Slowtide – Interview

Data: 29 dicembre 2017 |

Slowtide – Interview

Slowtide, la musica è una forza sociale

Giunti all’ultima intervista dell’anno della rubrica dedicata ai gruppi e ai musicisti italiani con grande potenziale di cui certamente sentiremo parlare (vi prego, aiutateci a trovare un titolo più breve), vi presento gli Slowtide, una band italiana divisa tra sonorità post-rock e ambient. Ad aprile, la band, ha pubblicato il suo primo disco omonimo. Abbiamo raggiunto Annalisa Bosotti, la voce femminile della band, per qualche domanda di fine anno.

- Come d’obbligo devo farvi una domanda per i nostri lettori che non vi conoscono ma che sono desiderosi di farlo. Chi siete?

Siamo cinque musicisti, Michele Rossetti alla voce, Annalisa Bosotti – io -, alla voce, Carlo Fanchini alla chitarra, Mikel Peruch alla batteria e Lorenzo Crippa ai Synth e Programming.

Veniamo tutti dalla provincia di Novara, ma orbitiamo nella zona di Milano dove studiamo. Siamo tutti abbastanza giovani, tra i 22 e i 24 anni, e il nostro primo disco, dal titolo omonimo è uscito ad aprile dopo circa 3 dall’inizio della nostra collaborazione. L’album, prodotto da Lucantonio Fusaro e Claudio Piperissa dei MasCara per Prismopaco Records è stato anticipato dai singoli “Leeway” e “Alaska”

Abbiamo iniziato a suonare insieme nel mese di gennaio 2015, alcuni di noi venivano da altri progetti avviati. L’ultima arrivata sono stata proprio io: i ragazzi volevano una voce femminile per un brano e mi hanno chiamata a suonare. L’unione di voce maschile e femminile deve essere piaciuta molto, dato che poi sono rimasta come membro fisso.

- Un percorso molto lungo, durato appunto tre anni nella quale di certo avrete affinato la vostra amalgama. I brani che compongono il vostro disco sono nati immediatamente o venuti col tempo?

Molti dei pezzi li abbiamo pensati fin da subito, abbiamo pensato di far uscire subito due singoli, di lavorare solo sul disco e non avere progetti paralleli per fare un album compatto, unito. Per esserlo noi stessi.

- Adesso che avete fatto il vostro esordio, pensate già ad un nuovo lavoro? Che tempi vi date?

Non ne abbiamo ancora parlato in realtà, ma non vogliamo lasciar spegnere la curiosità, non vogliamo mollare del tutto le date e vogliamo continuare a farci conoscere in giro. Quindi stiamo parallelamente portando avanti il discorso “Slowtide2, ma anche pensando a delle novità. Magar, come nel primo caso, faremo uscire qualche singolo prima di un album intero.

- Siete giovanissimi, ma avete già girato parecchio, da indipendenti come vi siete organizzati per promuovere il vostro lavoro? Autonomamente o cercando dei supporti logistici? Pensate siano importanti all’inizio di un percorso come il vostro?

All’inizio non sapevamo affatto come muoverci, abbiamo iniziato a cercare date autonomamente e a suonare nei dintorni delle nostre zone di frequenza abituale. Quando avevamo in mente l’album e sapevamo ormai come realizzarlo, abbiamo ragionato con i ragazzi di Costello’s di Milano, durante le registrazioni, che ci hanno aiutato a trovare date. Diciamo che abbiamo combinato le cose.

- Domanda un po’ bizzarra da fare a chi ne fa ancora pienamente parte: che aria si bazzica nella scena underground?

