Paolo Benvegnù – Interview

Data: 3 gennaio 2018 |

Paolo Benvegnù – Interview

H3+: la difficile sfida di Paolo Benvegnù

A tre anni di distanza da Earth Hotel, Paolo Benvegnù torna con H3+, dedicato alla perdita, all’abbandono e alla rinascita, un’antologia di visioni, dove la grazia, la molecola alla base della vita, riempie gli spazi tra le emozioni, conservando la memoria di quello che siamo stati e quello che saremo.

- H3+ conclude una trilogia iniziata da Hermann e Earth Hotel. Già dalla scrittura di Hermann avevi in mente di portare avanti questo tema per tre lavori oppure è un percorso che intrapreso inconsciamente?

Allora l’idea di Hermann era sostanzialmente quella di fare un disco legato alla storia dell’uomo e poi man mano che sono andato avanti mi è venuto in mente di parlare del passato del presente e del futuro come in Earth Hotel, una cosa che mi è arrivata lentamente. Le cose si sono fatte un po’ da sole, lentamente, con il loro divenire.

- H3+ è un disco che mette in parallelo la molecola triatomica instabile dell’idrogeno che non riesce a legarsi in quanto isolato nel vuoto e la condizione attuale dell’uomo nella nostra società, in sintesi è un viaggio alla scoperta dell’uomo. Ne è valsa la pena, è stato interessante immergersi nell’intimità dell’uomo che è un essere molto facile da amare ma altrettanto facile da odiare, non c’è il rischio di rimanere un po’ delusi?

Per quanto mi riguarda è stato bello ed entusiasmante e ancora adesso sono intriso di questo tipo di ricerca ti dico la sincera verità, per me ne è valsa la pena. Se vogliamo vederla dal punto di vista meramente economico è una ricerca che in questo momento non interessa a nessuno e perciò non ne vale la pena, ma io sono abbastanza convinto che coloro i quali hanno a che fare con l’espressione come tipo di ricerca debbano fare cose illogiche e H3+ e tutti i dischi della trilogia sono illogici, non hanno alcun senso per quanto riguarda lo sviluppo mio formativo personale, ti parlo dal punto di vista della realtà invece dal punto di vista di ciò che ho appreso addentrandomi in queste cose è stato basilare.

- Te lo chiedevo perché a volte quando si parla dell’uomo si parte un po’ già sconfitti e quindi magari non si affronta questo tipo di ricerca per evitare di restare delusi dall’uomo stesso. È superficiale questa visione delle cose ma molto diffusa.

Questo è un momento di grande superficialità e molto probabilmente più avanti lo sarà ancora di più e proprio per questo motivo credo sia giusto muoversi in controtendenza, viceversa tutti parlano di superficie e va benissimo ma se non ci fosse qualcuno che stringe il cerchio e parla in maniera più approfondita delle cose rimarremo sempre fermi. Sono convinto che bisogna essere più possibile visionari, specialmente in questo periodo in cui la realtà, tutte le realtà che ci stiamo creando intorno, superano la poetica e la fantasia, perciò meglio essere visionari che cadere in questa orrenda multipossibilità del nulla.

- Questo è un album fantascientifico, lo hai reso tale sia nei testi che nella musicalità. A livello del suono, come è stato lavorare a questo disco? Pensandoci, non mi sembra banale trasmettere questo viaggio interstellare nell’ignoto nella sonorità di un album. Per te com’è stato farlo, hai incontrato difficoltà, hai dovuto lavorare un po’ di più a questo aspetto rispetto al passato oppure testi e musica si sono incastrati facilmente?

Non credo di esserci riuscito, ma l’idea è stata quella di trovare sempre qualcosa di inaspettato. Io che spesse volte compongo con la chitarra questa volta ho provato a comporre con strumenti elettronici, sono partito dagli arpeggiatori per cercare di trovare l’inaspettato, ti dico la sincera verità, mi aspettavo di più, pensavo e speravo di riuscire a trovare qualcosa di meglio, ma alla fine dopo un bel po’ di lavoro sono riuscito ad andare oltre. Sarà per la prossima volta.

