Mòn – Interview

Data: 27 gennaio 2018 |

Mòn – Interview

Mòn, la musica è un’immagine che si traduce in bellezza

Il 2018 è iniziato e con lui anche la nostra rubrica dedicata agli artisti di cui, in futuro, sentiremo sicuramente parlare data la loro promettente qualità musicale. Durante il 2017 abbiamo intervistato dodici artisti all’inizio della loro carriera e che abbiamo reputato doveroso tenere sott’occhio. Oggi, per il mese di gennaio, tocca ai Mòn, band romana a metà tra elettronica e post rock.

- Per prima cosa, è doveroso conoscere il gruppo, quindi: chi sono i Mòn? Da dove provengono?

I Mòn sono musicisti che si sono conosciuti qualche anno fa, militando in un altro progetto, eravamo la band di supporto di un altro artista, e durante quell’esperienza ci siamo trovati molto bene a suonare insieme. Il progetto non andò in porto, ma noi siamo rimasti uniti e abbiamo pensato di continuare l’esperienza. Era il 2014 ed ora siamo quelli che siamo. Alla band si è aggiunta Carlotta, alla voce, nel 2015, e poi abbiamo iniziato a lavorare sul disco.

- Zama è il vostro primo disco le sonorità sono ben chiare: un misto tra folk e post rock, si gioca con l’elettronica e si mescolano diversi elementi. Ci sono voluti due anni di lavoro per questo disco, qual è l’elemento che ha amalgamato tutto?

Noi siamo davvero precisi, ci piace stare a lungo sui dettagli, abbiamo lavorato moltissimo su ogni elemento. All’inizio dovevamo capire cosa volevamo fare, venivamo da un progetto folk in stile Luminers, in quel periodo andava molto. Venivamo da lì, da quell’universo, e pensavamo che avremmo suonato quella tipologia di musica, poi abbiamo capito che la cosa ci stava stretta, ognuno ha aggiunto qualcosa di sé e il lavoro è venuto da automaticamente fuori. Abbiamo realizzato qualcosa che ci piaceva suonare insieme.

- Cosa vuol dire Zama? Un nome quasi ancestrale, tribale. Ricorda una costellazione.

Cerchiamo di trovare un nome che suonasse bene, non abbiamo fatto una ricerca concettuale. Ad un certo punto ci è venuta in mente questa parola che ci fa pensare alla distanza, a qualcosa di passato, forse ad una costellazione.

- Siete attivi nella scena romana, negli ultimi anni sempre più viva? Cosa ne pensate?

Ci sentiamo un po’ distanti dalla scena romana, non per critica o per altro, ma perché noi e lei siamo due cose diverse. La viviamo, certo, e la sentiamo molto, la giriamo, ma come gruppo ci stiamo poco dentro. Ciò che facciamo è semplicemente diverso, non possiamo né paragonarci ne immedesimarci in questa scena. Umanamente ci siamo spesso e ci troviamo molto bene.

- Non credi che la musica italiana di oggi sia monopolizzata da un determinato ambiente musicale e che gli ascoltatori facciano fatica a sperimentare qualcosa di nuovo?

Da ascoltatore ti direi di sì, ma non in modo assoluto, ci sono ottime eccezioni – Pensa ai Joe Victor che riempiono l’Atlantico -. Diciamo che la musica underground, come termine non vuol dire più nulla, è diventata in un certo modo più commerciale. Ma non c’è monopolio, anzi, non ci si può lamentare, c’è molta risposta e curiosità.

- Suonate da un bel po’ insieme, c’è stato un momento in cui vi è sembrato di aver fatto il salto , raggiunto i vostri obiettivi, potercela fare davvero?

Sì, c’è stato un momento in cui ci siamo accorti che qualcosa era cambiato rispetto all’anno precedente, è stato un cambiamento lento e naturale, oltre che graduale. Ci siamo evoluti insieme alla nostra musica, siamo stati accompagnati a braccetto dalla nostra etichetta, la Urtovox Record, e dal booking. Diciamo che il lavoro si è evoluto non in un momento preciso ma piano piano. Non pensiamo di essere arrivati, siamo in corsa, dovremmo fare ancora di più.

- Parliamo di Fragments, della sua sonorità, del suo video. Una struttura davvero accattivante che tiene sveglia l’attenzione grazie ad un ottimo gioco di dinamiche. Volevo chiederti com’è nata la struttura del pezzo e in che modo? Siete particolarmente legati a questa traccia?

la struttura è nata come in tutte le cose nostre da una cellula melodica e armonica, in modo molto naturale. Ci piaceva l’idea un po’ prog del cambio di tempo e velocità. Abbiamo sperimentato molto. Il legame col brano c’è stato perché il testo ha più una pseudo trama che tocca alcune corde personali di ognuno di noi, leggendo il testo la cosa poteva non arrivare, con un video invece potevamo tradurre questi sentimenti in maniera più incisiva.

- Il disco ha di per sé un’ottima coerenza di suono, anche i contenuti sono stati pensati insieme? C’è un filo rosso che li unisce tutti al di fuori della musica?

Certo, in generale i Mòn sono un gruppo molto democratico, ognuno fa ciò che si sente di fare. I testi vengono scritti a posteriori dopo il brano, prendendo ispirazione, immaginando cosa ci fa pensare, che immagini ci richiama. Il testo nasce dalla musica. Non c’è una personalità fissa nelle parole, ma collettiva, appartenente a tutti i membri.

- Le arti che si mescolano: dare vita ai disegni. Chi ha avuto l’idea? Pensi che il mix di arti sia un elemento maggiorativo o diminutivo?

Per noi ogni aspetto del gruppo deve essere curato a massimo e deve seguire un’estetica lineare. Ci piaceva l’idea che i video fossero animati. Dare un aspetto alla musica estraneo alle nostre facce. Abbiamo conosciuto Marco, il creatore del video, con cui abbiamo stretto una collaborazione lunga, crediamo che il mix di arti vada bene quando si sposano e non distraggono. Marco e il suo lavoro accompagnano molto bene il brano. Ne siamo felici

- Quali sono i prossimi progetti dei Mòn

Sicuramente suonare il più possibile e stiamo lavorando da un po’ al disco nuovo e ci piacerebbe farlo uscire entro quest’anno se va tutto bene.

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