Ry Cooder – The Prodigal Son

Data: 4 giugno 2018 |

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Ry Cooder – The Prodigal

In questi giorni mi è ricapitato fra le mani The Land Where The Blues Began, un classico della letteratura musicale che tutti gli appassionati di blues hanno letto o hanno il dovere di leggere almeno una volta nella vita. Si tratta di un libro straordinariamente affascinante, che segue da vicino le vicende e le riflessioni di Alan Lomax, uno dei più grandi etnomusicologi della storia, nel suo viaggio attraverso le primitive radici della musica dal Mississippi all’Europa. Di song hunters come lui non ne sono rimasti molti, e sarebbe pleonastico spiegare il perché nell’era del digitale, ma il fatto che l’informazione sia accessibile non deve portarci a darla per scontata. C’è ancora bisogno di esplorare, riscoprire, analizzare, ricordare. La musica ne ha bisogno. Sarà un caso, ma in questi stessi giorni mi trovo ad esprimere un parere su quello che io considero, nell’ipotetica ricerca di un moderno Lomax, il candidato migliore: Ryland Peter Cooder, per gli amici Ry, non è soltanto un grande chitarrista, ma è anche e soprattutto un grande viaggiatore.

Se avete ascoltato (o visto) Buena Vista Social Club, sapete di che cosa sto parlando. In ogni caso, la sua ricerca etnomusicale ha sempre avuto un respiro amplissimo, arrivando a toccare culture molto diverse tra loro, dal raga indiano alla musica africana. Questo compositore californiano è un song-hunter anche lui, a modo suo, perché non si limita a raccogliere, catalogare e raccontare, ma si spinge oltre nell’intento di interiorizzare e far proprio quello che trova, producendo a colore. Mezzo secolo di attività devono avergli fatto venire una certa nostalgia di casa, perché negli ultimi anni la sua attenzione si è di nuovo concentrata sulle patrie vicende. Come tutti i musicisti di un certo spessore e di una certa età, Cooder ha dato voce alle sue opinioni politiche senza tanti peli sulla lingua, si veda Election Day del 2012, prima di dedicarsi in maniera quasi esclusiva ai tour in giro per il mondo. Dopo sei anni, il figlio Joachim lo ha convinto ad incidere di nuovo. Da qui in poi, comincia il racconto di The Prodigal Son.

Geograficamente non ci siamo spostati, siamo ancora negli Stati Uniti, ma temporalmente ci siamo spostati indietro di diversi decenni. Con Prodigal Son Cooder risale la corrente fino alle origini del blues di matrice nordamericane, spirituale e provocatorio, ed equamente carico di malinconia e speranza. Si tratta di un album introspettivo, metafora di un decadimento di valori che avvolge il mondo moderno, a tratti forse un po’ moralista e didascalico: musicalmente parlando, è un misto di roots blues e gospel dal forte sapore di palude umidiccia e prateria sconfinata. Da Willie Johnson a Woody Guthrie, Prodigal Son è un inno alla nostalgia per una certa tempra morale e un certo modo di fare musica.

Apre il disco un dolce remake di Straight Street dei Pilgrim Travelers, trasformata per l’occasione da gospel a ballata country. Shrinking Man e il suo mandolino elettrico sono stati scelti da Cooder come apripista dell’album, e per una buona ragione. Un blues da manuale, foot tapping garantito. Simpatico il fischiettare di Gentrification, incentrata sullo strapotere dei “Googlemen” e sul costo sociale dello stile di vita Starbucks & Smartphones. Energico predicatore nella title track, bluesman malinconico in You Must Unload e Harbor Of Love, sciamano che esorcizza la paura della morte in I’ll Be Rested When The Roll Is Called, Cooder è capace di attingere al suo enorme bagaglio di esperienza per darci un assaggio di ogni pezzo della sua anima. La qualità degli arrangiamenti è indiscutibile, tanto quanto lo è quella dei testi nei tre pezzi originali composti per l’occasione. Jesus and Woody, ad esempio, è un piccolo gioiello, semplice nella forma ma profondo e toccante nel modo di raccontare l’immaginario incontro fra Gesù e Woody Guthrie. “You were a dreamer, Mr. Guthrie, and I was a dreamer too”.

In sintesi, il ritorno di Ry Cooder sulla scena discografica mondiale non è di quelli particolarmente esplosivi, ma da un artista di questo spessore, dopo cinquant’anni di carriera, non ci si aspetta il botto quanto piuttosto la coerenza. Il viaggio di Cooder intorno al mondo della musica non poteva non riportarlo, prima o poi, alla sorgente artistica da cui ha attinto avidamente nel corso degli anni: il blues delle origini, rivisto con gli occhi dell’uomo navigato e restituito al pubblico con il suo stile inconfondibile. The Prodigal Son è tutto sommato un disco semplice da capire e da ascoltare, che saprà di reunion per tutti i suoi fan più accaniti e darà forse poco a chi non mastica il genere con piacere. Si tratta, comunque, di una pagina doverosa per un libro che racconta la storia del mondo attraverso le note di una chitarra.

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