Panties Soldiers – Web Interview

Data: 28 maggio 2017 |

Panties Soldiers – Web Interview

L’irriverenza in musica dei Panties Soldiers

Un approccio “irriverente” alla musica, maturato con la decisione di percorrere un campo delicato come quello della musica strumentale. Sonorità intriganti, permeate da numerose influenze, dal rock al jazz, dal funk all’ambient, passando per elettronica ed hip-hop. Il loro punto di forza sta però nel silenzio, nella capacità di proiettare verso orizzonti inesplorati chi li ascolta senza aver bisogno delle parole.

Stiamo parlando dei paganesi Panties Soldiers e del loro “fluz-hop-funk”, espressione ironica con la quale i “soldati della mutanda” amano definire il proprio suono. Colpiti e incuriositi dopo aver assistito ad una loro performance live, noi di Music Coast To Coast siamo andati a conoscerli.

- Chi sono i Panties Soldiers? Quando e in quale contesto si sono formati?

I Panties Soldiers sono Vincenzo “Kenji” Tramontano, Giuseppe “Flippettone Fluzzotti” Limpido, Giuseppe “O Latt” Desiderio. Ci siamo formati a metà settembre 2015 in occasione del Pummarock Contest – che vincemmo due settimane dopo – sulle ceneri delle jam Session organizzate dal collettivo Pagina 9.

- Perché questo nome?

Il nome è un’idea di Ciccio Gallo di iLab, nostro amico e grafico di fiducia. I “soldati della mutanda” combattono un aspro e pernicioso male di questo millennio: la mutanda in testa.

- Il vostro è un suono particolare, che strizza fortemente l’occhio all’ambient e all’elettronica. Voi come lo definite? Cosa lo rende unico?

Il nostro sound non è certamente unico se rivolgiamo lo sguardo fuori dall’Italia e dall’Europa. Noi lo definiamo ironicamente fluz-hop-funk, ma la verità è che trova vita nei nostri vissuti artistici, paradossalmente molto distanti. Senza dubbio, la volontà di percorrere un campo delicato come quello della musica strumentale lascia spazio a numerose influenze, che cerchiamo di arginare sia ricercando intelligibilità e riconoscibilità nella pasta sonora, sia minando volontariamente le buone regole di composizione. Tuttavia, non sono mancate in passato talune collaborazioni o interventi con il Vocoder; è pur vero che, non sapendo cantare, ci troviamo immersi in questo mondo quasi per necessità, più che per scelta.

- Quali sono i vostri riferimenti musicali? Con quali gruppi avete rapporti a livello locale?

L’ascolto è la prima cosa: per comporre musica bisogna averlo fatto e farlo costantemente. I riferimenti sono tantissimi; tra questi senza dubbio i Calibro 35, Mark Guiliana, Jojo Mayer/Nerve, GoGo Penguin, Brad Mehldau, Alfonso Notari, Jason Lindner, Robert Glasper, Aphex Twin, Venetian Snares.

In Campania, vantiamo un ottimo rapporto con gli Illogic Trio e con la grande famiglia dei Funky Pushertz.

- Cosa volete esprimere attraverso la vostra musica? Quanto vi ha influenzato il fatto di vivere in provincia, in una zona come l’Agro, che non offre tanto ai giovani?

Con la musica riusciamo a comunicare i nostri stati d’animo, all’insegna di confusione e spontaneità.

Vivere in provincia sicuramente penalizza, soprattutto in contesti artistici: le possibilità sono ridotte e la mole di lavoro da svolgere è di gran lunga maggiore rispetto a coloro che vivono nelle grandi città, ad esempio Milano. Tuttavia, questa condizione di disagio può diventare, se incanalata nella maniera giusta, uno sprone, una marcia in più per chi è già abituato a sgomitare, oltre che una fonte di ispirazione in ambito compositivo.

- Uscirà qualche vostro lavoro a breve? Perché è venuto a farvi visita Tonico Settanta?

Ad ora abbiamo un disco in fase di missaggio, affidato a Claudio Auletta Gambilongo e registrato allo Studio 12 di Fabio e Giovanni di Fusco, speriamo di renderlo disponibile dopo l’estate.

Tonico Settanta ci segue praticamente da sempre, l’incontro con lui è stato qualcosa di molto naturale. Ci stiamo divertendo a reinterpretare qualche sua canzone, con qualche sorpresa in avvenire.

- Che atmosfera si vive ai vostri concerti? Che rapporto avete con il pubblico?

L’atmosfera che si respira è abbastanza labile: si passa da fasi introspettive a puri momenti di caos. Puntiamo allo stato emozionale delle persone, cercando sempre di essere imparziali: è l’ascoltatore che decide il viaggio. Il rapporto con il pubblico, anche se non è lo stesso per tutti. È comunque molto vivo. Non di rado ci sentiamo quasi travolti da urla di gioia, frasi di scherno, veri e proprio insulti, complimenti improbabili del tipo: “Pepp’ ‘o La’, m’hê fatt’ sura”.

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