Nàresh Ran – Web Interview

Data: 11 giugno 2018 |

Nàresh Ran – Web Interview

Nàresh Ran: Sacralità e materia pura legate come Yin e Yang.

Nàresh Ran cresce ascoltando punk e hardcore, che gli spalancano le porte della controcultura, e il rumore diventa parte integrante della sua vita. Inizia così a militare in diverse band del giro underground fiorentino. A inizio 2013 fonda l’etichetta underground Dio Drone, piccolo punto di riferimento per la musica estrema nostrana, e inizia a sperimentare in solitaria le proprie inclinazioni più drone, ambient e noise. Incuriositi, lo abbiamo intervistato.

Nàresh Ran. A cosa si ispira il tuo nome?

E’ il mio vero nome, di origine indiana causa genitori freakkettoni.

Sei in scena sul panorama underground fiorentino dal ’90, frontman della band postmetal QUBE, ora in veste solista con Martyris Bukkake, ultimo recente vinile in uscita lo scorso 30 aprile. Cosa ti ha portato a creare un progetto solista?

Non sono così anziano! Ma è vero, ho iniziato a bazzicare l’ambiente musicale da giovanissimo, e ho avuto la fortuna di vivere l’adolescenza nella Firenze degli anni 90 che a livello musicale era davvero ricca di fermento. Nel tempo ho militato in diversi gruppi ma i Qube sono indubbiamente stati un’esperienza fondamentale per la mia crescita musicale. Non ho mai smesso di condividere progetti con altre persone ma sentivo da anni l’esigenza di sperimentare qualcosa per conto mio, cercando di andare su binari del tutto diversi.

L’album è composto da una sola, lunga traccia. In essa si evincono suoni ipnotici ed inquieti. Chi o cosa ti ha ispirato nella creazione del pezzo?

L’idea di suonare da solo è sempre andata di pari passo con la convinzione di non voler pubblicare alcunché. Devo ringraziare BleuAudio Records e Shaman Tapes che all’improvviso mi hanno convinto a registrare qualcosa di concreto. Fino ad allora mi limitavo a performare dal vivo dei readings urlati su tappeti noise e industrial ma di nuovo avevo voglia di cambiare rotta. Ho sempre fatto musica prevalentemente arrabbiata e ho pensato che fosse ora di scandagliare altre mie sfumature, più riservate e intimiste. Martyris nasce proprio dal bisogno di lasciarmi andare senza pensare a strofe, ritornelli o strutture troppo definite. Una cosa meno facile di quanto possa sembrare, almeno per me. Avevo in testa un semplice accordo di organo, infinito come un mantra, su cui svarionare con voce e qualche strumento. La stesura di tutto il brano ha preso qualche tempo ma il nucleo fondamentale è uscito di getto in un pomeriggio. Anche l’idea di coinvolgere altri musicisti è nata quasi subito, volevo mettere in piedi una piccola orchestra ma facendo in modo che ogni musicista potesse ascoltare solo la traccia guida e non i contributi degli altri. Doveva essere un’esperienza solitaria per tutti, in linea con il concept dell’album. Per lo stesso motivo dal vivo vesto una giacca [ realizzata appositamente da Eyefish ] con un cappuccio che mi copre quasi interamente il viso facendo sparire tutto il mondo circostante. L’incenso e l’alto volume contribuiscono a isolarmi fisicamente dal luogo in cui mi trovo e a vivermi il momento nel modo più intimo possibile.

Quali sono i contenuti delle tracce dei tuoi vinili? C’è un tema ricorrente, un tema centrale dei tuoi lavori?

Con Martyris avevo in mente una sensazione precisa, uno stato di tensione crescente ansioso e doloroso, fisico e concreto. La figura del martire, così come la religione in sé pur essendo ateo, mi ha sempre affascinato, ed è una forte metafora che si può rispecchiare in diversi ambiti del quotidiano. Il concetto del sacrificio è da sempre insito nella cultura umana, e citando Palahniuk è vero che senza di esso non avremmo niente. Martyris descrive un momento preciso del mio percorso personale in cui mi sembrava che tanti sforzi fatti fossero poi stati traditi, portando disillusione e sfiducia. Registrare il disco con questi pensieri è stato come scattare una fotografia da riguardare poi nel tempo con spirito e stato mentale diversi. E’ una terapia come un’altra, ma canalizzare i cattivi pensieri in qualcosa di creativo è indubbiamente più salutare di tanti altri rimedi. In definitiva in ciò che scrivo non c’è un tema ricorrente se non me stesso. Suona egomaniaco, ma anche sincero. (rido)

L’immagine di copertina è stata disegnata da Coito Negato e da te, e ritrae un lugubre San Sebastiano senza bellezza, ma col fascino della morte, infilzato da transilvani paletti. Puoi spiegarci come è nata l’idea e tutto il processo di realizzazione?

Coito Negato, illustratore toscano che risponde al nome di Stefano Matteoli, è un collaboratore storico di Dio Drone, da sempre in grado di trasporre su carta i nostri deliri mistici. L’immagine quasi archetipica del San Sebastiano ha accompagnato un po’ tutta la stesura del disco e decidere di farne una copertina è stato spontaneo, ma l’abbiamo resa più cruda, vera e brutale. Quei paletti in realtà sono chiodi, una mia fissazione. Tengo all’aspetto dei dischi quanto al loro contenuto, e volevo fermamente che Martyris avesse un impatto anche visivo. L’estetica è ispirata alle icone religiose ortodosse e al loro oro onnipresente, e nell’interno sono nascosti piccoli dettagli autobiografici.

Il titolo del vinile è assai provocatorio, se vogliamo anche sfrontato; sporco. Cosa vuoi esprimere con questo prodotto in cui la sacralità del martirio e sesso si combinano? Quali aspettative hai dai tuoi brani?

L’espressione Martyris Bukkake è nata del tutto per scherzo tempo prima di decidere di scrivere il disco, ed era poi diventata il titolo provvisorio per i files di registrazione mentre lavoravo ai suoni. Ma una volta finito non riuscivo più a immaginarlo in altro modo, e a furia di pensarci aveva assunto tutta una serie di significati molto diversi e più profondi. Sacralità e materia pura che si combinano come yin e yang, sacrificio e sfrontata disillusione, sofferenza e piacere estremo, tortura e masochismo. E insieme a tutto questo anche la semplice voglia di un marchio provocatorio e quasi volgare, perché detesto prendermi troppo sul serio.

Quali sono le band o i generi musicali preponderanti che stimolano la creatività di Nàresh Ran? Quali sono le tue fonti di ispirazione principali?

Il punk è stato il mio primo vero amore, il suo spirito e la sua attitudine mi accompagnano sempre in ogni cosa. Negli anni poi ho scoperto di avere un certo feticismo per le colonne sonore, forse proprio perché sono brani senza una struttura precisa lontani dalla forma – canzone, e indubbiamente sono ascolti che mi hanno influenzato, così come il cinema stesso, che amo quasi quanto la musica.

Quanto della tua vita e della tua esperienza personale riversi nella tua musica?

Direi tutto. Non dovrebbe mai esserci finzione, la realtà è già di per sé abbastanza interessante.

Per concludere, dicci cosa non può mancare nella tua playlist.

I mix che faccio per i viaggi in macchina sono sempre ampiamente criticati da amici e parenti. Prediligo i contrasti, sonorità ultraviolente e pesanti accostate magari a brani del secolo scorso. Ma il retaggio anni 90 è sempre presente.

Sono un nostalgico.

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