Radiodervish – Interview

Data: 5 agosto 2018 |

Radiodervish – Interview
Radiodervish: una musica per  il Mediterraneo. 

Abbiamo intervistato telefonicamente Michele Lobaccaro, bassista, chitarrista e seconda voce dei Radiodervish, con il quale abbiamo parlato del loro ultimo lavoro, Il Sangre e Il Sal, uscito a fine giugno. L’album è bagnato dalle acque del Mediterraneo e preserva una sensibilità ed un’educazione alla Bellezza poco comuni; abbiamo parlato dei suoi molteplici significati e della civiltà contemporanea, fragile e smarrita, e di come sopravvivere alla quotidianità.

Il Sangre e il Sal, appartenenza e sradicamento, sangue e sale. Quale, cosa, chi o dove sono entrambe per voi?

Sono facce della stessa medaglia perché spesso l’appartenenza la scopri quando sei sradicato, lontano da casa, quando ti allontani e inizi a vedere oltre, metti a fuoco ciò che prima era proprio schiacciato sul volto e che, quindi, non prendevi in considerazione. Questa sensazione è una condizione umana, che appartiene a tutti, è universale, però spesso ce ne dimentichiamo; solo chi è costretto a sradicarsi riconosce questa dualità, a volte se ne dimentica e ricade nel solipsismo, nell’idea che esiste solamente una radice, pura che non può essere contaminata e cose del genere. Quindi Il sangre e il sal è proprio l’idea che siamo duplici, siamo migrati dentro e dobbiamo riconoscere questa nostra condizione, poiché siamo, proprio dal punto di vista ontologico, delle persone di passaggio. C’è chi si sente già sradicato su questa terra, già solo per esserci nato e chi, invece, è attaccato con le viscere e tutto e non sente il bisogno di altre identità. Quindi possiamo definirla una condizione simbolica e reale, allo stesso tempo.

L’esperimento della lingua Sabir incuriosisce e affascina, ma è vero anche che la vostra musica ha da sempre affondato le sue radici in mille linguaggi diversi. Potremmo dire che oltrepassare la frontiera linguistica è stato, sempre, un manifesto delle vostre intenzioni, parlare le lingue di tutti per farsi riconoscere da tutti. Come nasce questa vostra attitudine che tutelate in tutti i dischi?

Una cosa molto semplice: deriva dal fatto che gli autori di queste canzoni siamo io e Nabil Salameh, veniamo da paesi diversi, parliamo lingue diversi però, avendo anche spazi in comune su altre lingue, e volendo immaginare qualcosa di più rispetto alla semplice somma dei mondi, abbiamo voluto giocare con quest’idea del multilinguismo che poi è una realtà, appunto, per chi si trova in condizioni di movimento e deve cercare di comunicare con gli altri. Abbiamo raggiunto l’apoteosi con questo ultimo disco, in cui abbiamo fatto un focus sull’argomento del Mediterraneo e abbiamo dovuto necessariamente fare i conti con il fatto che qui, fino ad un secolo fa circa, era attiva una lingua nei porti che era stata quasi codificata in un dizionario del 1830, dato all’esercito francese che doveva invadere Algeri! Per cui ci siamo divertiti, perché non essendo una lingua praticata, non avendo una vera e propria grammatica, spesso improvvisata, tant’è che ogni persona aggiunge le proprie inflessioni, con il proprio bagaglio di termini. Insomma, è stato sicuramente un esperimento interessante e divertente!

Quest’album è il risultato di una moltitudine di influenze diverse. Da Pasolini a Baudlaire, passando per Kavafis e Omero, traspare la perenne attualità di alcuni temi e, quindi, di certi autori. Quanto è sottovalutato, secondo voi, l’apporto umano e di crescita che certi studi possono dare agli studenti? Di conseguenza, quanto è colpevole la nostra formazione dei malsani pensieri che, poi, scaturiscono riguardo all’accettazione dell’altro, che in questo momento è argomento quotidiano?

