Moby – Everything Was Beautiful and Nothing Hurt

Data: 11 marzo 2018 |

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Moby – Everything Was Beautiful and Nothing Hurt

“La vita come la conosciamo ha smesso di esistere. Una tempesta infuria dall’alto, gettando un’ombra senza fine che soffoca il volto di un mondo un tempo vibrante. La somma delle scelte sbagliate e degli errori di un’epoca si fondono a creare un’oscurità quasi fisica. È opprimente. Soffocante. Ma nella periferia, un bagliore. Fievole ma scintillante. Un po’ di grazia non ancora spenta.”

Così viene presentato Everything Was Beautiful and Nothing Hurt, quindicesimo album in studio del sempiterno compositore statunitense Moby. Vegano, spiritualista, filantropo, animalista; Moby non è soltanto una delle figure più prominenti dell’elettronica degli ultimi 20 anni, è anche una persona che delle sue convinzioni e dei suoi principi ha fatto bandiera, rendendoli al contempo un pezzo importante del suo mosaico artistico. Ma il personaggio è noto, quindi non vale la pena di dilungarsi su di lui come musicista o come personaggio. Piuttosto, per capire EWBaNH, bisogna contestualizzare. L’antecedente storico di questo album è una violenta esplosione di rabbia, i due album accreditati al suo side project The Void Pacific Choir. Una roba violenta, euforica, politica, pedante, che tratteggia un mondo abitato da persone grasse, malate, stupide ed ansiose; una visione disastrosa e pessimista del mondo che è figlia del crescente clima di paura e di intolleranza percepito da Moby nell’America di Trump. D’altronde il musicista statunitense ha sempre avuto le idee chiare, e nella sua scala di valori l’attivismo e la produzione musicale sono sullo stesso apicale gradino.

Tornato a fare musica da solo, ha lasciato alle spalle le derive punk, post-punk e new wave della parentesi col Coro del Pacifico per rispolverare un po’ dello stile che lo ha contraddistinto nelle passate produzioni. Trip-pop, elettronica da camera, echi dub e sonorità prese in prestito dall’ambient, il tutto incastrato in una poetica malinconica intrisa di epica da narrazione post-apocalittica. Il mondo al collasso, gli esseri umani soffocati dal peso opprimente delle loro scellerate scelte, tutto è andato in malora e sulla Terra è calato il sipario dopo l’ultima, disastrosa scena. Il vento sferzante ci porta la voce di un amareggiato sopravvissuto, o forse di un disilluso osservatore della caduta dell’umanità, mentre declina cause e conseguenze di una catastrofe avvenuta lontano, lontanissimo dalla grazia divina e dal perdono. Il registro delle parole usate da Moby è epico ed infausto, la tavolozza sonora è composta da colori freddi e malinconici che ben si addicono ad una panoramica sulle ferite del mondo. Il passato pieno di promesse si staglia fulgido e glorioso sullo sfondo, e la sua luce si estende come una speranza che tutto questo non sia la fine di ogni cosa ma solo il deludente strascico di un ciclo destinato a ripartire col piede giusto.

I riferimenti culturali abbondano: il titolo dell’album è un riferimento al classico della letteratura anti-militarista Mattatoio n° 5 o La Crociata dei Bambini, di Kurt Vonnegut, mentre i nomi della opening track e di The Ceremony of Innocence sono tratti dai versi di un poema di Yeats, The Second Coming, un’opera che usa figure dell’immaginario cristiano sull’apocalisse come metafora del disorientamento connesso allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. C’è anche un pizzico di autoreferenzialità, come quando in Mere Anarchy Moby usa, all’inizio del secondo verso, delle lines prese da due canzoni d’amore da lui scritte nella prima decade del 2000, Stay Down e Sleep Alone, che pure avevano come sfondo la fine del mondo. Insomma, il gran finale dell’umanità è il leitmotiv di quest’opera escatologica che può essere tranquillamente classificata come concept, considerata l’omogeneità dei temi trattati. Si riesce a capire ben poco delle sue intenzioni se non quella di una rassegnata ma composta disillusione. Non è ben chiaro, però, da cosa esattamente Moby sia disilluso: se da una idea di mondo globalizzato, progressista, inclusivo e ciecamente positivista, o di una idea di se stessi e dei propri valori.

Il suond è buono, coerente e coeso, solido, costruito partendo da un trentennio di successi commerciali, personali e di genere. Le campionature sono di ottima qualità, una struttura musicale solida e intonata. Forse alla lunga un po’ piatto e noioso, tutto sembra fermo e distante, come guardare una fotografia e ricordare con nostalgia i vecchi tempi. Il mix risulta infatti un po grigio. C’è un saggio utilizzo dei vocalizzi femminili, a fronte di un Moby incerto e con pochi spunti, i testi troppo ermetici, come a proteggere chissà quale segreto. Spazio per l’innovazione ce n’è poco, semmai un ritorno alle origini del suono che ha caratterizzato e lanciato Moby nell’Olimpo dell’elettronica. Anche questo è in linea con il personaggio di un’artista che vuole fare la sua musica, senza compromessi e concessioni, e contemporaneamente usare la sua arte come mezzo di propaganda nella sua personale crociata contro il declino del mondo. Scelte legittime per uno del suo calibro, ma che purtroppo non sono funzionali al racconto: sa di stantio, intrappolato dalla retorica di cui è affascinato, un po’ melensa, nostalgica, romantica, decadente. Sembra rassegnato al destino di cui è vittima e ci si avventura dentro come il peggiore dei tombaroli. Il treno Moby è ancora in galleria, la luce si vede, ma purtroppo è alle spalle e non avanti.

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