Katres – Web Interview

Data: 11 aprile 2018 |

Katres – Web Interview

Rinascere con la musica: l’Araba Fenice di Katres

La proverbiale Araba Fenice che risorge dalle sue ceneri, un percorso lungo un disco quello di Katres,  all’anagrafe Teresa Capuano. Catanese trapiantata a Napoli, la giovane cantautrice pubblica il suo primo disco per Giungla Dischi sotto l’egida del produttore Daniele Sinigallia: otto inediti più una cover, storie di rinascita e di risalita, consapevolezza di sé ed accettazione. Un sorprendente esordio dalle venature folk, un cantato caldo, eclettico ed accorato. Music Coast To Coast ha incontrato Katres, a pochi giorni dalla release di Araba Fenice.

– Nasci a Catania ma vivi da sempre a Napoli. Due città dalla personalità decisamente forti e che avranno sicuramente contribuito a costruire il tuo carattere.

Assolutamente sì, come amo sempre dire sono cresciuta con un piede sul Vesuvio e un piede sull’Etna. Sento fortissime le influenze di entrambe le città, due città del sud intrise di una cultura musicale popolare molto forte che non ha potuto far altro che influenzare il mio modo di fare, vivere e di sentire la musica.

- Il tuo disco, Araba Fenice, è prodotto da Daniele Sinigallia, superproduttore di nomi quali Niccolò Fabi, Marina Rei, Luca Carboni, solo per citarne alcuni. Com’è avvenuto l’incontro, e cosa è scattato tra di voi?

Desideravo da tanto lavorare con Daniele Sinigallia, artista di cui avevo sempre apprezzato e amato le passate produzioni. Un giorno chiesi a un mio caro amico cantautore, Dap (presente anche nel mio disco nel brano Araba Fenice) , che in quel momento registrava il suo disco proprio con Daniele, di presentarmelo, così un giorno andai con lui in studio e conobbi Daniele, gli feci ascoltare alcune mie canzoni chitarra e voce e fu subito sintonia. Ignoravo il fatto che in lui avrei trovato non solo un artista dalla spiccata sensibilità ma anche un amico che è riuscito a portare il suo talento e la sua anima in un disco di canzoni già strutturate, fondendosi con la mia personalità con estrema naturalezza.

- Sarà per questione geografica, ma ascoltando il disco ho avvertito diverse influenze partenopee, Meg su tutte. Quali sono stati gli ascolti con cui, magari senza neanche pensarci, hai iniziato a pensare di poter scrivere e suonare musica?

Vengo da ascolti davvero vari, ho sempre amato ascoltare di tutto passando da un genere all’altro con grande curiosità. Sicuramente sono cresciuta ascoltando i grandi cantautori italiani quali Dalla, De Andrè, Bindi, passando per interpreti di spessore come Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Nada e arrivando ai miei miti indiscussi della musica internazionale, David Sylvian, Bowie, David Byrne, i Beatles, i Fleetwood Mac, ma se devo parlarti di chi mi ha attraversato l’anima col suo canto facendomi sognare un destino fatto di musica non posso che citare le grandi Rosa Balistreri e Noa: loro, senza alcun dubbio, sono responsabili più degli altri della mia scelta di fare musica.

- Il disco si apre con Ormai Ho Deciso, una dichiarazione di intenti sul non lasciarsi vivere a caso e di prendere in mano le redini della propria vita, fil rouge che sembra tornare nella title-track, la proverbiale Araba Fenice, in cui canti “credere che sia possibile evolversi partendo dalla distruzione” . Un tema ricorrente quello della rinascita e del ripartire daccapo, fare tabula rasa.

Forse non mi spingo fino al fare tabula rasa perché in fondo tutto il nostro presente così come il futuro saranno sempre intrisi del nostro passato, anzi, mi spaventa l’idea di cancellare, dimenticare, voglio piuttosto trovare anche nelle cose negative sempre il lato positivo e fare in modo che ogni prova possa diventare una risorsa, un modo per dimostrare a me stessa che so fare di meglio che piangermi addosso. Questo disco nasce dalla necessità di raccontare una rinascita, ho attraversato il fuoco ma questa sofferenza mi ha reso più forte e splendente di prima.

