Shijo-X – Web Interview

Data: 13 novembre 2017 |

Shijo-X – Web Interview

Shijo-X: Un cammino tra intriganti simbolismi e animi instabili

Insieme ai tempi dispari del loro terzo album Odd Times ritroviamo gli Shijo-X, band di Bologna ma con un curioso nome giapponese, dalle sonorità che esplorano senza sosta nuove strade in un genere abbastanza cristallizzato come il trip-pop. Si tratta di un disco in profondità molto complesso e ricercato; abbiamo colto l’occasione di intervistarli per saperne qualcosa in più!

– Chi sono gli Shijo-X? E chi erano prima di incontrarsi in questo nuovo progetto?

Gli Shijo X sono attualmente formati da Davide Verticelli alle tastiere, Federico Adriani alla batteria e Laura Sinigaglia alla voce. Da qualche tempo Andrea Crescenzi ha lasciato la band ed, in questo tour, ci sta accompagnando Federico Fazia al basso: una vecchia conoscenza!

Anche dopo l’incontro in questo progetto siamo rimasti più o meno uguali, nel senso che ognuno ha idee, gusti musicali e pensieri differenti. Ciò che è cambiata è la necessità di mediare e trovare una sintesi di tutti gli stimoli che apportiamo singolarmente. Questo richiede molto tempo, pazienza e capacità di autocritica, quindi sicuramente ci ha fatto crescere da tanti punti di vista. Confrontarsi continuamente pone dei limiti alle singole personalità ma di fatto rende molto più interessante il risultato finale.

- Odd Times è il vostro ultimo disco, uscito lo scorso 5 maggio. Elogio agli psichedelici anni Settanta o considerazione sui tempi d’oggi?

Nessuna delle due cose, o per lo meno nessuna delle due in partenza! Direi che forse il risultato è una sintesi di quello che ascoltiamo da sempre (non solo gli anni settanta ma grazie ai gusti di ognuno, più o meno riusciamo a coprire tutta la musica esistente J) che comunque ha un sapore un po’ vintage, e di una costante ricerca di nuove sonorità e nuove band che riescano a dire qualcosa di diverso. In sostanza siamo divoratori di musica! Sicuramente in questo disco abbiamo cercato di fare un passo avanti verso sonorità più contemporanee, ma il processo non è quasi mai ragionato in partenza, era probabilmente un’esigenza che avevamo a prescindere.

- Quanto tempo ci è voluto per concludere l’album? Gli arrangiamenti dei brani sono curati maniacalmente, come s’intersecano le vostre identità nella composizione? Ma soprattutto, da cosa attingete per trovare l’ispirazione?

Il tempo di gestazione del disco è stato quasi infinito. Il passaggio da idee o semplici bozze a canzoni vere e proprie, complete di tutto l’arrangiamento è la parte più difficile. Abbiamo bisogno di molto tempo per raggiungere un risultato soddisfacente per tutti. E in questo modo mi collego alla seconda domanda, le personalità e le identità di ognuno di noi sono pienamente presenti negli arrangiamenti di ogni brano. Probabilmente se ognuno di noi lavorasse da solo sui brani degli Shijo X, le sonorità sarebbero diverse, ma in questo modo siamo obbligati a trovare una nuova forma espressiva, diversa da quella che istintivamente e singolarmente avremmo utilizzato, ma perfettamente aderente ai gusti di ognuno. È un processo strano e spesso ancora ci stupiamo delle soluzioni musicali di ognuno! In realtà non ho ancora ben capito come avviene!

Per quanto riguarda l’ispirazione, non ti so rispondere, da tutto in realtà! If a night, il nostro secondo disco, era incentrato su storie, quindi in qualche modo si percepiva un senso di distacco, un atteggiamento da “voce narrante”. Odd times, invece, racconta di stati d’animo molto personali tutti ruotanti intorno al concetto di disequilibrio, quindi in questo caso l’esperienza personale è stata più rilevante. Ogni canzone nasce da un’esigenza espressiva quindi credo che in realtà dipenda dall’esigenza del momento in cui solleviamo penne e strumenti.

