Ministri – Fidatevi

Data: 9 marzo 2018 |

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Ministri – Fidatevi

Il tempo post elettorale è sicuramente tempo d’elezione dei Ministri.

Dopo il momento dedicato alle promesse, l’unica necessità è riassunta in una sorta di richiesta: Fidatevi.

Guardandosi intorno, fidarsi è probabilmente la cosa più stupida che oggi si possa fare. Eppure, guardandoci indietro, ci rendiamo conto che tutto quello che veramente conta nelle nostre vite è stato costruito sulla fiducia – quella che abbiamo dato e quella che abbiamo ricevuto. Perciò Fidatevi – anche se vi tradiranno, anche se vi terrorizzeranno, anche se tecnicamente è un salto nel vuoto: ne vale la pena.

Erano scomparsi da esattamente un anno, anno in cui hanno scritto e studiato il VI album di una carriera decennale (e oltre), festeggiata nei club italiani con molteplici sold out.

Fidatevi è a pelle un album di sintesi armonica della storia del trio lombardo. Tanti gli elementi di Cultura generale (2015) in cui ritrovare un intento riflessivo epurato dai tratti di surreale ironia (ricorderete Vivere da Signori e Macchine Sportive), sostituiti da un realismo contingente. Altri elementi provengono dagli esordi, quali sonorità cupe, graffiati in eco e distorsioni tanto in clean quanto ruvide. Nel 2018 però la novità musicale dei Ministri è far entrare il sé, insieme al proprio bagaglio d’esperienza e di conoscenza, in un album, aprendosi a 360°, con la maestria e la modestia di essere dei veri musicisti.

Spicca con evidenza l’accuratezza dell’arrangiamento musicale nel quale emergono elementi orchestrali, archi ben predisposti, hammond e pianoforte. La ratio sta nel voler far leva oltre che sulla struttura rock su qualcosa oltre il percepibile: rivoli di bizantinismi, assoli, chorus, volti ad instaurare la curiosità di ritrovare, ascolto dopo ascolto, strutture enigmatiche nascoste in ogni singola track. Per tali motivi Fidatevi è un album che necessita di una molteplicità di ascolti: di primo impatto parrebbe sembrare un mood ripetitivo e già assodato, ma basta non soffermarsi alla superficie.

La track list ha come filo rosso la tematica della fiducia, narrata quale essenziale e vitale. Fanno capolino all’inizio dell’album i singoli prerilasciati: Tra le vite degli altri, che narra di come per seguire le proprie ambizioni ci si allontana dalla strada maestra prendendo sentieri scoscesi ed impervi, perdendo di vista tutti. Fidatevi, pezzo omonimo, che è la richiesta di una ragazza di trent’anni, in una trance di eterna adolescenza intesa tanto quanto ossessione che elisir.

Spettri è probabilmente una delle canzone più cupe scritte dalla band, narrata su riverberi e beat scuri, mentre la solitudine si ingigantisce fino a stroncare.

Io voglio solo pagare una persona che
Che mi tenga in ordine la vita
Che mi faccia da servo e da padrone
Che mi dica non è ancora finita

Interessante è la dicotomia parlato versus gridato-aspirato, in un contesto melodico tenue e melanconico.

Potrei sbagliare ad eleggere Crateri quale miglior pezzo dell’album, reputandolo uno fra i testi migliori, nonostante il sound parrebbe riportare alla memoria a quanto ministricamente già ascoltato. La struttura circolare narra di come il dolore di una separazione ci domina e ci atterrisce: che cosa rimane se non crateri in pieno petto?

Nel corso dell’album ci si accorge sul serio quanto essenziale è accordarsi all’altro, Tienimi che ci perdiamo è effettivamente questo. Ritmata e con elementi vibranti di realismo. Si comincia da una ballad sentimentale che attraversa una relazione stabile ed equilibrata che, come da annuncio, si stronca sul finire del pezzo.

Relazioni, sentimenti, riflessioni ma anche uno spiccato senso nostalgico. Memoria breve celebra ma contemporaneamente maledice la facilità e la fallacità di cadere negli stessi errori.

Il favoloso e riconoscibilissimo timbro urlato-graffiato di Divi ritorna esasperatamente in Usami, il repeat incessante su riff equilibrati compongono una traccia di sfida, nè che volta le spalle al passato, nè che contende il futuro.

Due desideri su tre è una lirica su tamburi e bassi, nient’altro che la storia dell’incantesimo della nostra generazione, troppo ricca per ripartire da zero e troppo povera per i sogni che è stata educata a rincorrere.

Tomorrow in the battle think of me recita il verso del Riccardo III da cui prende ispirazione l’incipit di Nella battaglia: solo che il campo di guerra è la metropolitana di Milano, o di qualsiasi altra metropoli.  Si inseriscono il lavoro, lo stress, la volontà di mollare divenendo con onore un disertore. Chiude l’album una sussurrata Dimmi che cosa, collocata su un arpeggio dolce di chitarra, susseguita da un progressivo crescendo. Il pezzo si divide a metà quando un tamburo vibrante da orchestra annuncia un exploit musicale. Un pezzo sicuramente da chiusura concerto d’effetto.

I Ministri restano una chicca del panorama italiano, che questa volta si allontanano un po’ dal grunge e dal rock disinibito (se non con qualche indizio qua e là come in Fidatevi), lasciandosi attraversare, con semplicità, da linearità stilistica e da una pulizia del suono.

L’album narra di una dimensione privata che diventa collettiva, e forse, per conoscerci, non abbiamo bisogno di grandi e comuni risposte, ma solo di realizzare che ci stiamo facendo tutti le stesse domande.

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