Kamasi Washington – Heaven And Earth

Data: 11 luglio 2018 |

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Kamasi Washington – Heaven And Earth

Evidentemente Kamasi Washington aveva ancora qualcosa da dire. Dopo le abbondanti tre ore dell’esordio The Epic, il sax tenore più discusso del momento ha rilasciato a tre anni di distanza un altro monumentale proclama. Heaven and Earth è stato lanciato nella formula 2+1: a quanto pare, gli acquirenti del doppio album si sono ritrovati fra le mani un terzo disco nascosto nel packaging, inedito e non rilasciato in anteprima alla stampa, contenente altri 40 minuti di musica in aggiunta alle 2 ore e mezza del pacchetto base. Prima considerazione: Kamasi Washington è un jazzista dal taglio molto classico che è riuscito in qualche modo a riportare un genere “di nicchia” all’attenzione del circuito mainstream, ed è per questo motivo che su di lui si è detto tutto e il contrario di tutto. La critica e il pubblico si dividono fra quelli che, per qualità della scrittura e doti interpretative, lo osannano come genio assoluto e quelli che ritengono la sua musica banale, pallida imitazione di quella dei giganti sulle cui spalle Washington si appoggia.

Seconda considerazione: nell’era di Spotify e di Youtube in cui bastano 5 minuti ed una connessione ad internet per farsi un’idea, le recensioni, intese come pareri più o meno argomentati su un prodotto discografico, sono sostanzialmente inutili. Più interessante, almeno per qualcuno, potrebbe essere leggere dei validi motivi per aggiungere un artista ad una playlist tematica. Perché vale la pena di dedicare tre ore del proprio tempo all’ascolto di Heaven and Earth? Cosa ha di diverso rispetto all’opera di un contemporaneo di Kamasi Washington o, meglio ancora, di un maestro del genere? In sintesi, perché ascoltare lui e non Sun Ra, Coltrane o Herbie Hancock?

Partiamo dall’ovvio: Kamashi Washington è un ottimo musicista. La qualità della scrittura è alta, pur nell’eterogeneità degli approcci ai canoni dei generi che lambisce, dallo spiritual alla psichedelia passando allegramente per la fusion anni ’70. Gli artisti di cui si circonda sono straordinariamente bravi e rendono l’ascolto di uno qualunque dei brani del doppio (pardon, triplo) album divertente e piacevole. L’operazione che Washington porta avanti però non è un mero revival di roba che fino a qualche tempo fa era considerata démodé: è uno spaccato di vita moderna diluito all’interno di un lungo gospel pieno di virtuosismi ed epicità. La formula scelta da Kamasi è quella del doppio arco narrativo, ciascuno caratterizzato da un preciso stile. Earth è prevedibilmente terreno, sporco, frenetico, profano. Dalla reinterpretazione in chiave afro-futurista della theme song di Dalla Cina con furore ai fiati hard-bop di One of One, traccia che preannuncia la fine del primo ciclo e l’ascesa verso i cieli, i primi dieci brani dell’opera di Washington sono una lunga celebrazione della diversità umana, espressa tramite la mescolanza di approcci musicali diversi e sonorità prelevate dai quattro angoli del mondo. Heaven invece vorrebbe mostrarsi come la metà evangelica della release, quella che contiene i canoni del mondo ideale sognato da Kamasi. Si tratta, in effetti, di una sequenza di tracce più orchestrali e ambiziose, ben rappresentate dai cori celestiali di Song for the Fallen o i fiati nobili di The Space Travelers Lullaby.

Washington non vuole presentarci niente di nuovo o di particolarmente innovativo, e non mi pare giusto criticarlo solo perché fa “roba già sentita”. La ricerca disperata e ossessiva dell’innovazione nel campo della musica sembra sia diventata una componente imprescindibile di chi si approccia all’ascolto delle opere più recenti, in particolare se quelle opere appartengono ad un genere archetipico come il jazz o il blues. Quello che si sente in Heaven and Earth è una magniloquente carrellata di elementi ritmici e sonori che hanno fatto la storia, confezionata con un tema di fondo gospel e una struttura narrativa ordinata e chiaramente identificabile. Detto in altri termini, è come fare un giro in una mostra dedicata ai capolavori dell’arte classica, accompagnati da un curatore colto, capace, competente ed appassionato. I motivi per cui si sceglie di visitare quel museo possono essere i più vari, dalla voglia di apprendere per chi è a digiuno della materia al desiderio di confrontare e approfondire per coloro che vogliono strutturare un pensiero critico. La differenza di fondo sta nel fatto che il curatore, in questo caso, ha creato le opere di suo pugno, e l’ha fatto animato da un amore profondo che non può sfuggire a nessuno, nemmeno ai suoi peggiori detrattori.

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