Love Shower Love – Web Interview

Data: 20 luglio 2018 |

Love Shower Love – Web Interview

Love Shower Love: la musica è il collante dell’amicizia

I Love Shower Love sono una band lombarda di indie/alternative rock, con membri provenienti prevalentemente dagli Ashen Wave. I Love Shower Love entrano in sala d’incisione nel 2017 pubblicando cosi il loro primo lavoro: Common Useless Mistakes dalle ruvide sonorità targate anni ‘90 con cui i membri della formazione sono cresciuti musicalmente ad uno stile compositivo vario sviluppato nel corso degli anni, dando vita ad un sound che intende rievocare sonorità passate rilette in chiave moderna.  Abbiamo fatto con loro quattro chiacchiere!

Chi sono i Love Shower Love? A chi vi ispirate musicalmente e, quindi, quanta influenza c’è stata nella scrittura del vostro disco? In che altro modo trovate spunti e chi o cosa, nella vita quotidiana, vi spinge a creare?

I Love Shower Love sono un gruppo di amici cresciuti insieme, musicalmente e non. Abbiamo influenze ereditate dagli anni dell’adolescenza (grunge e punk), classiche come per The Police, The Clash e Talking Heads e più attuali guardando all’indie rock anglosassone di band come The National, War On Drugs e Parquet Courts. Questo “frullato” di passato remoto, meno remoto e presente ha sicuramente influenzato, consapevolmente e non, la scrittura dei pezzi di Common Useless Mistakes, album che fin dall’inizio volevamo suonasse asciutto e diretto. Per creare è importante avere dei buoni riferimenti: nella musica sono quelli che ti abbiamo citato e si tratta quindi di qualcosa di più “pianificato”, nei testi andiamo più di pancia scrivendo di stati d’animo più estemporanei e nel momento in cui abbiamo urgenza reale di dire qualcosa.

Da quanto vi conoscete? Come e quando avete deciso di iniziare un percorso di musica insieme?

Davide (frontman) e i gemelli Claudio e Marco (chitarra e basso) si conoscono dalle elementari. Stefano è salito a bordo al liceo. Quindi, da davvero parecchio tempo! La musica è arrivata immediatamente, di fatto è stato il collante della nostra amicizia.

Oltre che con i LSL suonate contemporaneamente in altri contesti. Questo vi ha rafforzato come band? Quanto questa circostanza può influire in meglio sulla vostra crescita?

Avere progetti paralleli (Nails & Castles, One Boy Band, The Twerks) ci ha sicuramente rafforzato, dando modo a tutti i membri di assumersi maggiori responsabilità, imparare qualcosa e poi “riportarlo alla base” per portare acqua al mulino del gruppo, arricchendo la nostra tavolozza creativa ed espressiva. C’è chi ha introdotto nuovi metodi di composizione “da remoto” con il digitale, chi è cresciuto come performer e chi ci ha spinti ad avere più istintività e intenzione nel modo di suonare.

Siete brianzoli, diteci com’è il panorama musicale attuale, e come è cambiato nel corso della vostra vita, della vostra adolescenza: come lo avete vissuto?

La Brianza in cui siamo cresciuti aveva una bella scena alternativa sincera e valida che andava dal punk all’hard rock con band che hanno avuto più o meno eco nazionale (es. Shandon), ma che soprattutto hanno avuto influenza su di noi portandoci a formare una band a nostra volta. Certo, se pensiamo che alla fine la personalità musicale più famosa del nostro paese è Emis Killa un po’ ci rimaniamo male (ridono). Ci sono in Brianza molte band di matrice rock interessanti comunque: pensiamo a gruppi come Mexican Chili Funeral Party, Gogoponies, The Royal Ukulele Pirate Orchestra, Leader Negativo.

Veniamo al disco: i testi parlano di diritti civili e anche dei migranti (Desert Son), che ad oggi, sono dei temi alquanto pungenti. Con un focus su tutte le vicende che ci attanagliano ultimamente, qual è il pensiero dei LSL a riguardo?

