Rancore – Interview

Data: 19 giugno 2018 |

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Rancore – Interview

Rancore: la vita come un film di Aronofsky

È da poco uscito il suo nuovo album  Musica per bambini, Rancore lo presenta in giro per l’Italia durante una serie di Instore. Il 7 giugno in occasione di quello alla Feltrinelli di Napoli a Piazza dei Martiri, abbiamo avuto l’occasione per farci raccontare dal rapper romano il suo nuovo album.

Musica per Bambini è il titolo del tuo nuovo album. È in antitesi col rap che fai, come mai questo titolo? È un attacco alla nuova scena rap/trap?

Sicuramente il titolo del disco è un po’ un ossimoro, poi ascolti il contenuto e non trovi esattamente musica per bambini dentro. Inizialmente il titolo è nato non come una critica ma una provocazione più alla musica italiana in generale che alla scena rap/trap. Non ho mai avuto l’interesse nel fare rime che vadano contro qualcuno nè dischi che si basino sul lavoro degli altri. Mi piace far sì che le rime e i dischi che faccio viaggino indipendentemente dal mondo che li circonda, nonostante ne siano lo specchio.  L’aspetto critico e provocatorio finisce nel momento in cui inizio a scrivere questo disco. L’ho iniziato a scrivere rendendomi conto che il primo ad essere un bambino sono io. Da un certo punto di vista ero proprio io il primo a voler esprimere quel senso di fanciullezza, quella sofferenza, quel senso di alienazione. Ho deciso di spiegarlo con le parole più dirette possibili, quasi come se fosse un urlo, senza girarci troppo intorno, sebbene chi non è abituato al mio modo di fare rap potrebbe vederlo come un lavoro cervellotico. Nel mio caso sono stato molto diretto, molto esplicito da un certo punto di vista. Alla fine quello che è venuto fuori è un disco nel quale mi spoglio completamente in una sorta di critica, non tanto verso il mondo esterno, quanto a me stesso in relazione al mondo dove questa incomunicabilità viene stranamente comunicata. Un’incomunicabilità che viene raccontata nel disco in tutti i modi possibili fino a diventare comunicazione.

Quello che oggi i rapper non fanno più.

Questo non lo so, alcuni lo fanno, altri un po’ meno. Alcuni hanno puntato ad un certo aspetto dello scrivere e della musica, altri ad un altro. Nessun metodo è giusto o sbagliato, nessuna cosa è eterna. Sicuramente tutto è ciclico e tutto cambierà un giorno o magari già sta cambiando in questo momento. Sicuramente Musica per Bambini è un disco che cerca di mantenere un concept, che cerca di mantenere un’idea  e un filo conduttore per tutto il lavoro.

Qual è stato il tuo modus operandi per la scrittura del disco? È nato in studio? Hai scritto i testi senza le strumentali o hai contattato i producer per farti fare basi ad hoc, magari prendendo spunto da elementi che avevi ascoltato in giro e ti sono piaciuti?

Sicuramente non l’ho scritto in studio, ma segregato dentro casa. Non sono più uscito di casa per svariati mesi, non che prima uscissi così tanto, però in particolare per questo disco sono rimasto veramente chiuso in casa, quasi che non ho fatto in tempo a pulire casa o a pagare le bollette della luce, tanto da rischiare di non finirlo perché rimanevo al buio. Sono molto contento di come è andata a finire questa storia in quanto è il primo disco che mi produco tra virgolette come “direzione musicale” da solo. La direzione musicale sono riuscita a farla grazie  ovviamente all’aiuto di produttori e musicisti, però principalmente ogni suono, ogni scelta musicale l’ho diretta io. Quindi musica e testi sono nate in maniera complementare, la musica si evolveva mentre si evolveva il testo e già erano in apertura delle tracce nuove.

Sei stato il direttore d’orchestra del tuo disco!

Si assolutamente! Appunto mentre scrivevo la sceneggiatura si creava la colonna sonora in un certo senso. Pian piano questo film prendeva sempre più forma, ma ovviamente ancora prima di finire di girare una scena già stavo iniziando a girare quella successiva mettiamola così, fino a che non si è creato un qualcosa che mi ha fatto capire di essere giunto ad una conclusione almeno per quello che riguarda i punti fondamentali, le costole di questa spina dorsale che appunto costituisce questo disco, per poi dopo andare a fare tutto un certo tipo di lavoro anche grazie ad esempio all’aiuto di Marco Zangirolami che, nonostante la differenziazione dei vari musicisti e produttori che ho messo in contatto (in realtà sono io il gancio perché tante persone manco si conoscevano e magari sono nella stessa produzione), siamo riusciti a dare un’uniformità  sonora a tutto quanto il disco. L’album è nato mettendo in dubbio sempre tutto, per mille motivi, perché è il primo disco che faccio dopo anni in cui non realizzo i dischi completamente da solo ed è un lavoro nel quale faccio anche tra virgolette da produttore sebbene io non lo sia. È un disco nato mettendo in dubbio sempre tutto affinché le cose vengano lavorate, considerate per dare la giusta importanza ad ogni aspetto.

