Robert Glasper Experiment @ Pomigliano Jazz

Data: 3 agosto 2017 |

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Robert Glasper Experiment @ Pomigliano Jazz

Robert Glasper Experiment, suoni moderni e stile tradizionale

Lo so è diverso, ma tu dici che vuoi salvare il Jazz, come lo salvi il Jazz se nessuno lo ascolta? Il Jazz muore per colpa di quelli come te. Tu suoni davanti a gente di 90 anni al Light House. Dove sono i ragazzi, dov’è il pubblico giovane. Sei così ossessionato da Kenny Clarke, Thelonius Monk, quelli la erano rivoluzionari. Tu come puoi essere un rivoluzionario se sei così tradizionalista? Resti aggrappato al passato, ma il jazz parla di futuro.

Così parla John Legend a Ryan Gosling in La La Land. Devo perdonare a me stesso l’aver citato questo film che reputo tanto sopravvalutato quanto di cattivo gusto. Eppure, in quella marmaglia di fatti inconcludenti che compongono la love story tradizionalista americana, questa frase, questo singolo passaggio di sceneggiatura mi ha colpito così tanto da rimanermi impresso. Ieri sera, durante il concerto di Robert Glasper Experiment al complesso basilicale di Cimitile, per il Pomigliano Jazz, nel vedere coi miei occhi il disco recensito l’anno passato, come una saetta mi è tornata alla mente.

Il Jazz, genere di nicchia per antonomasia, feticismo dei puristi, adorato dai “tradizionalisti”, da quelli del complesso di superiorità, è destinato a diventare, pian piano, un ricordo. Lo ha dimostrato anche il livello di pubblico presente ieri, a Cimitile, dove l’età media dei partecipanti superava i venticinque anni. C’è poco interesse da parte del pubblico giovanissimo, poca passione per una musica che ha fatto la storia, che ha cresciuto generazioni di ascoltatori, musicisti, che ha influenzato tutto l’universo musicale conosciuto. C’è bisogno di rivoluzione, c’è bisogno di compromesso, c’è bisogno di modernità. Ed è proprio ciò che Robert Glasper, con il suo progetto, prova a fare.

Sul palco del Pomigliano Jazz suona ArtScience, l’ultimo disco del pianista texano, accompagnato da Casey Benjamin ai fiati, tastiera e vocoder, Mike Severson alla chitarra, Burniss Travis al basso e Mark Colenburg alla batteria.  Sempre alla ricerca di nuove sonorità, immerso in un appassionato mix di jazz ed elettronica, il progetto musicale di Glasper si caratterizza per la quantità di influenze e contaminazioni diverse mescolate insieme. Dal soul all’ambient, dal purismo jazz all’elettronica, tenendo ben presente le radici e gli standard ma con la voglia e il desiderio di superarli, di andare oltre. Il risultato è quanto mai originale: un contrasto di voci diverse, a tratti incastrate al millimetro e a tratti forzate che si fanno eco tra loro, perdendosi nell’infinità delle note, ritrovandosi in momenti inaspettati, scomparendo del tutto o diventando melodie predominanti.

Un’esibizione da inchino. Robert Glasper e il suo nucleo di musicisti segue nelle dinamiche e nel modo di suonare i postulati jazz di conflitto e compromesso: ogni singolo strumento ha una voce propria che pare suonare singolarmente, in solitaria, come se seguisse un proprio ideale percorso. Una sensazione illusoria, in realtà ogni musicista sa perfettamente come muoversi e dove andare, sa bene come giostrare le armonie, le dinamiche, che spazio dare all’improvvisazione e ai soli, sa bene come ribellarsi alle catene imposte del pezzo ma anche fin dove può spaziare senza distruggerlo. Segno di maturità, di conoscenza delle proprie possibilità e di quelle dei compagni. Segno di fiducia.

Il jazz in fondo è questo, la metafora di una famiglia, il simbolo dell’unione di una comodità tanto diversa ma accomunata da un singolo, unico obiettivo, che in questo caso si traduce nella volontà di dar vita ad una musica che dialoga, non solo sul palco attraverso le diverse “lingue” dei diversi strumenti, ma anche fuori dallo stage, arrivando fino alle orecchie del pubblico e passando di lì, al cuore.
Robert Glasper e soci sono tutto questo, fiducia, competenza, sentimento, emozione. Testimoni: il pubblico e lo spettacolare scenario delle mura paleocristiane di Cimitile.

Il live è un susseguirsi di colpi d’arte di alto livello, dove predomina instancabile il suono delle note suonate dalle mani di Robert, ma che vede “l’intrusione benvenuta” del tocco frenetico, martellante ed esperto di Mark Colenburg, e della chitarra di Mike Severson. Poco spazio viene preso dal bassista Burniss Travis, l’unico, in qualche occasione a non riuscire ad intendersi alla perfezione con Robert e le sue linee divaganti. Problemi esecutivi, e problemi tecnici sempre presenti, a parte, lo spettacolo si presenta entusiasmante ed esaustivo. Il palco è tenuto con grande maestria da parte di Robert e della band, soprattutto di Casey Benjamin, al vocoder, che con la propria, eccentrica presenza scenica coinvolge il pubblico a seguire con gli occhi e non solo con le orecchie lo spettacolo. Si inizia con Tell Me a Bedtime story e si continua con This Is not Fear, Find You, Human, Let’s fall in love. Non mancano sorprese sia nel mezzo del concerto, come quando dopo una versione rivisitata di Roxanne dei The Police, Robert fa alzare il pubblico – ulteriore segno di innovazione e di desiderio di andare contro le regole imposte – per invitarlo sotto palco. Il finale vede un’interpretazione in chiave elettro jazz di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana.

Modernità è di certo la parola chiave, quella da cui parte tutto il lavoro di Robert Glasper Experiment. Modernità, voglia di sfatare i miti, i dogmi, di rompere muri e pilastri, con professionalità e tecnica e con quello spirito Jazz che nel suo stesso significato emotivo e semantico vuol dire: rivoluzione.

 

Report a cura di: Sergio Mario Ottaiano

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