Sud Sound System – Web Interview

Data: 8 agosto 2017 |

Sud Sound System – Web Interview

Musica e cultura, l’orgoglio salentino dei Sud Sound System

Ventisei anni di carriera scanditi da nove album, decine di collaborazioni e migliaia di concerti in giro per l’Italia e per il mondo. Il loro sound mischia da sempre le sonorità giamaicane con il dialetto e la tradizione musicale salentina, canzoni come Le radici ca tieniSciamu a ballare e Me basta lu sule sono state cantate a squarciagola da generazioni di giovani. Loro sono i Sud Sound System, i pionieri del raggamuffin italiano, e non hanno certo bisogno di presentazioni.

Music Coast To Coast è riuscita ad intercettarli al rientro dalla tappa giamaicana del tour di Eternal Vibes, ultima fatica discografica del gruppo pugliese.

- Ciao vagnù, un saluto di Music Coast To Coast! Partiamo dall’attualità: siete appena tornati dalla Jamaica dove vi siete esibiti, prima band italiana, sul palco del Reggae Sumfest, uno dei più celebri festival reggae al mondo. Un sogno che si avvera per chi, come voi, suona reggae da quasi trent’anni; sensazioni?

Lo scorso anno abbiamo iniziato la nostra esperienza giamaicana, capitalizzata con Mistycal Sound, il brano che apre il nuovo album. In questi mesi si è arricchita di collaborazioni e contatti, tra queste quella con Richie Stephens che ha scelto la nostra band, la Bag-a-Riddim Band, come base per creare la Ska Nation Band: la sezione fiati è tutta salentina! È ovvio che dietro questo progetto ci trovi i nostri trent’anni di attività incessante, a 360 gradi, che ha permesso non solo la nascita del reggae salentino, ma anche la riscoperta e la valorizzazione della nostra cultura, intorno alla quale oggi ruotano il turismo e l’enogastronomia e, nel complesso, l’economia locale. Che dire, alla faccia di chi diceva che con la cultura non si mangia! Noi crediamo invece che con la cultura si mangi molto bene: non riempi soltanto la pancia e la tasca, con la cultura riempi anche la testa!

- Il vostro ultimo album, Eternal Vibes, trae ispirazione dal vostro primo viaggio nell’isola caraibica. Un disco ricco di collaborazioni di spessore, da Enzo Avitabile a Freddy Mc Gregor passando per U-Roy e Anthony B. Che esperienza è stata dal punto di vista musicale? E da quello umano?

Esperienza umana e musicale si sono fuse diventando una cosa unica. Queste collaborazioni riescono ad avere senso soprattutto perché uniscono sentimenti ed intenti diversi, armonizzati ed amalgamati dalla musica. Dietro ogni brano delle collaborazioni in questione si celano voglia di comunicare, di unire, di cambiare, di denunciare e di ripartire. Unire voci diverse significa rafforzare il messaggio e allargarlo a tante altre menti. Possiamo racchiudere così il senso di queste collaborazioni.

- L’album è stato anticipato dal video di Brigante, in cui si vede un ragazzo ballare liberamente per le strade di Lecce. Qual è la formula giusta per evitare che i nostri giovani siano costretti ad emigrare?

La formula giusta è la ribellione; l’unica ribellione possibile e duratura è quella culturale. Noi siamo testimoni e promotori di un cambiamento epocale nella nostra terra. Quando iniziammo a cantare, alla fine degli anni ’80, tra di noi si parlava solo di Sacra Corona Unita, di eroina ed emigrazione. Dopo trent’anni di musica e riscoperta delle nostre radici, il Salento ha preso coscienza delle sue ricchezze e ha iniziato ad investire sulla cultura, riscoprendo così la sua storia e la Taranta.

La cultura è diventata un volano per l’economia locale, in grado di sostenere il settore turistico e quello eno-gastronomico. Queste attività stanno permettendo a molti giovani di restare nella loro terra, trasformandoli in imprenditori e strappandoli al ricatto occupazionale di cui le generazioni precedenti sono state vittime. Sicuramente c’è ancora tanto da fare, risolvere alcune contraddizioni – ad esempio la drammatica condizione ambientale che affligge città fantastiche come Taranto e Brindisi, la mafia xylella che prende per il culo gli agricoltori, la devastazione delle coste e delle campagne che provocherà la Tap o le discariche abusive del basso Salento – ma ormai la strada intrapresa dal Salento è irreversibile. I benefici indotti dall’economia culturale sono tangibili e sostenibili, le ricadute sono evidenti! Nel video del singolo Brigante abbiamo voluto riassumere questi concetti.

Abbiamo scelto un giovane salentino che balla libero per le strade del centro storico leccese: lui è il padrone della sua storia e della sua cultura; salta, corre e sorride verso il suo futuro e non ha bisogno di nessuno perché è libero. Questa è la nostra ribellione.

- La vostra intuizione all’epoca fu di miscelare i ritmi in levare giamaicani con la lingua e le sonorità della vostra terra. Oltre un quarto di secolo dopo, continuate a cantare in dialetto salentino, anche su palcoscenici internazionali; vi sentite un po’ gli ambasciatori del Salento nel mondo?

