Du di Adriano Celentano. La cosa mi prese al punto di fare poi delle citazioni nel testo e nell’arrangiamento, senza però trattarlo mai come un vero tributo in senso letterale.

Mi incuriosisce molto sapere come è nato il vostro nome

Semplicemente quando mi venne in mente l’idea di un’orchestra di giocattoli, la trovai molto suggestiva e calzante. Alla fine essendo noi tutti polistrumentisti siamo a nostro modo una piccola orchestra.

Le vostre canzoni sono davvero tutte diverse tra di loro ma chi siete voi davvero? E cosa ascoltate singolarmente? Da cosa prendete spunto? A quale sonorità vi avvicinate maggiormente?

Questa è la domanda da un milione di dollari. Se sapessi chi sono probabilmente non starei neppure qui a scrivere canzoni interrogative e malinconiche. Scherzi a parte, ognuno di noi ha la propria personalità, i propri ascolti e il proprio modo di essere, spesso l’uno molto differente dall’altro. Forse proprio questa molteplicità che negli anni si è ben bilanciata e ha tracciato quella che è la nostra natura artistica. Di solito preferisco non cercare l’ispirazione da altra musica. Cerco piuttosto di scorgerla in altro tipo di suggestioni. Ad esempio anni fa prima di scrivere un disco era solito staccare alcuni mesi completamente dalla musica, sia suonata che ascoltata. Avevo un barchetta di legno e me ne andavo spesso giornate intere a pescare in solitaria. Adesso che mi sono trasferito a Bologna da circa dieci anni, la città in qualche modo mi suggerisce l’estro.

Come vi rapportate con il pubblico estero ? E’ diverso da quello italiano ? Il pubblico all’estero è più silenzioso di quello italiano?

All’estero le persone vanno ai concerti un po’ come noi andiamo a teatro o al cinema. Quindi con l’intento principale di assistere ad uno spettacolo, di capirlo. In Italia il concerto è invece associato alla vita notturna, al divertimento. Di conseguenza gli orari sono differenti, quindi anche l’attenzione e il suddetto silenzio. A mio parere non è per forza meglio il primo dell’altro. Purchè ci sia rispetto ed empatia un bel concerto caciarone vale tanto o anche più di uno davanti ad un pubblico composto e silenzioso. Alla fine la vera valuta sono gli applausi, e quelli per fortuna non hanno lingua.

Un artista, al giorno d’oggi, vive più di live o streaming su spotify che di dischi venduti. Cosa ne pensate di questa trasformazione del mercato?

Che è un cambiamento che fa parte dei nostri tempi. I cambiamenti per quanto drastici e fuorvianti vanno accettati, capiti e sfruttati nel migliore dei modi, altrimenti il rischio è di restare indietro.

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