– Fausto Mesolella ha detto di te: “Katres va descritta con una sola parola: è un’artista”. Che sensazioni hai provato in seguito ad un attestato di stima così importante?

Fausto è stato negli anni una vera guida, l’ho incontrato grazie al Premio Bianca d’Aponte e avuto la fortuna di poter godere della sua arte e della sua amicizia. L’attestato di stima di Fausto lo porto nel cuore, da sempre e per sempre, forse non lo merito ma pensarci e pensarlo mi fa sempre stare tanto bene. Manca tanto.

- Due le collaborazioni in questo disco, per i brani Araba Fenice, che canti con DAP, e Mokarta, cover dei Kunsertu che proponi con Marjorie Biondo. Com’è nata la collaborazione con i due ospiti?

DAP è un mio carissimo amico, con lui ho condiviso un grosso pezzo di vita e di musica soprattutto durante la promozione del mio primo disco, Farfalla a Valvole, in cui mi accompagnava come musicista. Ci tenevo ad averlo nel mio disco perché è un artista dalla sensibilità fortissima, credo una delle voci maschili più belle ed emozionanti che abbia mai sentito. In Araba Fenice, tra l’altro, DAP suona anche il piano magistralmente. Di Marjorie, che era spesso in studio durante la registrazione  del disco, ho amato subito la purezza e il suo modo così delicato di accostarsi alle mie canzoni (infatti è presente anche in altre tracce come corista). Nella sua voce ho riconosciuto subito una profonda spiritualità, un giorno le dissi che mi sarebbe piaciuto averla con me in Mokarta, lei rispose subito di si, che le andava di farlo e che se volevo avrebbe potuto suonare anche l’harmonium. A fine registrazione riascoltammo il pezzo e ci stupimmo nell’apprendere che era diventato una sorta di Mantra, ricordo che rimasi profondamente commossa e felice di sapere che quella meraviglia avrebbe fatto parte del mio disco.

- Il mood acustico del disco arriva ad un punto di rottura in due occasioni in particolare, ovvero in Non Chiamarmi Amore e, soprattutto, in La Risalita, dove sembri allontanarti da canoni pacati ed abbracci sonorità maggiormente rock ed elettriche. Ascoltando i brani attentamente ho notato anche qui un possibile legame, ma stavolta in contraddizione. Se in Non Chiamarmi Amore canti, “Che mi piace quando mi metti al centro dei tuoi discorsi, quando mi dormi accanto, quando ridiamo di gusto per niente, quando ti sento addosso e la tua mente non è altrove ed esistiamo solo io e te”, in La Risalita sembri correggere il tiro, “Se sono viva è solo merito mio / Non credere di essere al centro delle mie certezze, non ti illudere”. Il processo di consapevolezza è sempre intriso di alti e bassi, gioco dei ruoli e incertezze?

I due pezzi che hai citato sono sicuramente quelli più spinti a livello di arrangiamenti, più vicini al rock probabilmente anche per il messaggio che vogliono lanciare. Il primo, Non Chiamarmi Amore, è una riflessione sulla vita di coppia in cui la protagonista afferma la propria precisa identità: chiede che venga scandito un nome e non un nomignolo per inoculare la consapevolezza che l’io non può essere mai annullato nell’indeterminatezza del “noi”. Ne La Risalita non si parla necessariamente di una relazione di coppia, ma, in generale della capacità di liberarsi da tutte quelle relazioni che instauriamo con persone che provano in qualche modo, nel tempo, a farci sentire inadeguati, incapaci o che provano a minare la nostra autostima. Nel processo di rinascita che racconto attraverso queste canzoni si riscontrano gli alti e bassi che caratterizzano l’esistenza di tutti noi. Siamo umani, ma la risposta migliore sta sempre nel ritrovare la consapevolezza, la fiducia in sé stessi, l’amore per sé stessi.

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