- Il vostro ultimo lavoro è caratterizzato da nuance jazz mescolate all’elettro synth. Scoperta di nuovi percorsi, di evoluzione musicale, di sperimentazioni o cambio di stile? Secondo voi c’è bisogno di essere sempre mutevoli o è meglio restare coerenti alla propria linea?

Come ascoltatrice non sento la necessità di nessuna delle due, mi basta che si riesca a percepire la personalità dell’artista e la sincerità di quello che comunica. Ci sono grandi musicisti che continuano ad avere molti contenuti mantenendosi fedeli alla propria linea, pur riuscendo ad evolversi.

Come musicisti, invece, devo confessare che siamo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo! Non riusciamo molto a fermarci ma siamo sempre alla ricerca di qualcosa che vada oltre l’ultima cosa che abbiamo fatto. È una sorta di terapia, perché è molto facile diventare ripetitivi e annoiarsi dei propri lavori. Quindi per noi andare avanti è fondamentale! Parlerei sempre di evoluzione, e se questo porterà a cambi di stile, ben venga. Non ci poniamo troppi limiti.

- Spulciando il vostro tour estivo vi sono molteplici date europee. C’è qualche differenza tra il pubblico estero e quello italiano? Come vi relazionate con i fan e con l’organizzazione?

La grande differenza è che all’estero sono un po’ più curiosi dal punto di vista musicale, quindi sono più predisposti ad andare a sentire band sconosciute. Fa parte della loro routine, mentre in Italia questo un po’ manca. D’altro canto, anche per quanto riguarda i generi musicali, la fruizione è abbastanza aperta ed elastica e l’inglese non è percepito come un ostacolo ma come un mezzo per comunicare e interagire con realtà di tutto il mondo.

In Italia c’è una maggiore standardizzazione per generi e quindi è più faticoso fare musica che non può essere inserita in un vero e proprio genere. Per questa tipologia di gruppi è più difficile suonare e di conseguenza il pubblico non ha a disposizione una grande fetta di possibilità musicali. Poi l’inglese ovviamente è uno scoglio. Ma credo che in realtà tutto ciò sia un impedimento più collegato al sistema ed allo status quo che ad un effettivo problema. In potenza il pubblico italiano è assolutamente predisposto ad assorbire la musica più disparata, andrebbe solo coltivato questo settore e diffuso il maggior numero di tipologie musicali possibile.

- Quale canzone del vostro ultimo disco pensate vi rappresenti maggiormente? Quella che mettete sempre in scaletta.

Sicuramente in questo momento non potremmo mai eliminare Spiral dalla scaletta. È uno dei primi brani che abbiamo scritto, è spigoloso e molto scuro. Per certi aspetti è molto lontano da quello che avevamo scritto prima ed, in questo senso, sicuramente segna un momento di passaggio. Incarna perfettamente il senso di stranezza e disequilibrio che permea tutto il disco e nonostante sia molto ruvido, viene sempre recepito particolarmente bene dal pubblico.

- Volendo dare uno sguardo al panorama musicale italiano di oggi, vediamo che nella scena italiana predomina uno stile musicale differente al vostro. È difficile mantenersi a galla in questo panorama, oppure vi rivolgete prettamente all’estero?

Sicuramente come dicevo prima, non è facile, soprattutto per l’inglese. Anche se in realtà la risposta è positiva anche in Italia, è solo più difficile trovare la strada per arrivare. L’estero fa indubbiamente parte dei nostri obiettivi, ma semplicemente perché l’idea di poter comunicare senza confini ed arrivare al maggior numero di persone possibile, è assolutamente stimolante. L’ideale sarebbe riuscire ad avere un proprio seguito in Italia, lasciandosi la possibilità di proseguire il percorso all’estero.

- Cosa dobbiamo aspettarci ora dagli Shijo-X?

Intanto stiamo lavorando ad un nuovo video che speriamo uscirà a breve!

E poi speriamo di continuare a fare ancora musica, nuova ed interessante!

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