Speaker Cenzou – Intervista

Data: 28 febbraio 2017 |

Speaker Cenzou – Intervista

Speaker Cenzou: produrre musica nel centro di Napoli come “slanc motivazionale”

Una piovosa sera di febbraio al Lanificio 25. Siamo quasi a Carnevale e nel centro storico c’è voglia di far festa. Dai vicoli di San Gaetano il poliedrico Speaker Cenzou si trasforma in dj per un set dal sapore funky.

Cenzou appartiene al’incunabolo della classe hip hop napoletana. Muove i primi passi ne La Famiglia, lasciando un’impronta importante (nonostante la giovane età) nel Curre Curre Guagliò dei 99 Posse. L’esperienza di vita nel ventre di Napoli e la voglia di raccontare lo portano ad incidere l’album del suo esordio, Il bimbo Cattivo. Formato e ormai adulto partecipa poi al progetto artistico chiamato Sangue Mostro, un’evoluzione delle vecchie jam session che si tenevano a Spaccanapoli. Negli ultimi anni si è dedicato intensamente all’attività di produttore.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Cenzou prima del djset in quel di Portacapuana.

- Cosa rappresenta la tua musica nel panorama del Rap Napoletano di oggi?

Un punto di riferimento per molte persone. Ne sono certo perché i musicisti me lo vengono a dire. Il mio primo album Il bambino cattivo è stato il primo disco di Rap uscito dalla città di Napoli e per questo motivo posso dire che ha lasciato una pietra come simbolo di inizio.

- Se potessi fare un parallelismo tra la tua esperienza artistica ne La Famiglia e i Sangue Mostro, a livello di formazione, quali sarebbero le analogie e le differenze tra le due fasi?

Ti posso dire sicuramente tutte le differenze perché di analogie non ce ne sono molte. Quando ero ne La Famiglia avevo superato da poco la pubertà. Non ero consapevole dei miei mezzi e quella esperienza mi ha aiutato molto per conoscere una serie di realtà. Frequentavo Shaone, Polo e altri ragazzi più grandi che avevano molte cose da insegnarmi. Con i Sangue Mostro ho avuto un altro tipo di approccio. Mi ero già formato e il mio contributo è stato differente. Il primo disco dei Sangue Mostro è stata un’occasione per venire fuori da un periodo un po’ difficile della mia vita mentre con il secondo disco ho potuto dare voce ad un exploit che aveva raggiunto anche l’apice del mio trip da producer. Ho prodotto i tre quarti di questo secondo album.

Sono due esperienze importanti ma mi viene difficile metterle in parallelo, soprattutto per il periodo in cui le ho vissute. Penso sia più giusto dire che sono conseguenziali e subordinate.

- Ci puoi dire qualcosa della tua collaborazione con Pepp-Oh?

Si tratta di un sodalizio. Pepp-Oh è il primo artista prodotto dal Sodo Studio e attualmente sto producendo gran parte delle tracce del suo nuovo album. Sono diventato anche direttore artistico dell’etichetta Jesce Sole e questa cosa porterà all’interno della nostra label tutti i talenti che stanno gravitando attorno al Sodo Studio. Dopo l’estate uscirà il remake de il Bambino Cattivo. In occasione del ventennale mi sono concesso il lusso di fare il disco daccapo con una serie di collaborazioni tra cui anche quella di Pepp-Oh.

- Che cosa ne pensi della disputa tra Luchè e i 99 Posse riguardo al concerto sold out al Palapartenope?

In quel momento ero fuori città. Mi dispiace quando a Napoli invece di creare coesione vengono fuori queste dispute.

- Che cosa è per te il New Slanc?

Più che una canzone vuole essere un “motivazionale”. Un traino emotivo e spirituale. La mia musica spesso è scandita da grandi momenti di buio dai quali, attraverso la musica, ne viene fuori una luce che mi illumina la via per fare di meglio. Per elevarmi e slanciarmi. Da una esperienza del genere è nato il brano New Slanc e il video e tutto quello che è stato il cammino di questo anno e mezzo confluito nella produzione di Bc20. Prima di realizzare New Slanc non conoscevo la parola “resilienza”. Ho notato che ho fatto resilienza con New Slanc senza saperlo.

- C’è qualche artista della nuova generazione Rap e Hip Hop locale e nazionale che ti piace di più?

Di Pepp-Oh abbiamo già parlato. Bisogna citare anche Oyoshe, un artista molto valido che sarà all’interno della factory del nostro nuovo imbastimento. Non vorrei dimenticare Dope One che è una persona di grande caratura. Mi dispiace che questi ragazzi non abbiamo avuto un riscontro vasto al di fuori dell’hip hop undeground. Questa è un’era dove se non ti attieni a degli standard è come se non esistessi. Ci sono però tanti artisti che nonostante le mode del momento rimangono sempre dei capisaldi della musica. Come ad esempio i A Tribe Called Quest che l’anno scorso sono tornati con un nuovo inciso. Ho letto recentemente che in America dicono che i Migos possono essere i nuovi Beatles, secondo me sono dei paragoni azzardati. E soprattutto per questo motivo che credo che persone come me, Pepp-Oh o La Pankina Crew o come altre realtà che ci sono a Napoli possono continuare a fare la loro musica senza pensare che sia qualcosa di retrò. Allora dovremmo pensare che anche il ragù è retrò? Comunque credo che questo mondo è bello perché è vario e che c’è spazio per tutti. Nessuno deve annullare l’esistenza dell’altro. Si deve coesistere e imparare pacificamente cose gli uni dagli altri. In ambito italiano sono molto colpito da Ghali.

- Anche Fabri Fibra lo ha detto, lo sapevi?

Trovo in lui qualcosa di luminoso anche se non è il mio genere. Non posso negare l’artisticità quando la vedo. Nella nostra città molti artisti delle generazioni precedenti alle mie si sono fermati in un cerchio costruendo attorno a loro un margine, negando qualsiasi cosa ci fosse dopo. Questa cosa è antiartistica, come mi ha insegnato Enzo Avitabile. Non è possibile che alcuni musicisti del Neapolitan Power non legittimino quello che è venuto dopo di loro semplicemente perché non si tratta di loro. Enzo non lo ha fatto con me. Lui è maestro perché vuole insegnare e legittima i suoi alunni. Se da maestro invece neghi il fatto che possano esserci dei discepoli sei antieducativo. E purtroppo della generazione di Enzo ce ne sono molti così e questo è un motivo per cui tante cose a Napoli non hanno ancora preso il volo. Non c’è stata continuità nelle varie fasi dell’artisticità e nelle correlazioni. E io ho giurato a me stesso che non abbraccerò questo destino.

- Come vivi emotivamente la tua produzione musicale?

Nella mia carriera sono stato abbastanza discontinuo. Non ho fatto un disco all’anno, ho sempre preferito far uscire qualcosa quando sentivo che era il momento giusto. Piuttosto che far uscire qualcosa per seguire la catena produttiva. Sono troppo sensibile e fragile per stare dietro alle tournèe seguite immediatamente da un nuovo disco. E anche esigente con me stesso per far sì che un anno bastasse per mettere sul mercato un nuovo album. Vivo come dei film i miei lavori artistici. A volte mi dicono che dovrei costruirmi un personaggio e non fermarmi facendo tipo “le sei stagioni di The Walking Dead” ma io davvero non ci riesco. Io sono come Star Wars, faccio un film ogni tre, quattro anni. Godendomi la visione tra un film e un altro.

 

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