Sarah Stride – Intervista

Data: 7 luglio 2017 |

Sarah Stride – Intervista

Sarah Stride, l’alchimia degli opposti che convivono

La parola che mi viene in mente per prima quando penso di descrivere Sarah Stride è “dualità”. Mi riferisco, in particolare, alla straordinaria capacità dell’artista milanese di conciliare elementi che sembrano agli antipodi, oppure di optare per lo scontro fra entità opposte, generando un attrito creativo proficuo e pieno di spunti. Volo e schianto, inizio e fine, follia e ragione, elettronica asciutta e cantautorato vecchio stile, vita passata e aspettative. C’è posto (e tempo) per tutto nel suo ultimo EP “Schianto, sintomo di un’identità artistica solida, che accetta le proprie evoluzioni con curiosità.

Al di là della voce (particolarissima) e dell’ottima qualità della scrittura lirica e melodica, Sarah dimostra di avere tanto da dire, e con l’intervista che segue ci ha reso partecipi, per una piccola parte, del suo processo creativo.

- Questo EP è la costola di un lavoro più ampio in uscita in un prossimo futuro. Come mai hai deciso di farlo uscire in anticipo sul resto del disco? E’ un semplice antipasto oppure queste quattro tracce hanno un significato particolare per te?

Entrambe le cose. Quest’ultimo lavoro si stacca molto dai miei precedenti album e mi è sembrato giusto avanzare in questa svolta proponendola in modo graduale. Tutte le tracce di questo disco hanno un significato molto particolare per me ma abbiamo optato per queste quattro perché ben rappresentative di tutto il mondo sonoro e tematico che arriverà quest’autunno con l’album completo. In più, sono una discepola degli estremi e in questo Ep sono contenute la prima canzone scritta Il figlio di Giove e l’ultima Schianto. Rimane da scoprire cosa c’è nel mezzo!

- Tensione al volo che però non basta, schianto con il suolo. Un dualismo molto radicato in queste quattro tracce, che trasmettono però un messaggio cupo, un senso di qualcosa di infausto. Sembra quasi che non ci sia speranza…o sbaglio?

Sì, il dualismo e la contraddizione tra l’intenzione e la messa in atto sono temi fortemente presenti all’interno di tutti i brani così come lo è quello della difficoltà di potersi manifestare al mondo in aderenza alla propria natura più profonda. Ma in tutto questo annaspare la speranza c’è, non è mai dichiarata né resa esplicita ma è un sottofondo che permea l’intero album e che è pronta per essere scoperta. Chissà che i Barbari, la follia, la caduta o tutto quello che ad un primo sguardo possiamo giudicare come negativo, non saranno proprio le cose che ci salveranno…

- I testi di “Schianto” scendono molto in profondità: si parla di identità, del proprio posto nel mondo, di desideri, dell’impatto con l’asfalto della realtà. Qual è stata la scintilla (o il percorso) che ti ha spinto a scegliere questi temi?

Abbiamo appena parlato di dualismo, ecco, in questo caso non credo possa esistere nessuna scissione tra la propria vita e le proprie creazioni. L’arte è uno specchio, raccoglie, condensa e restituisce tutto quello che ci attraversa. I testi di Schianto sono frutto della vita, del percorso e dell’evoluzione di questi anni. La vera differenza con i precedenti dischi è stato lavorarci a quattro mani, per cui inevitabilmente si è passati da una dimensione fortemente individuale ad una più condivisibile. Io e Simona abbiamo passato molto tempo ad individuare solo ciò che aveva davvero urgenza di essere comunicato e altrettanto per trovare il modo di trasmetterlo nella maniera più chiara e diretta possibile. La vera scintilla è stata quella di sentire da subito un abbandono del proprio ego in favore di quella terza entità, molto più potente, che era la canzone.

- L’EP è intriso di sonorità elettroniche asciutte, ruvide, molto potenti ed evocative, eppure si distaccano molto da quello che hai mostrato nei lavori precedenti. Stai sperimentando oppure hai trovato la tua nuova strada?

Così come si sono evolute le tematiche esposte in questi testi altrettanto lo ha fatto la produzione artistica di Kole Laca che si è sposata perfettamente con l’urgenza e l’essenzialità di cui abbiamo appena parlato.

Arrivando da due album prettamente alt-rock, inizialmente si era pensato di mantenere un suono di band al quale miscelare la produzione elettronica. Strada facendo però ci siamo accorti che le due cose si escludevano abbastanza a vicenda e che il suono più asciutto, diretto e al contempo molto tribale di Kole era il vestito perfetto per tutti i brani del disco. Sicuramente una strada entro la quale c’è ancora molto da sperimentare ma che sento essere quella più coerente con la scrittura di questo momento.

- La sintonia con Kole Laca e Simona Angioni ha dato degli ottimi frutti. La collaborazione con altre persone ti crea mai delle difficoltà?