Mi viene spontaneo a questo punto chiederti, visto che hai parlato del tuo disco come di un film, a quale potresti associarlo o a quale regista lo affideresti per farlo trasformare in un film?

Credo Aronofsky. In realtà lo farei dirigere da Aronofsky, ma con Jim Carrey come attore perché è un disco che ha degli aspetti molto tragici. Pensiamo a un Requiem for a dream, un film dove dentro ci trovi tutto, da riprese di un certo tipo, colori di un certo tipo, recitazioni di un certo tipo e argomenti molto pesanti, complessi che si intrecciano. Non c’è pietà in quel film, non c’è pace, il mondo sta crollando in un certo senso, più va avanti nel film e più crolla il mondo. Però questo disco ha sia questo aspetto che un aspetto autoironico dove appunto un buon Jim Carrey potrebbe riuscire con le sue espressioni ad aprire i concetti che verrebbero troppo chiusi nella serietà. Se non ci fosse Carrey in The Truman Show, questo film avrebbe tutt’altro tipo di linguaggio. Invece in canzoni come Depressissimo possiamo vedere lo stile serio che magari cerca di spiegarti qualcosa, anche qualcosa di inspiegabile tutto sottolineato da un’ironia e da un’autocritica.

La depressione è la malattia più frequente della nuova era, ne parli nella quarta traccia del disco.  Ne hai sofferto anche tu? Non credi che oggi la parola depressione sia abusata dai giovani?

Penso che tutte le parole pesanti siano abbastanza abusate oggi come oggi perché è facile riuscire con una parola pesante a catturare l’attenzione. Siamo in un mondo che vuole attenzione e la vuole immediatamente, quindi utilizza parole forti. È il motivo per il quale troviamo tanti concetti anche inutilmente banali dentro canzoni, film, libri, come dire anche la volgarità é utilizzata in maniera meno profonda di una volta, la volgarità può essere anche profonda, oggi come oggi è utilizzata così, solo per trarre quell’attenzione che ovviamente è alla base del bombardamento mediatico che tutti noi viviamo. Credo che sia una parola in parte abusata quella della depressione, in parte però credo che sia anche una parola tenuta segreta da tante persone che soffrono di questa malattia e magari non hanno sempre  il coraggio di dirlo oppure la confondono con qualcos’altro. Ciò nonostante, secondo me, è comunque una emozione  abbastanza comune e normale nel momento in cui uno non riesce a stare al passo con i tempi che si modificano giorno per giorno e fanno di tutto per toglierti il terreno sotto i piedi senza sostituirtelo con nulla. Quindi tu andrai ad aggrapparti sopra perché se perdi il terreno sotto ti aggrappi sopra, qualcuno ti dà la mano sopra ma è la stessa persona che ti ha tolto il terreno sotto tanto da non ritrovarti più, ti depersonalizzi. Nella depersonalizzazione che abbiamo tutti quanti noi alcuni non riescono ad avere gli anticorpi giusti per sconfiggere una depressione che potrebbe diventare malattia della nuova era.

In Beep Beep parli di droga, di malavita, di sesso. Mi ha colpito il verso “nessuno mi crede se dico che/ sono solo un tossico non sono un delinquente”. Ma tu nella vita sei Beep Beep o Willy il Coyote?

Io nella vita sono Beep Beep e fondamentalmente intorno a me vedo delle cose che filmo e che spiego. Non tutte le cose che vedo le vivo in prima persona, alcune sono voci di persone che non possono avere questo mezzo per poter comunicare. Tutte le cose di cui parlo in Beep Beep non sono così piacevoli né così lineari con tutto quello che c’è nel resto del disco o in gran parte del disco. Sicuramente lo scopo di Beep Beep non è sottolineare questo, ma è come fuggire da questi mali come chi mi accusa di essere un tossico perché mi vesto in un certo modo, chi mi accusa di essere un delinquente perché  mi vesto in un altro modo, non so come spiegarlo, parla anche dei mali che ho visto fare ad amici che magari ho e che stanno nella malavita, come amici che stanno in chiesa, è sempre importante conoscere i vari aspetti del mondo. Per sfuggire a questi mali quel pezzo cosa fa? Unisce significato e significante, va a trecento chilometri l’ora come se andare a 300 km aiutasse a scappare da certi mostri, a sconfiggere certi mali e Willy il Coyote sta lì, ti prepara una trappola ma sei talmente veloce che manco ti vede.  Poi dice “Ma funziona o no?”, la prova e ricade nella sua stessa trappola. Beep Beep proprio perché non ha guardato nè a destra nè a sinistra riesce a salvarsi.