Pensiamo che il messaggio politico non dovrebbe mai sovrastare le emozioni che provoca una canzone, ma che allo stesso tempo se hai l’opportunità e l’urgenza di dire qualcosa, con la massima sincerità, devi cogliere quell’opportunità e dirla. Abbiamo scritto canzoni poco impegnate e canzoni impegnate: la scelta di optare per le prime o per le seconde è stata guidata dalle emozioni che ci suscitava la musica, non da quella di fare prediche. Nel caso di Desert Son, abbiamo prima composto un loop di matrice tipicamente africana influenzati dal lavoro di artisti fantastici come Bombino e Tinariwen e una volta che la musica ci ha messo il tema davanti abbiamo sentito la necessità di affrontare la questione migranti per fare si che l’unione di musica e testi creasse empatia nell’ascoltatore con quella condizione. Questo proprio perché pensiamo che la mancanza di empatia sia il principale problema che impedisce alle persone oggi di affrontare seriamente questo fenomeno. Anche per i diritti civili è andata così: avevamo in mano un pezzo rabbioso e la concomitanza di un evento omofobo nella nostra città ci ha portato a sfruttare quella base per dire che certa gente privilegiata non dovrebbe permettersi di spiegare a chi è meno privilegiato come comportarsi.

Aver scelto la lingua inglese quanto cambia a livello espressivo rispetto all’italiano? Come mai questa scelta?

La scelta dell’inglese è coerente con il nostro obiettivo di essere più diretti. Per non essere scontati, l’Italiano ti obbliga a costruire frasi e usare parole piuttosto complesse, che rischiano di appesantire l’impatto di un brano rock. Con l’inglese siamo riusciti a dire le stesse cose che volevamo dire in Italiano, ma senza intaccare l’impatto sonoro dei pezzi.

Qual è il brano del vostro disco a cui siete più affezionati? E invece sul panorama musicale globale, qual è il pezzo che vi ha fatto dire “è questo il pezzo che identifica la mia vita” e perché?

Domanda difficile, tutti i brani son “piezz’e core”! Probabilmente VCV, di cui è appena uscito il video (https://www.youtube.com/watch?v=9xgL125gRf0) perchè è il primo brano composto come Love Shower Love e parla proprio della necessità di rinascere come band e della musica come passione che ci ha sempre unito e fatto rialzare. Sul “pezzo che identifica la mia vita”, ti rispondiamo singolarmente:

Davide: The Fixer dei Pearl Jam. È sicuramente un brano minore – anche se della mia band preferita – ma riassume bene una mia attitudine credo, quasi un’ossessione per riparare le cose, a livello immateriale. Mi piace perché in tutto ciò è un testo positivo, un inno alla resilienza.

Stefano: Impossibile scegliere un pezzo solo dacche’ ho coscienza musicale. Per questo dico l’unica che non ho scelto ma e’ servita profondamente da imprinting; You really got me – The Kinks, ne andavo pazzo quando mio padre lo mandava a palla nello stereo della macchina

Claudio: Comfortably Numb, Pink Floyd, la mia ricerca da chitarrista è il vano tentativo di riuscire ad eguagliare un solo perfetto come quello che ci ha regalato sir. David Gilmour.

Marco: Cosa può dare più senso alla vita che distruggere un basso davanti a un parterre gremito di gente… LONDON CALLING!

Quali sono le vostre aspettative future? Con chi sognate di poter condividere un palco? Tour in vista? Date estere?

Le cose stanno andando bene, per un progetto nato dal basso come il nostro, quindi per adesso continuiamo così, a fare quello che ci piace e raccogliere ogni volta le cose belle che arrivano. Ci piacerebbe sicuramente avere la fortuna di condividere il palco con qualche artista internazionale, il sogno irrealizzabile sarebbero i Pearl Jam (ridono). Per quanto riguarda le date, al momento siamo molto eccitati per un minitour che faremo nel Centro Italia il 21, 22 e 23 luglio rispettivamente a Perugia, Frosinone e Roma. Non abbiamo ancora portato i nostri brani fuori della Lombardia e siamo curiosissimi di vedere come reagirà il pubblico!

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