Ahahahah sempre, ho litigato praticamente con tutti i produttori con cui ho lavorato! Mi credi se ti dico che è stata davvero la prima volta in cui ho lavorato in modo così sereno con altre persone?! Come immagino accada a chiunque si occupi d’arte, considero le mie canzoni come una delle cose più intime di me e come creature da proteggere. Riuscire a non vivere l’intervento altrui sul proprio lavoro come un’invasione, per me è sempre molto difficile ed è stata una conquista degli ultimi anni. Penso che affinità elettive e fiducia siano le parole chiave per poter collaborare in modo proficuo e soddisfacente ed in questo caso direi che è andata proprio così.

- Quanto è importante secondo te il ruolo della scrittura in una produzione musicale?

Per scrittura io intendo la costruzione del brano sia in termini di composizione melodico/armonica che di stesura lirica. In questo senso credo che la “scrittura” ovvero il messaggio che si vuole dare, sia la cosa più importante nella produzione musicale perché viene molto prima del vestito che le si metterà addosso. Poi esistono generi che si basano sull’esatto contrario, quindi semplicemente sulla produzione in termini di suono dove la scrittura passa totalmente in secondo piano ma francamente mi interessano molto poco.

- C’è una cosa che mi incuriosisce molto del fare arte in genere: la varietà dei processi creativi. Alcuni sono più tecnici e limano l’idea fino alla perfezione, altri sono istintivi e si lasciano trasportare da se stessi, altri ancora credono che le canzoni vivano nell’aria e vanno solo raccolte. Com’è il tuo approccio?

Che bella domanda! Io credo nella validità e soprattutto nell’intrecciarsi di tutti questi tipi di approccio. Penso che sì, i “prodotti artistici” vivano una propria vita indipendente e che noi siamo dei canali attraverso cui, quello che possiamo chiamare simboli o archetipi, possono assumere una forma e diventare condivisibili. In questo senso, le canzoni, i quadri, i libri, vivono nell’aria ma ci vuole una grande disciplina per essere pronti a raccoglierle nel momento in cui si manifestano. Personalmente credo succeda la stessa cosa con l’intuizione, mi capita spesso di stare giorni magari solo su una frase o su un concetto senza cavarne un ragno dal buco finché ad un certo punto smetto di pensarci e magari mentre faccio la spesa o sto guidando tutto mi si chiarisce e devo fermarmi subito a raccoglierlo! Una volta mi disperavo per la frustrazione dei momenti in cui nulla arriva, ora ho imparato ad avere fiducia nel fatto che se io metto tutto quello che ho in ciò che sto facendo, quello che deve arrivare, arriverà.

- Video-art, pittura, teatro, cantautorato; sei un’artista eclettica, a tutto tondo. Quanto hanno influito le altre forme d’arte che hai praticato nel tuo lavoro come musicista?

La musica è sempre stata la mia modalità di espressione principale ma ho una formazione accademica legata alle arti visive e ho un modo di pensare e comporre sempre molto legato alle immagini.

Per me la contaminazione tra diverse discipline artistiche è una conditio sine qua non del fare arte, tutto ciò a cui partecipo è sempre intessuto al fare musica, vedere un film, una mostra, leggere, è preparare il terreno per quello che sarà un nuovo brano, video, uno spunto per un live ecc..

- Sono un appassionato di storie, in particolare di quelle legate alla musica. Tu lo fai da almeno vent’anni; hai un aneddoto, qualche esperienza significativa da raccontarci?

Questo non so se si può raccontare, vedi tu! Avevo 19 anni e facevo i cori in un progetto nel quale al basso c’era il mitico “Gallo” (Claudio Golinelli). Stavamo andando a registrare in uno studio nelle colline senesi e in macchina fumavamo tutti tranne il tour manager che stava guidando. In furgone non avevamo niente da bere e ad un certo punto del viaggio ognuno di noi aveva in bocca un panino ripieno di sabbia da non riuscire più a parlare, facevamo solo gesti di disperazione quando appariva un’insegna Autogrill, ma niente da fare, driver in fase punitiva non si fermava mai. Usciti dall’autostrada ci siamo dovuti fermare ad aspettare la macchina del Gallo che nel frattempo era stato fermato dalla Polizia e alla domanda “Precedenti penali?” aveva risposto “Dio bono, sono il bassista di Vasco, certo che ho precedenti penali!”, io e il batterista abbiamo letteralmente mangiato l’erba sul ciglio della strada!!

- Toglimi una curiosità sul video de “Il figlio di Giove”. Da dove è venuta fuori l’idea di usare tutto quel latte?

Per farmi venire un’idea su di un possibile videoclip ho passato giornate intere a farmi dei playback con il cellulare e il bastone per i selfie incastrato nella cesta dei panni sporchi (forse avrei dovuto fare un video con tutti quei tentativi comici! Io che schiaccio play e poi corro nell’inquadratura del telefono, il telefono che cade ecc…). Ad un certo punto, memore di quel capolavoro di video che è “No Surprises” dei Radiohead, ho iniziato a fere dei tentativi nella vasca da bagno.

L’idea del latte è venuta di conseguenza al fatto che volevo essere immersa in una sorta di limbo, di mondo “altro” e quindi in un un luogo che non fosse riconducibile.

250 litri e 6 ore di immersione, ho avuto una pelle pazzesca per una settimana!

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