Lamarck – Love Budget

Data: 8 gennaio 2016 |

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Lamarck – Love Budget

Cantare d’amore, o meglio, ascoltare cantare d’amore, a volte stanca. La tipica canzone italiana, strofa-ritornello-strofa sul sole cuore amore è ormai demodé. L’amore ai tempi dell’Iphone è meglio raccontarlo come fanno i Lamarck nel loro Love Budget, primo lavoro discografico del gruppo, fuori nell’ottobre dell’ormai lontano 2015. Questi quattro ragazzi partenopei infatti raccontano l’amore attraverso dieci tracce, mescolandolo a quello che non dovrebbe entrarci nulla ma invece c’entra eccome, come la polemica, la politica e l’economia.

L’album si apre con In Silico, una locuzione che significa “in silicio”. Il richiamo ai sentimenti riprodotti artificialmente tramite chip e transistor di un computer è forte. Così come i rapporti iniziano su Instagram, continuano su Twitter e finiscono su Facebook, anche il proprio pensiero viene sempre più influenzato dai social media e da quello che da essi viene selezionato: “non ho più un’opinione, ma ho un Iphone.” A questa segue quella che, a modesto parere di chi sta scrivendo, è la migliore dell’album, Zen. Un brano che inizia con una di quelle intro musicali che ti fanno capire che sarà il brano da cantare, quello da urlare a qualche live. Ad un testo ben congeniato, con frasi che diventeranno presto oggetto di qualche link Tumblr (ormai la notorietà si misura così) fa compagnia un’ottima base musicale e quello che è un po’ il marchio della band, ovvero la capacità di cambiare ritmo all’improvviso, lasciando l’ascoltatore piacevolmente sorpreso dall’avere per le mani qualcuno che sappia suonare. Esempio calzante di questa peculiarità è la bella Eternit, che si posizione nel cuore dell’album. Brano dall’atmosfera prettamente indie, ricordando un po’ Lo Stato Sociale un po’ gli Zen Circus (che esistono checché ne dica la tv), ci colpisce soprattutto per la lirica, per la citazione di un brano colonna portante come Alexander Platz e per la naturalezza con cui viene legato al presente, e alle polemiche che l’oggi suscita. La capacità di legare argomenti importanti e d’attualità con quello che è il tema dominante della musica, cioè l’amore, è propria di questa band. Ci piace la loro territorialità, il loro legame con il posto in cui sono cresciuti e la voglia che hanno di far venire fuori i problemi che attanaglia la loro terra natia, vedi Il ponte di Chiaia, senza risultare tuttavia pesanti. Questa traccia finale trascina dalla prima nota all’ultima,  colpisce, ancora una volta, con il suo  testo impegnato e leggero allo stesso tempo, accompagnato a un bel canto e alla già citata capacità musicale, e porta alla riflessione sulla situazione politica italica prendendo come metafora il Ponte di Chiaia, del quale è notizia fresca il degrado e la mancata manutenzione. E questo Paese ci pare, a noi come ai Lamarck, anch’esso privo di cura e prossimo al crollo.

Una buona prima prova dunque questa dei Lamarck, bene inserita nello scenario indie italiano ma allo stesso tempo capace di distinguersi per la capacità di scrivere testi originali e, udite udite, sintatticamente legati.
Nuova promessa o semplice meteora? Al secondo album l’ardua sentenza.

 

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