Premetto che noi abbiamo fatto questo disco proprio per cercare di allontanarci dalla quotidianità. Tralasciando gli aspetti più urgenti di essa, volevamo provare ad avere un punto di vista più lontano, più distaccato che ragionasse su tempi non brevi. Per questa ragione, ci siamo appoggiati su autori che hanno questo tipo di visione molto larga, che non si accontenta della quotidianità, che non sente l’urgenza di rispondere a ciò che accade, di entrare nelle polemiche, frequenti ed inutili. Abbiamo preferito servirci di queste candele nel buio, piccole candeline accese che altro non sono che storie di uomini, di donne che hanno fatto qualcosa per il Mediterraneo, che hanno creato la civiltà tra le sue sponde, non nel senso comune del termine, riferito alle grandi civiltà, bensì ai piccoli gesti che rendono più umano il tutto. È partito tutto da uno sforzo, da una non accettazione della realtà, per costruire qualcosa di nuovo, che fosse dal sindaco Vassallo di Pollica, che ha pagato con la vita l’idea di immaginare il proprio paese più evoluto al piccolo contadino che deve inventarsi mille modi per poter creare un vigneto e fare un buon vino. Quindi piccoli gesti che sono eterni, assoluti, mitici, tant’è che noi siamo partiti dall’Itaca, Kavafis, Baudlaire, Pasolini. Appunto Pasolini è uno di quei personaggi che sicuramente potrebbe dare molto, non so quanto venga studiato a scuola, effettivamente, ma sono certo che potrebbe offrire molte chiavi di lettura. Noi, grazie a Pino Petruzzelli, con cui abbiamo fatto lo spettacolo che poi ha ispirato gran parte delle scelte testuali di questo disco, abbiamo scoperto un testo di Pasolini, Profezia del 1962, che poi ha ispirato Alì dagli occhi azzurri, in cui c’è una descrizione puntuale di quello che sta accadendo nel Mediterraneo forse molto di più rispetto ai giornali e all’informazione in generale. Intuizioni che hanno a che fare con un mondo più profondo e che ci potranno anche offrire delle soluzioni anche per i problemi più urgenti.

Porti è un intermezzo musicale dedicato alla Bellezza e fragilità di queste realtà. Da antichi splendori a moderne dannazioni, dove va a finire l’accoglienza innata dell’uomo? Dove si nasconde, tra la paura e il menefreghismo?

Credo che ci sia una superfice che è fatta di menefreghismo, di paura che, a mio avviso, rappresenta una minima parte, sinceramente, ma che viene molto amplificata dai media e poi c’è una marea di cose belle come l’accoglienza, spontanea, quotidiana che è la cifra più umana esistente. Dopodiché credo che sia un discorso molto, molto serio che non può risolversi in poche battute, né con epiteti razzisti, né con il ‘vogliamoci bene’; sono questioni non solo culturali, ma anche sociali ed economiche molto forti, come faglie che si stanno scontrando, problemi ai quali dobbiamo dare delle risposte più profonde, guardando, come dicevo, a chi prima di noi, ha pensato a certe cose per avere una visione più ampia, guardare oltre l’orizzonte. Io sono ottimista e credo che non esista nemmeno tutto questo pessimismo che dilaga in rete, cioè non è più o meno rispetto a ciò che c’era prima. Ho sempre negli occhi la Bari del 1991 che ha accolto migliaia di albanesi dalla Vlora, ma allo stesso tempo era evidente una questione di ordine pubblico, e anche in quella situazione gli albanesi furono chiusi nello stadio che divenne quasi un lager! Sono fenomeni complessi e contradditori ed è stupido non governare; bisogna attrezzarsi culturalmente per governare quello che succede e non andare dietro agli slogan che siano razzisti o antirazzisti.

Che progetti sono in cantiere per i Radiodervish e per la loro splendida visione del mondo e della musica?

Al momento siamo molto impegnati nel portare il pubblico a conoscenza del nostro ultimo lavoro, di cui siamo particolarmente orgogliosi, perché è un lavoro che musicalmente ci ha fatto raggiungere, a nostro parere, dei risultati che cercavamo da tempo. Il modo in cui è avvenuta la composizione del disco, i momenti delle canzoni o, come dicevi tu, quelli degli interludi tra un brano e l’altro, risponde all’esigenza di proporre qualcosa di più, oltre la dimensione narrativa. È stata una creazione corale, tra teatro e musica con Alessandro Pipino e altri musicisti come Pippo Ark D’Ambrosio e Adolfo La Volpe che si è sviluppato nel corso di due anni affianco al lavoro teatrale del regista attore Pino Petruzzelli, per cui abbiamo creato le musiche che, in gran parte, sono diventate le tracce del disco Il Sangre e Il Sal.

Un’ultima cosa… Alì dagli occhi azzurri come sta ora?

Ora ha smesso di sognare, come dice la canzone, perché siamo in una fase in cui la Profezia di Pasolini di cinquantasei anni fa (una cosa assurda!!) sta arrivando alla sua fase di realizzazione, per cui Alì è un po’ il rappresentante di quella nuova società multiculturale che si sta inevitabilmente creando in Europa e potremo dire anche a livello mondiale. La strada sta non nella divisione, ma nell’unione. L’indicazione è di far crollare i falsi miti, come diceva Pasolini, dell’Occidente e prendere il bello di ciò che esiste. E ci sono troppe cose belle a cui stiamo abdicando in nome di una sicurezza che non si sa bene cosa sia e invece unirsi nel nome della solidarietà.

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