John Malkovitch! – The Irresistible New Cult Of Selenium

Data: 26 aprile 2018 |

Album Information

John Malkovitch! – The Irresistible New Cult Of Selenium

L’irresistibile nuovo culto del selenio

È uscito il 21 gennaio scorso per la label EdisonBox Records questo LP dal titolo siderale e cinematografico al tempo stesso, come lo è indiscutibilmente il nome della band, i John Malkovitch!, nonostante qualche grafema differente. Il progetto nasce nel 2016, nel cuore verde dell’Umbria ed il legame col cinema è evidente anche nel sound post-rock che si apre allo stoner e che è adattabilissimo ad una colonna sonora di un qualche film di fantascienza, per esempio. Quattro lunghi pezzi, che in realtà ne contengono molti di più, dati gli intervalli ed i cambiamenti di ritmo ed atmosfere.

L’inizio è in silenzio, Darker Underneath The Surface accompagna davvero sotto la superficie, quando nel vuoto strumentale fa ingresso un cupo suono sintetico, triste e romantico, accompagnato da una lieve ripetizione di chitarra che lentamente arpeggia, da due note agli accordi in minore. L’arrivo prorompente della batteria e delle “schitarrate” ricorda Mogwai, ma il suono è più all’osso, malinconico, triste e cullante. Il vero wall of sound arriva circa all’ultimo minuto. La fine è brusca: il volume si chiude, ma i brividi non lasciano e la pelle d’oca rimane, soprattutto se l’ascolto è in cuffia.

Il secondo pezzo, Twice In a Moment Once In a Lifetime, è caratterizzato da una distorsione data dalla ripetizione e dalla tenuta lunga delle note, in un climax ascendente. A metà le chitarre diventano acide ed il pathos cresce, con esso la sensualità del sound quasi blues della chitarra e del basso che è protagonista. Il pezzo rallenta su un suono distorto che confonde e mescola la ritmica.

Zenit è di una dolcezza che non ci si aspetta, soprattutto dopo un prepotente inizio di batteria. Al terzo minuto, pare terminare, ma ricomincia con la morbidezza del basso e col rullante ripetuto: è un pezzo quasi commovente, costruito su una melodia semplice, che scivola sopra la ritmica.

In Nadir, che chiude l’LP, certi suoni acuti di chitarra ricordano addirittura i Pink Floyd e le note estasiate di Roger Waters. La chitarra incalza ed i suoni, a conferma del titolo, si fanno orientaleggianti… i dervishi ruotano veloci… il suono e la melodia, poi, si distendono dal quinto minuto, ma l’ossessione ritmica rimane.

L’ascolto è d’obbligo in cuffia, tanto più per un progetto che non usa voci, se non nel secondo pezzo, unica traccia registrata o da una vecchia radio o brandello di un discorso al megafono. L’ascolto è d’obbligo al buio, predisposti all’effetto catartico della musica, che lo fa rimbombando violenta di suoni dal timpano all’intracranico.

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