Leon Vynehall – Nothing Is Still

Data: 1 luglio 2018 |

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Leon Vynehall – Nothing Is Still

Qualcuno alla Ninja Tune sembra aver scoperto l’equivalente musicale della formula alchemica per la trasmutazione dei metalli in oro. In poche altre etichette mi è capitato di riscontrare una tale coerenza di intenzioni pur nell’estrema varietà della forma. Dal blues progressista di Fink alle fluide architetture dei Cinematic Orchestra, dai raffinati beat di Bonobo all’eclettico sound design di Amon Tobin, la prestigiosa etichetta londinese ha la capacità di includere nel suo parco artisti dei producers con stili sempre diversi, ma con una caratteristica in comune: il contatto profondo con il proprio universo interiore. D’altronde la musica digitale, col suo enorme potenziale di personalizzazione del suono, si presta a rappresentare i complessi mosaici dell’anima, fatti di sensazioni, colori, ricordi, emozioni.

Non fa eccezione il producer britannico Leon Vynehall, che per il suo debutto alla corte del Ninja decide di allontanarsi dal frenetico mondo della musica da club per dare forma a ciò che già traspirava dalle se precedenti produzioni. Rojus e Music For The Uninvited erano progettati per far muovere le persone, ma si prestavano altrettanto bene ad un ascolto da camera, segno di una capacità (e forse di un desiderio) di muoversi in territori forse più cerebrali ma dal forte potenziale comunicativo e immaginifico. Il diario di questa esplorazione si intitola Nothing Is Still, un tentativo di scavare nella memoria delle vicende familiari dei suoi nonni, emigrati a New York negli anni ’60 dal sud est del Regno Unito e dopo un lungo viaggio di sette giorni via mare da Southampton a Brooklyn. Quattro anni fa, la scomparsa del nonno ha creato le condizioni giuste per tirare le fila della memoria familiare condivisa e trasformarle nella suo personalissimo arazzo dedicato al cambiamento. Come spesso accade alla Ninja Tune, il risultato è un album che, pur essendo saldamente ancorato al vissuto dell’artista, è abbastanza etereo ed evocativo da favorire l’immedesimazione dell’ascoltatore e stimolare la sua immaginazione.

From The Sea/It Looms è un’unica traccia divisa in due parti ben distinte, ma costruite con una coerenza ed un’omogeneità che rendono l’intera suite particolarmente cinematografica. Per i primi tre minuti, il pezzo è orgogliosamente orchestrale, soffia brezza marina a pieni polmoni e sa di malinconia e promesse non mantenute, mentre synth e campionature si intrecciano e si confondono per creare materia informe, una massa che aumenta col crescendo della musica. La tensione sonora quando alla naturalezza degli archi si aggiunge l’artificiale precisione della ritmica digitale; stridere di gabbiani in sottofondo, un polmone elettronico che respira in primo piano, un fluire di emozioni e un sound dal forte potenziale evocativo, marchio di fabbrica di molti degli artisti di punta della Ninja Tune. Basterebbe questo pezzo per fissare l’asticella molto, molto in alto, se non fosse che tutto ciò che viene dopo presenta la stessa pregevole fattura, confezionata in un concept diviso, per comodità espositiva, in capitoli.

Capitolo III, passeggiata a lume di neon per le strade di una città insonne, scandita da ordinati loop urbani e i fiati jazz di un musicista a briglia sciolta. Footnote III, piccola pausa in una sala concerti poco prima dello show, dove quello che sembra chiacchiericcio del pubblico assume una dignità tutta sua. Footnote IV, guardando in una vetrina ci sono tante TV accese, e in una di queste trasmettono un ricordo sbiadito di una vita passata. Chapter V, è il momento di bere qualcosa di forte, ché la notte è appena cominciata, ma la velocità è tutta sballata; c’è bisogno di mettere a fuoco le figure sbiadite tutte intorno, mentre lo stesso musicista che prima suonava per strada ora si contorce sul palco con fare appassionato. Capitolo V, cominciano i problemi. Ora tutto è a fuoco, ma le luci si sono già abbassate e l’atmosfera si è fatta d’un tratto cupa, ansiogena, e le figure che sembravano persone ora sono mostri che danzano in fluorescenza. Capitoli VI e VII, l’oscurità si è fatta asfissiante ed è ora di uscire. Fuori piove a rallentatore, la città si presenta in scala di grigi, il passo cadenzato conduce al di là del ponte, lontano dal rumore assordante dei club e di nuovo nella natura. Capitolo VIII, l’ultima prova, il vis-a-vis con i fantasmi dietro le quinte: basta non distogliere lo sguardo mentre la carta delle lettere mai spedite brucia, e potrebbe esserci redenzione. Capitolo IX, lo specchio si rompe e dietro di esso la realtà, con i suoi veri colori. Tutto si muove, ma stavolta alla giusta velocità.

Il parco artisti della Ninja Tune si arricchisce di un nuovo eroe progressista, che spinto da un’insaziabile curiosità lascia la comfort zone (degli altri, di quelli che lo vogliono lì per abitudine) ed esplora territori nuovi persino per alcuni suoi compagni di etichetta. Nothing Is Still è una discesa nel purgatorio dei club, una traversata in un mare di asfalto, la metafora di un viaggio che parte da un complesso di emozioni e ricordi solo per finire dove è cominciato, lasciando qualcosa in più. Un po’ come Leon, che è rimasto dietro una consolle a dirigere le transizioni del mondo intorno a lui. Nothing indeed is still. Dallo smuovere i corpi allo smuovere le emozioni il passo sembra, a sentire Vynehall, straordinariamente breve.

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