Pulvis – First Dive

Data: 11 ottobre 2017 |

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Pulvis – First Dive

Forse la musica non ha nome, forse non ne ha bisogno Probabilmente non è altro che una sensazione indefinita capace di provocarne, di accenderne altre mille. Forse la musica non è espressione inserita in una gabbia di regole, forse è libertà, massima. E non importa se viene creata attraverso un computer o le corde di una chitarra, non fa niente se è contaminata, o purissima, la musica è il primo respiro da cui si dipanano milioni di emozioni, uniche, diverse.

Con questa premessa bisogna guardare al nuovo disco targato Denied Area Records, First Dive, creato dalla mente di Pulvis, ovvero Luigi Cicchella, già conosciuto come Ruhig e parte del progetto chiamato r²π. Con questo approccio si può davvero apprezzare il lavoro da lui svolto. First Dive non è un ascolto semplice, e sembra strano dirlo per un EP. Sono quattro le tracce, senza nome – ogni brano è intitolato T1, T2, etc. -, quattro amplessi musicali da godersi, ripetuti, uno dietro l’altro.

La musica di First Dive entra lenta in campo, crescendo a poco a poco, come centri concentrici nati dal contatto di un sasso con la superficie lisca di un lago, lentamente si espande, fino a riempire tutto lo spazio. Spazio che altro non è che la nostra cassa cranica, dove rimbombano le note e i tasti di Pulvis. Ci mette ben due minuti, utilizzando l’intera traccia 1 per ingranare.

Il suono di T2 – la seconda traccia – è nitido, sincopato e cadenzato. I pattern si ripetono su uno sfondo leggero, sottile, un synth sulla quale i reverberi e gli eco riescono a distinguersi definiti. Il beat, veloce, duro, fa da contrasto, muovendosi di volontà propria e allo stesso tempo non disturbando la melodia. Dinamiche ben bilanciate, sonorità cristalline e colpi di scena spezzano il loop distruggendo la retorica e stuzzicando continuamente l’ascolto. T3 abbandona la delicatezza melodica della precedente traccia per immergersi in un mondo scuro di loop, dove i brass synth predominano e le percussioni rimbalzano senza tregua. L’atmosfera è ansiogena, il turbinio di suoni, la modulazione continua dei bassi che si muovono su un tappeto ronzante, velocizzano le sinapsi, come in un continuo sbattimento confuso. Caos che si dipana, scemando solo sul finale. Ma non si tratta di un lieto fine, l’immersione – con T4 – in un universo oscuro fatto di eco e gocce melodiche è pressoché immediata. Pulvis non concede un attimo di pausa. Il suo stile tende a catturare fin dal primo istante l’attenzione dell’ascoltatore e a gettarlo, con violenza, in uno spazio fatto di sensazioni forti, provocanti, e pungenti. È la musica che parla, sono le sensazioni che le combinazioni di suoni, loop e note, insieme possono creare, a dare forma all’universo in cui ci catapultiamo.

È un gioco di modulazioni e di suoni, un universo di pattern e di sonorità che s’intrecciano in modo bizzarro e affascinante. Come milioni di spermatozoi le note e i suoni di Pulvis corrono veloci attraversando tutto il corpo, partendo dalle orecchie, e al suo interno si dividono fino a riempirlo. Ottimo il bilanciamento tra i suoni, un lavoro di fino per quanto riguarda mix e mastering: il sound è centillinato al millimetro ed ogni singolo strumento, plug-in, o suono non è mai utilizzato a caso, ma trova il suo posto perfetto nel multiverso creato da Pulvis.

La complessità del disco, comprensibile solo dopo vari e concentrati ascolti, giustifica la struttura in quattro singoli brani, perfetti per un EP dal sapore completo e maturo. In First Dive, Pulvis, ha puntato tutto sulla qualità con l’intenzione di voler concentrare tutto il suo potenziale in pochi brani, utilizzando poche note e sfruttando al massimo le possibilità da loro offerte e le combinazioni. Un lavoro evocativo, perfetto nella sua forza, nella sua intensità, in possesso di quel tocco magico capace di colpire a più livelli e di rimanere in profondità. Intensità tale da superare l’emozione superficiale e capace d’insinuarsi in ben più nascosti meandri: la mente, il subconscio.

Se c’è una pecca, sta nelle domande. C’è il rischio che una musica costruita in tale modo possa diventare retorica, c’è il rischio di chiedersi a che serva una musica del genere.

La risposta, quanto mai, è un’altra domanda retorica. A che serve allora la musica? Se avete una risposta, allora non avete capito granché.

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