Sei un veterano della scena, ne hai vinte di battle. Ci fai un resoconto della scena romana. Secondo te il rap femminile a che livelli è oggi in Italia e cosa pensi di chi usa il dissing solo per ottenere notorietà?

Son sempre stato un fan della scena romana! Negli ultimi anni ho collaborato con quella che è appunto la scena romana, col Danno (Colle der Fomento ndr.), da poco è uscito il featuring con Mezzosangue e sono molto contento di essere riuscito a creare grazie alla musica anche un’unione nuova che magari non si era vista a Roma. Non è che mi devono dare chissà che premio però ho collaborato sia con Danno che è una leggenda a Roma, sia con Mezzosangue che è uno dei nomi nuovi tra i più interessanti e profondi di quello che è il rap romano. Roma l’ho conosciuta ancora meglio e ci ho danzato insieme ancora di più. Non posso negare che la scena romana ha fatto scuola in tutta Italia e uno dei miei rapper preferiti che purtroppo non c’è più (Primo Brown ndr.) l’ha dimostrato.

Il rap femminile mi ha sempre affascinato proprio perché ho sempre visto appunto un grande tentativo di rompere una serie di regole, cosa che il rap femminile fa molto bene in un certo senso anche per un certo tipo di argomenti che porta. Negli ultimi anni vedo che si è molto più intensificato e questa cosa mi fa molto piacere perché negli anni precedenti in cui lo seguivo non era così presente, forse per il fatto che il rap si sia divulgato ancor di più che è aumentata  la possibilità di portare linguaggi e sensibilità diverse perché sicuramente l’uomo e la donna hanno due sensibilità diverse. La mia speranza è che queste due sensibilità si marchino sempre di più per la loro natura e che ovviamente poiché la realtà è spiegata da sensibilità diverse, si riesca ad avere un quadro sempre più ampio della realtà. Cosa che il rap deve dare, e non lo deve dare una persona, ma lo deve dare anche un po’ una scena. Se questa scena è composta anche da ragazze sicuramente c’è un occhio diverso, non diverso, un altro occhio.  Che poi alla fine gli occhi son due, uno maschile e uno femminile, io quando son nato due figure avevo e quindi per me il mondo è racchiuso in due figure non in una. È normale, è logico, fa parte dell’evoluzione il fatto che il rap venga espresso da tutti.

Il dissing dipende come viene fatto, se viene fatto perché non si hanno altre abilità si ha un problema. Se invece chi lo fa ha anche altre abilità allora magari può essere un gioco. Se un rapper ha tante abilità e fa un dissing in realtà sta giocando e giocare fa parte del rap. Il rap nasce da un dj, dj significa disc jockey, il gioco è alla base. Nel momento in cui uno non ha tutte queste capacità e fa solo dissing o porta a fare dissing per creare un finto movimento che non porta a nulla come ho detto all’inizio, le  cose fatte solo esclusivamente per andare contro gli altri sono abbastanza inutili e non aiutano all’evoluzione del  nulla.

In occasione della nascita del nuovo governo, supponiamo utopicamente che Rancore venga nominato ministro della Cultura. Quali provvedimenti proporresti in Italia in ambito artistico?

Guarda penso che questa cosa sia impossibile proprio perché la  mia cultura non è così ampia.  Posso dire che l’Italia non dia tanto spazio alla cultura, ma non perché non ci siano luoghi o altre cose, ma perché non c’è un’evoluzione culturale. È questa la cosa che a me pesa e un po’ cerco di raccontarla nel disco, è la direzione che la cultura prende, anche quella, buona che in Italia, ma anche nel mondo. A sto punto dovrei diventare ministro della Cultura del mondo!

In alcuni stati europei già succede che gli artisti vengano ‘stipendiati’ dallo Stato.

Si certo, non voglio entrare nel dettaglio, non è un discorso sul da dove vengono i soldi che l’artista prende, magari hanno meno soldi di alcuni artisti italiani che hanno tanta attenzione. Il discorso va oltre i soldi, nel mio caso il discorso va proprio a difesa di un certo tipo di approccio alla cultura, e non alla cultura in sè. Non è che io dica che l‘Italia ha problemi perché la cultura che fanno è bassa o non c’è, il problema è l’approccio che noi abbiamo. Ci sono tante cose molto positive in Italia, tante cose molto interessanti che però vengono sommerse da un bombardamento di informazioni inutili. Faccio sempre questa metafora: se io cammino per strada e sento puzza di fogna che faccio, mi allontano, invece in Italia no, sento puzza di fogna chiamo tutti voi “Venite, venite, sentite che puzza” e mi sento profumato e dico a tutti guarda io come profumo in mezzo a sta puzza di fogna. È questo quello che penso della cultura in  Italia e prenderei dei provvedimenti per riparare le fogne!

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