Lessness – Web Interview

Data: 28 novembre 2017 |

Lessness – Web Interview

Viaggi emozionali, percettivi e sensibili quelli di Lessness

Lessness è il nuovo progetto solista di Luigi Segnana, musicista trentino ex membro di Casa del Mirto, co fondatore di Mashhh! Records e coproduttore di tutta la discografia dell’etichetta. Ha debuttato lo scorso 20 ottobre con il suo primo EP The Night Has Gone To War. 

Tra post punk e synth in suggestivi loop viscerali lo abbiamo intervistato.

- Luigi Segnana, ora Lessness. Omaggio a Beckett o malinconiche mancanze?

Sono un po’ entrambe le cose. Il nome è preso proprio come omaggio al racconto/poesia di Samuel Beckett, ‘lessness’. Un racconto che mi ha colpito per quanto mi abbia fatto immedesimare nel protagonista, riverso tra le rovine (probabilmente metafora dell’esistenza umana) incapace di muoversi e sentire altro che la sua mente o coscienza che si perde in malinconiche reminiscenze del passato. È talmente preso dal sé stesso del passato che il sé stesso del presente è completamente bloccato nell’atarassia. Questo moniker, ha un significato duplice per me. Vale sia come testimonianza di quello che tendo ad essere, atarassico, e monito a non indulgere nelle mie debolezze, soprattutto emotive.

- Hai esordito con il tuo primo EP The Night Has Gone To War lo scorso 20 Ottobre, che sancisce l’inizio del tuo progetto solista. La prima traccia del disco è Cwtch. Cosa sta a indicare di preciso?

Cwtch è una parola gallese che sta ad indicare una sensazione, quella di calore quando ti trovi in luoghi o con persone che ti fanno sentire a casa e amato a prescindere dal bagaglio o fardello di esperienze chi ti porti appresso. Viene tradotta come abbraccio ma ha significati più profondi e intimi. Cwtch è la prima canzone dell’Ep fisicamente e per esigenze di estetica sonora. Mi sembrava la più adatta, visto che è l’unica canzone strumentale che ho, ad aprire l’Ep, in realtà a livello emotivo dovrebbe essere l’ultima quella che apre alla positività, alla luce dopo il buio.

- La tua carriera vede anni insieme al gruppo Casa del Mirto e la co-fondazione della Mashhh! Records. Cosa è cambiato da allora, e quali sono le tue aspettative con il tuo debutto da solista?

È cambiato tutto. Nel senso che dopo aver chiuso la mia personale esperienza con Casa del Mirto e Mashhh! ho resettato tutto e ricominciato da zero. Avevo un bisogno estremo di estraniarmi e di ricostruirmi pezzo per pezzo. Solo dopo essermi un po’ ritrovato ho ritrovato anche la voglia di ricominciare a suonare. La mia carriera musicale è un processo in divenire non so cosa mi aspetterà a breve e non ho aspettative per quanto riguarda il mio Ep di debutto come solista. Prendo quello che viene come viene, cercando di trovare un mio spazio e ‘modus’ espressivo.

- Senza queste esperienze passate ti saresti lanciato in un disco tutto tuo? Come vivi questa transizione verso un nuovo percorso?

Probabilmente sì, mi sarei lanciato in un disco tutto mio comunque, a prescindere dalle mie esperienze precedenti. È una cosa che avevo dentro e che dovevo far uscire. Probabilmente sarebbe stato un disco diverso, ma questo non mi è dato di saperlo. Non si tratta di una transizione, voglio dire, non la vivo come tale. Si tratta di un cosa che nasce dal nulla, nuova. Non è collegata a nulla di quanto fatto da me precedentemente. Estinzione e nuova nascita. La vivo con curiosità, ed una vaga eccitazione.

- Quale dei sette brani inediti è stato più difficile da scrivere e mettere in musica? E quella in cui ti ritrovi perfettamente?

L’atto di comporre le canzoni non mi ha creato particolari problemi, sono canzoni uscite di getto e lavorarci non mi ha creato difficoltà, se ci riferiamo al processo puramente creativo. È stato un flusso di coscienza dirompente ed immediato. Sono stato più in difficoltà dal lato tecnico per quanto riguarda certi arrangiamenti e il missaggio finale che mi ha messo un po’ nei guai. Soprattutto canzoni come Torchlight e Diwedd, che sono molto ‘dense’ a livello di arrangiamenti di vocalità, sono state difficili da addomesticare. E tutt’ora penso che, con altri mezzi a disposizione e, probabilmente, con un orecchio migliore del mio, si sarebbero potuti raggiungere risultati ancora migliori.

La canzone che più mi rappresenta penso sia Mala Leche, sia per le sonorità che per la poetica che la contraddistingue, la maledizione di avere reazioni emotive sempre eccessive rispetto al contesto in cui ci si trova.

E per i gufi.

- Potremmo dichiarare il tuo un concept album?

Non proprio, non è nato come concept album e le canzoni non sono state scritte per essere usate assieme in un concept. Ognuna di esse ha una propria autonomia, differiscono tra loro per molte caratteristiche sonore e ritmiche e sono nate anche in tempi e modi diversi. D’altro canto, però, mi rendo conto, che possa sembrare tale in quanto l’emotività che i pezzi trasmettono è la stessa e la notte è il denominatore comune di tutti i pezzi. Non era mia intenzione, ma è successo.

- Quali sono le emozioni che ti pervadono mentre componi i tuoi pezzi? In che modo trovi l’ispirazione?

Non so davvero indicare quale sia l’emozione principale che provo quanto scrivo o registro le canzoni. È un processo che mi pervade totalmente e mi astrae dalla realtà che ho attorno. È come essere trasportati su altri livelli emotivi e percettivi, un viaggio che mi avvolge totalmente. Non penso nemmeno di essere in totale controllo della situazione a volte. Non so da dove arriva l’ispirazione, non so da dove arrivano le parole. Prima non ci sono, un attimo dopo sono lì. Mi spiace non poter essere più preciso.

- Nelle tue tracce canti esclusivamente in inglese. A cosa è dovuta questa scelta? Hai mai pensato di scrivere in italiano?

Mi trovo più a mio agio nel cantare in inglese, pur non essendo la mia lingua madre, probabilmente perché ho sempre ascoltato quasi esclusivamente musica cantata in inglese. È un influenza inconscia e naturale. Sì ho pensato spesso alla scrittura in italiano, ma non sono capace non riesco a metterla in musica e mi dà una sensazione di disagio. Penso di avere un timore reverenziale, rispetto alla lingua italiana.

- Where The Night Will Our Pain è presente in due versioni, la seconda remixata in altro modo da Austin Leeds. Come mai questa decisione? Conosci personalmente Leeds?

Where The Night Will Heal Our Pain è una canzona che mi causa sempre una forte reazione emotiva e volevo semplicemente vedere cosa sarebbe successo ascoltandola in una versione alternativa.

Non conosco personalmente Leeds, non siamo mai stati a cena assieme, ma siamo stati un po’ in contatto via mail e social. Si è detto entusiasta del pezzo e ne ha fatto un remix, ancora più scuro della versione originale. M’è piaciuto un botto nella sua semplicità.

- Stai considerando l’idea di un tour? Dove ti piacerebbe suonare?

Sto lavorando ad alcune idee per portare il progetto live, vediamo cosa ne esce. Mi trovo particolarmente bene in cantine e biblioteche, non mi dispiacerebbe suonarci!

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