Certamente, e ciò aggiunge valore ai concetti musicali che esprimiamo. Nasciamo come un gruppo di ragazzi che si erano avvicinati alla musica per creare un mondo alternativo in cui sopravvivere alle aberrazioni imposte al Sud da un’Italia coloniale, dove povertà ed emergenze arricchiscono i politicanti meridionali, i primi traditori della nostra terra. Nasciamo con il chiaro intento di alleviare i nostri dolori e con la speranza di ripartire dal basso per riconquistarci tutto ciò che ci è stato rubato; in parte ci siamo riusciti. Ci siamo riappropriati del dialetto, riportandolo ai fasti che gli appartengono, mischiandolo con la musica reggae. La nostra esperienza assomiglia tantissimo a quella giamaicana che ha fatto della propria lingua una cultura diversa, alternativa a quella imposta dal Commonwealth; da qui nasce il gemellaggio con la Giamaica. Tuttavia, le differenze culturali-sociali-economiche tra Salento e Giamaica sono profonde; ciò deve indurci a riflettere sul fatto che la musica può avvicinare contesti remoti e differenti.

- Migliaia di concerti alle spalle, ballando e saltando sui palchi di tutto il mondo; c’è un aneddoto particolare che vi va di condividere?

Abbiamo all’attivo diverse migliaia di concerti. Tra questi, potrei ricordare le dancehall pirata dei primi anni sulla spiaggia o nelle masserie abbandonate, la Mantagnata, i concertoni del I Maggio di Roma o Taranto, i live di Villa Ada, le Notti della Taranta, il Live’n’Direct all’Alcatraz di Milano (divenuto poi un DVD), i concerti ad Acquarica del Capo, o le partecipazioni a Battiti Live.

Tra questi, ha lasciato il segno un djset che facemmo a Torino nel 1995. Era febbraio, e ci trovavamo a Bologna per registrare Comu na Petra; accettammo la proposta di un piccolo Centro Sociale da poco occupato; chiedemmo in giro agli squatters della zona, ma nessuno ne sapeva nulla. Decidemmo comunque di partire; il Centro Sociale era una vecchia stazione tramviaria alla periferia di Torino, in quei giorni fredda ed innevata, scansata da ogni raggio di sole. Arrivammo nel tardo pomeriggio, potemmo raggiungerla soltanto grazie ad un amico salentino che faceva parte del collettivo degli occupanti. Una volta sul posto, ci ritrovammo in un luogo tetro e angusto, ben lungi dagli altri Centri Sociali, sempre colorati da meravigliosi graffiti e dalla felicità di chi occupa un posto per liberarlo; quel luogo era pieno di demoni disegnati sui muri, di ragazzi che facevano discorsi strani e strampalati, di una ragazza carina e rude che sputava continuamente sulla stufa a carbone ricavata da un bidone, di un vecchio bavarese che tirava dalle tasche del suo cappotto decine di sorci – sì, avete capito bene, topi! – Noi ci chiedemmo ma dove cazzo siamo andati a finire? Intanto le ore passavano, gli occupanti non avevano neppure un impianto per poter fare la dancehall; quando riuscirono a mettere su qualche cassa che gracchiava, iniziammo a mettere musica. Non cantammo per il pubblico – arrivarono soltanto una decina di Salentini che non facevano altro che ripeterci: “Vagnuni, ma dove cazzo stiamo???”. Quella sera ci abbracciammo in cerchio, chiudemmo gli occhi immaginando di essere sulla spiaggia delle Due Sorelle, e cantammo solo per noi, per un paio d’ore. Alla fine non ci diedero neppure il cachet, e ai ragazzi che avevano occupato lasciamo pure centomila lire. Scappammo nella notte verso la stazione centrale in attesa del primo treno che ci riportò a Bologna, finalmente al Gadda Studio dove ad attenderci c’erano Ricky Rinaldi e Frank Nemola.

- “La terra toa amala e difendila” cantavate nel 2003 con Le radici ca tieni; oggi c’è l’ennesima grande opera, il TAP, da contrastare. Facile intuire da che parte si siano schierati i Sud Sound System…

Per noi la TAP è inutile e dannosa, affosserà l’economia locale ed è una grossa ipoteca sulla salute pubblica, già messa a repentaglio dal carbone della centrale elettrica di Cerano, dai veleni dell’Ilva, dal gliphosato che ha impregnato gli uliveti e dai veleni interrati dalle mafie! È solo un progetto privato che arricchirà i soliti noti accontentando quella schiera di politicanti meridionali infami e traditori, che hanno rovinato il Sud per arricchirsi. Siano maledetti.

- Quali band, tra le nuove leve del panorama reggae italiano e internazionale, hanno suscitato il vostro interesse?

Al primo posto ci sono i gruppi salentini che abbiamo prodotto e supportato in questi anni, soprattutto Adriatic Sound e Ghetto Eden, poi c’è l’eclettico Mad Dopa. In Sicilia ci piacciono i Shakalab e Sicilian Reggae Style. Non solo musica, nel Salento abbiamo visto crescere una crew di film maker che sta realizzando video stupendi, i BeHashtag, con cui abbiamo realizzato La megghiu medicina, Brigante e Fricula, quest’ultimo brano presente nell’ultimo album di Eusebio Martinelli.

- Cosa bolle nel futuro dei SSS? Il vostro sogno è ancora chiuso nel cassetto o pensate di aver raggiunto tutti i vostri obiettivi?

Continuare a saziare la nostra fame di musica in ogni modo: nuovi album, nuove basi musicali, nuove collaborazioni internazionali, film, teatro, libri. Tutto quello che ci passa per la testa, insomma!

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