- Immagino che sia stato difficile, perché la fantascienza la si trova spesso nei libri, nei film, credo sia difficile incastrarla con la musica.

Sì sono d’accordo con te è più semplice in narrativa. L’idea appunto era quella di cercare di trovare qualcosa di più semplicemente complicato mi vien da dire, invece ad un certo punto mi sono fermato, non avevo più energie, è una ricerca che non sono riuscito a terminare e me ne dispiace, in quel momento storico più di quello non sono riuscito a dare e mi è dispiaciuto.

- Ad ogni modo non era una sfida facile da terminare.

Assolutamente no, sono d’accordo con te e ti ringrazio.

- Molti vedono la fantascienza come una sorta di fuga dalla realtà, per me non è così, credo che la fantascienza colta sia il genere che più di tutti riesce a raccontare il presente creando un futuro che non è altro che allegoria dei nostri tempi. E lo stesso hai fatto tu adottando un genere che apparentemente parla di qualcosa di irreale come un viaggio nel multiverso ma che in realtà ci racconta la cosa più vera che c’è che è l’uomo. Tu che ne pensi a riguardo, come ti poni nei confronti di questo genere e quali sono le tue referenze fantascientifiche?

Innanzitutto mi complimento con te perché sei molto più giovane di me ed hai esattamente capito quello che ho capito io negli ultimi anni. Anche io ho sempre pensato alla fantascienza come una via di fuga ma in realtà hai perfettamente ragione la possibilità di creare un ipotetico futuro fa in modo che l’allegoria sul presente sia ancora più forte e pregnante. Io sinceramente mi sono fatto guidare da alcune letture rifatte in questi ultimi anni, specialmente Asimov, tutti i suoi scritti mi sono sembrati molto belli e appunto allegorici rispetto al tempo che stiamo vivendo, ritengo Asimov una specie di Jules Verne del Novecento. L’idea mi è trapelata in realtà da un momento di iper-conforto, ci sono dei momenti in cui ti senti espressamente all’interno di qualcosa di realmente enorme, e allora mi sono immaginato all’interno di un viaggio interstellare, di sciogliermi nella materia e poi ritornare sulla terra sotto forma di acqua. È vero che io negli ultimi 15/20 anni tra Asimov e altri scritti meno interessanti sotto il punto di vista culturale e formativo mi sono fatto una cultura sul surreale e fantascientifico.

- Stai portando H3+ anche in teatro. L’idea di principio era già quella di fare un disco che abbracciasse qualche altra forma d’arte oltre la musica oppure è un’idea maturata in questi mesi?

Non c’era questa idea in principio. L’idea era quella di trasformare questa trilogia in teatro, poi Luca Baldini che suona il basso con me da svariate stagioni mi ha fatto presente di come poteva essere interessante trasportare in teatro questo tipo di suggestioni. La grande fortuna è stata anche trovare Luca Ronga, meraviglioso autore e registra di teatro popolare con burattini e marionette, che ha aderito a tutto questo perciò è uno spettacolo in cui per certi versi l’uomo è burattino, il burattino è l’universo, l’universo è uomo, queste sono tante chiavi di lettura dove in realtà la prosa è sostituita dai testi delle canzoni, è una cosa molto interessante che mi sta dando tante soddisfazioni a me e a tutti i Paolo Benvegnù, forse per la prima volta le canzoni hanno un’importanza che nei club spesse volte si perde invece il teatro ha una risonanza più importante e più degna.

- Il disco è ambientato nello spazio sterminato, mentre a teatro la scenografia è quella di una stanza delle meraviglie arredata da oggetti vintage, come mai questa contrapposizione?

Semplicemente la nostra idea è quella di trasformare lo spazio teatrale in una wunderkammer, in una specie di grande caleidoscopio, spesse volte mi è capitato quando sono andato a vedere le stelle di avere la sensazione che si ha quando per la prima volta si prende un caleidoscopio e lo si mette all’occhio e perciò il parallelismo è nato semplicemente da questa suggestione.

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