Judith Owen – redisCOVERed

Data: 5 giugno 2018 |

Album Information

Judith Owen – redisCOVERed

Nel corso degli anni, tantissime persone, quando hanno ascoltato brani altrui interpretati da me in maniera insolita, mi hanno chiesto perché non pensassi ad incidere una raccolta di cover. Così mi sono fermata a riflettere sul motivo che mi spinge ad eseguirle, sul perché alcune mi regalano un enorme senso di piacere”.

Judith Owen si porta dietro un bagaglio bello grosso: cantautrice, arrangiatrice, pianista, e vanta anche acclamate esibizioni come opener a Brian Ferry. La nostra ramata signora gallese, il 26 maggio ha presentato redisCOVERed, 11 classici che hanno sicuramente incrociato le nostre vite, riscoperti per un progetto modellato su quel bellissimo tappeto di tasti bianchi e neri, che la Owen calpesta con eleganza e consapevolezza. La chiave vincente è la personalizzazione, la piena e perfetta aderenza al proprio stile, tant’è che con la mente non si fa rimando alla versione originale. Non è karaoke, ma elaborazione di pezzi che hanno un significato rispetto al vissuto personale; e si sente.

Un processo di decostruzione che si apre con l’intenzione di stupire. Si parte da Drake, e la sua Hotline Bling, scelta estrema rispetto allo stile della Owen, che suona quasi come un avvertimento: sappiate tutti che posso mettere le mani su qualunque cosa. La veste latina arricchita da fiati, indossata da Shape of you è semplicemente deliziosa, per il brano del tenero Sheeran miniera d’oro, che già in partenza è ricco di elementi con cui giocare.

Due gli omaggi a Joni Mitchell: Cherokee Louise, è probabilmente la rivisitazione più emozionante del disco, una manipolazione in chiave spiccatamente jazz, voce in sovraesposizione, il tutto finalizzato ad esaltarne la poetica del testo. Judith Owen ritorna all’artista a cui probabilmente si ispira di più con Ladies’ Man, un vero e proprio tuffo nel mondo di Dave Brubeck; e ancora una volta le corde del basso di Leland Sklar, compiono magia. E mentre la discomusic di Donna Summer diventa irrestibilmente ammaliante, e Hot stuff flirta da ogni sua singola nota, Black Hole Sun, casa Soundgarden una canzone che descrive come la miglior canzone sulla depressione e l’essere nell’oscurità che io abbia mai sentito, ci costringe a togliere il cappello per una signora che ha fatto diventare uno dei manifesti del grunge quasi uno swing. A Smoke On The Water” dei Deep Purple regala un groove di Bossa Nova, ma forse uno dei riff più famosi di sempre, per la sacralità che riveste in ogni cameretta che ha visto ragazzini strimpellare la prima chitarra, andava lasciato così com’è.

Le Summer Nights di Grease lasciano sul comodino la brillantina per i capelli, e Danny e Sandy, diventano adulti che si osservano e sorseggiano un manhattan in un elegante jazz club, per poi librarsi in cielo con l’amata Blackbird, alla quale viene data solo un piccolo piglio come dire, ecclesiastico. La chiusa perfetta e di un’eleganza sopraffina è affidata ad una versione soffusa e malinconica di Dream a little dream of me.

Brani iconici, parte della nostra memoria collettiva, del nostro quotidiano che meritano di indossare più vestiti; la bellezza è per sua stessa indole versatile, sa declinarsi in mille modi riuscendo a mantenere sempre la luce che l’ha fatta brillare sin dal primo momento, e alla bellezza deve essere dato perenne lustro. Lavori come questo di Judith Owen sono manifesto di profonda gratitudine alla musica, e a noi umile anello della catena alimentare musicale, non resta altro che dire grazie.

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