Suuns – Felt

Data: 11 marzo 2018 |

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Suuns – Felt

Look no further. Non cercare oltre. Fermati. Ascolta. Il nome della opening track dell’ultimo disco dei Suuns, intitolato Felt, è anche un ordine perentorio per gli appassionati di generi come rock anni ’90, kraut e post-punk, che con questo album tireranno una salutare boccata d’aria fresca. E se i tributi e le citazioni sono un’arte nell’arte, questi qui lo sanno fare veramente bene. Si sentono tutti i riferimenti al punto giusto: le distorsioni dei NEU!, il sound robotico dei Kraftwerk, la psichedelia del prog, i profumi del jazz e della techno, un certo David Bowie, l’old school della costa ovest. Idee tante e una valanga di spunti e di riferimenti, il tutto impacchettato in una carta energica, qualificante, fantastica.

Il sound, schietto e deciso, impressiona subito, e ciò che cattura istantaneamente l’attenzione sono quei caldi ed esasperati suoni della batteria. Il ritmo è probabilmente uno degli elementi che permette al disco di arrivare all’ascoltatore. Insieme al basso/sequencer, conferisce struttura ed amalgama al suono: a volte traina con ritmi ‘giusti’, a volte invece giustapposta al basso quasi come un contrappunto ritmico. La batteria acustica è stressata e corrotta: campionata, compressa, saturata, riverberata, bitcrushata e chissà che altre angherie avrà dovuto sopportare. Le attente ‘cure’ degli ingegneri del suono però sono funzionali al racconto: la batteria è in primo piano e l’ambiente è intimo anche se turbato ed inquieto. Questa filosofia compositiva pervade tutto il disco sotto ogni aspetto, è un approccio mutuato proprio dal kraut-rock a cui questa musica assomiglia ed è probabilmente questo che, paradossalmente, rende questo disco contemporaneo.

Look no further, dunque. Bastano i primi 30 secondi della prima traccia per capire che siamo di fronte a qualcosa di diverso, e che il livello è decisamente alto. Un beat r’n’b con note stonate e sound distorti, ed una voce distaccata dalle emozioni e dal contenuto delle parole. C’è poi la psichedelia in salsa techno di X-Alt, condito da un sax che ritornerà più avanti e con più sapore nella sinuosa Peace and Love. Notevoli nella loro semplicità e personalità i pezzi centrali dell’album, Control e Make it real; ebbra passeggiata notturna il primo, simpatico midtempo in stop motion il secondo. Esplode, sul finire del disco, il tripudio noise di Moonbeams, come uno spettacolo di fuochi d’artificio al termine di una gran bella festa.

La parte importante di questa eccellente produzione, vale la pena di ripeterlo, è l’approccio al momento compositivo, che oggi è cambiato drasticamente e che i Suuns rappresentano in tutta la sua infinita potenzialità. La grande rivoluzione della produzione musicale nel dominio digitale ha avuto un impatto sopratutto sul modo di comporre, prima che sul caldissimo tema della presunta perdita di qualità dei suoni. L’enorme quantità di strumenti digitali permettono una infinità di soluzioni per elaborare un suono campionato, catturato più o meno male a seconda delle scelte stilistiche, da poter utilizzare seguendo solo la propria intuizione e creatività nella tranquillità del proprio studio. Strumenti enormemente potenti in mani volenterose hanno reso la musica ancora più prossima al cinema: la possibilità di poter tagliare ed incollare, postprodurre, montare.

Felt, è il caso di dirlo, è il disco dei Suuns più sentito, maturo e identificativo. Se si potesse racchiudere il caos in un contenitore ben definito e dargli forma e stabilità, probabilmente questo album sarebbe il miglior esempio possibile delle potenzialità della musica in questo senso. Un’opera fluida e ritmata, che tira fuori il meglio dai ragazzi canadesi e che afferma con forza un concetto importante, anzi fondamentale: l’esplorazione artistica non si è esaurita nei canoni e nelle regole di genere, ma è l’immaginazione l’indiscussa protagonista.

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