Ne parlavamo poco tempo fa, quando siamo andati a suonare allo SMAV di Caserta. Tralasciando i gusti personali ci siamo accorti che in Italia è tornata tantissimo la musica italiana, specialmente il cantautorato in chiave più moderna. Quando fai uscire un disco lo lanci sempre un po’ dalla finestra: hai sempre un po’ paura che non ci sia il riscontro che ti aspettavi e quindi ci lavori sempre con molta attenzione, non solo in fase di registrazione. Cerchi sempre di sfruttare ciò che hai intorno a te: un servizio di booking, di ufficio stampa, ma anche andare alle serate di altri musicisti serve. La musica è prima di tutto socialità: conoscere altre band, stringere amicizie è importante, serve a far diventare il tuo prodotto non solo musicale ma anche a farlo apprezzare a persone che non lo ascoltano solitamente. Alcuni gruppi, al giorno d’oggi si allontanano da questo modo di concepire la musica. Sono band che sono riuscite ad emergere grazie ad un’immagine (social, pubblicitaria, etc.) memorabile ma che non hanno i contenuti per poter restare a lungo a galla, e soprattutto non sanno come crearli. Sono tante le uscite con un boom iniziale, si preferisce produrre tanti singoli fortissimi, perché hanno quasi lo stesso effetto e costano meno lavoro e soldi. La musica sta puntando su altro forse, si lavora molto sull’immagine. I piccoli gruppi che facevano parte della scena underground e che si contraddistinguevano da quelli elle Major oramai cercano di sfruttare, insieme alle proprie etichette, lo stesso concetto di visibilità, anche se in piccolo.

- Tornando a Slowtide, il vostro disco omonimo, volevo chiederti di descrivermi il processo di creazione dei vostri brani.

Nella scrittura dei pezzi, trovandoci bene tra di noi, essendo molto uniti, abbiamo deciso di lavorare sempre assieme, cerchiamo di concentrarci prima sulla musica lavorando sui suoni e su come far uscire il suono che vogliamo.

Poi ci poggiamo al testo, lavorandolo in relazione al suono. I testi non devono avere precisamente un senso, ma una sonorità importante. Nei nostri brani abbiamo scelto due voci maschili e femminili, una dualità uomo-donna, due timbri differenti, complementari, proprio perché diamo priorità all’aspetto sonoro.

- Quindi con i testi ragionate allo stesso modo dei Sigur Ròs o dei Verdena.

Esatto! Non riesco, personalmente, a scrivere un testo, anche se mi appunto frasi e simili. Puntiamo sulla musicalità. Tutti cerchiamo di dare spunti in ogni ambito. Cerchiamo di lavorare insieme su ogni lato. Così la batteria dice la sua sulle chitarre, la voce sui synth e viceversa.

- Vorrei parlare di due brani del vostro disco, Rats e Interlude. Analizzandoli mi è sembrato che si focalizzassero intorno ad un suono o un ritmo particolare, che li rende anche diversi dal resto del disco, spezzandolo nei punti giusti. È un modo di ragionare che vi appartiene?

Sono dell’idea che se troviamo un suono o un ritmo particolare che sia il fulcro caratterizzante del pezzo, come il synth e la batteria in Rats, allora debbano diventare preponderanti nel brano. Interlude è una delle canzoni più vecchie che abbiamo scritto, lì abbiamo cercato di mantenere molto le dinamiche, cercando di svuotare il tutto e di riempirlo improvvisamente. Rispetto a me, gli altri sono più razionali, ci si confronta spesso e si migliora assieme.

- Non voglio che sia la classica domanda sulla lingua inglese al posto di quella italiana, ma mi vien da chiedere: non solo una lingua straniera, ma anche un genere e uno stile che non appartengono al panorama italiano. Come mai avete scelto di allontanarvi così tanto dall’universo musicale di casa?

Anni fa, prima degli Slowtide, avevo un altro progetto e posso dire, che di mio mi son sempre trovata a cantare in inglese: come lingua la trovo molto musicale e semplice da rendere musicalmente. Puntare su un genere che in Italia c’è ma non riesce a fare lo step successivo non è stata una cosa voluta: viene dal nostro background che adesso è cresciuto. Non ci siamo cercati il genere, ma è venuto in modo naturale. Cerchiamo di lavorare bene qui, ma un occhio è puntato sempre all’estero.

- Tre consigli che daresti ad un musicista o ad una band emergente per riuscire in questo lavoro.

Il primo è essere creativi, far uscire subito la creatività, ma senza commettere l’errore di rimanere nel proprio piccolo, e non voler ascoltare orecchie estranee fuori dal progetto. Ci vogliono pareri obiettivi.

Il secondo è fare le cose nel modo più naturale possibile, mantenendo un profilo basso, bisogna essere fiduciosi nei propri brani rimanendo integri e con una dignità propria.

Il terzo è non farsi abbattere e crederci davvero. Se è la cosa che si vuole fare davvero bisogna nutrirla e crederci con tutte le proprie forze.

 

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