One Dimensional Man – Web Interview

Data: 14 marzo 2018 |

One Dimensional Man – Web Interview

One Dimensional man: la doppia faccia dello stesso uomo

La dimensione sempre giusta di un gruppo che torna alla ribalta sulla scena musicale italiana attraversando il varco della rinascita. Ecco l’intervista ai One Dimensional Man, altra vita di Pierpaolo Capovilla, con cui abbiamo parlato dell’ultimo lavoro ‘You don’t exist’ e non solo..

- Dopo anni si torna a sentir parlare degli One Dimensional Man, e questo ci fa sicuramente piacere. Quale atteggiamento vi portate sul palco in questo ritorno? È una rinascita, un processo di rinnovamento o un progetto ex novo?

PP: È una rinascita. Nessun atteggiamento. È tutto vero.

- Da A better man a You don’t exist: è lo stesso uomo, colto da un punto di vista emozionalmente opposto? O sono sfaccettature completamente diverse della realtà?

PP: È lo stesso uomo. Raccontato da due narratori e due band diverse. Le canzoni di “A Better Man” le ha scritte Rossmore James Campbell, e nel gruppo c’erano Giulio e Luca. In questo disco le canzoni le ho scritte io, e nel gruppo ci sono Carlo e Franz. Ma l’uomo è lui, con le stesse aspirazioni e frustrazioni, le stesse speranze e disperazioni. È ancora vivo, su questo non ci piove.

- Il primo appellativo che viene conferito all’album You don’t exist è ‘violento’. La violenza è necessaria come atto rivoluzionario? Il nesso tra lo spirito di assopimento generale delle menti e il bisogno di un agire virulento può racchiudersi nell’intento provocatorio di questo disco?

PP: La “violenza” nel rock è una violenza simbolica,  significa intensità e forza, autenticità e poesia. Qualcosa mi dice che queste sono le caratteristiche essenziali e necessarie per fare della buona musica rock. Se poi questa musica possa contribuire al mutamento politico, è un’altra storia. Per come la vedo io, comunque sia, è una storia che amerei raccontare, un giorno, ai miei figli.

- Ciò di cui l’album si fa portavoce è l’individualismo come nettare della disgregazione sociale, l’indifferenza in cui si relega l’ansia e l’angoscia. Il rischio è alto, se si sceglie di parlare di ciò di cui tutto tace, che non conviene perché non è rassicurante, ma anzi fa rigonfiare molte turbe che si tende a nascondere. Sono piaghe di questa epoca più di altre? O sono le eterne e imperiture difficoltà dell’uomo, a prescindere dal sostrato socio-storico e culturale?

PP: Il disco vuol essere portavoce della lotta contro l’individualismo e contro la disgregazione sociale, non il contrario. Individualismo e disgregazione sociale sono caratteristiche del sistema capitalistico, fin dalla sua nascita. Oggi il sistema è più maturo che mai, e sta raggiungendo obiettivi impensabili fino a soltanto qualche anno fa. Ci porterà tutti al disastro ecologico, sempre che non decida diversamente, ovvero la guerra termonucleare. Stiamo vivendo circostanze storiche caratteristiche della fine di un impero. Nel nostro caso, l’impero americano.

- A crying shame: musicalmente parlando è l’eccezione che conferma la regola? O un placido accomodamento per non abbandonare tutto all’ormai misfatto e alla imprescindibile violenza?

PP: Volevamo una ballata nel disco, e l’abbiamo fatta. Essa è perfettamente coerente con il tessuto narrativo dell’album, anzi, forse ne è il cuore pulsante. “A Crying Shame” è un’espressione che potremmo tradurre con “triste vergogna” o con “scena pietosa”. È esattamente ciò che vedo intorno a me. Non mi vergogno del paese in cui vivo soltanto perché ho imparato a camminare a testa alta, fiero delle mie idee.

- Al termine del pezzo The American Dream tutto va in frantumi, dove aver elencato i presidenti dei ‘beneamati’ Stati Uniti d’America, tutto si sgretola in mille pezzi. Quanto l’Europa ‘con i suoi violini’ può considerarsi non tramortita dal sogno americano?

PP: Dal punto di vista geo-politico, l’Europa non è che un vassallo dell’impero statunitense, e pagherà carissima la sua sudditanza nei confronti del sistema di potere americano. È destinato a finire, lo sanno tutti. Soltanto non finirà senza trascinare l’intero pianeta nel baratro dell’implosione ecologica o di un inverno atomico.

- La libertà di espressione in Occidente è un concetto complicato, le cui trame, sovente, sono intrinseche di paradossi ed elasticità apparenti. La musica è ancora un’arte scevra da questi appigli, quantomeno in determinate accezioni? O è troppo tardi anche per considerarla ancora libera?

PP: Se l’arte non fosse un’espressione di libertà, non avrebbe alcun senso. Chris Hedges, in una sua recente conferenza, ha detto una cosa fenomenale: la resistenza non è un fatto esclusivamente politico, ma culturale; è la ricerca del significato delle incongruenze della vita: la musica, la poesia, il teatro, l’arte sono un potente sostegno alla resistenza, perché donano ad essa l’espressione della nobiltà della ribellione contro la legge del più forte.

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