John De Leo & Fabrizio Puglisi – Sento Doppio

Data: 10 ottobre 2017 |

Album Information

John De Leo & Fabrizio Puglisi – Sento Doppio

Il più bel sogno di Chagall

È una vita che aspetto di poter scrivere qualcosa su John De Leo, una vita in cui non ho mai smesso di adorarlo, e proprio nel momento in cui tocca a me, sembra che le parole non siano abbastanza per descrivere e contenere l’emozione. Non solo quella di avere la possibilità di parlare di quest’artista eccezionale, ma anche e soprattutto quella di poter ascoltare il suo ultimo stupefacente lavoro. Davanti alle nostre anime si spalanca la meraviglia di Sento Doppio, Musiche dell’Errore e Altri Fonosimbolismi Antiregime, che ha visto la luce il 6 settembre prodotto da Carosello Records.

Un disco, ma anche un vinile, in cui John De Leo non è da ‘solo’ con la sua voce, ma si accorda alla destrezza del Maestro Fabrizio Puglisi, pianista eclettico, la cui presenza in quest’idea non sorprende, data la ripetuta e consolidata versatilità e grande curiosità nella sperimentazione delle più differenti sfaccettature della musica. È proprio la curiosità un elemento portante di tutta, quella che mi piace definire, la poetica dell’affascinante De Leo. Il suo charme si nutre di questa componente fondamentale e dopo tanti anni di carriera, tanti vestiti sonori indossati con eleganza e raffinatezza, tanti specchi in cui si è gettato con estrema capacità e consapevolezza, la voce che non ha confini non riesce a deludere. Ma che momento è questo, per John De Leo? Beh, sicuramente sono passati gli anni in cui la nonna di Frederick lo portava al mare o quelli in cui un intero condominio si lamentava di un certo ‘signore Inesistente’, e attraverso quello che egli è anche stato con i Quintorigo, John De Leo, con la massiccia presenza, alle spalle, del Grande Abarasse, affronta i tempi bui della modernità e contemporaneità, senza farsi confondere e tenendo bel salda la sua identità. Ma attenzione, non parlo di un’identità rigida in cui richiudere l’artista, come in una gabbia, bensì un collaudato esperimento su sé stesso che non gli fa, signori miei, sbagliare un colpo. Tutto ciò non è limitante per un maestro del suo spessore, anziché è un incentivo, una non-paura, una continua possibilità di conoscere ed esistere. La sua perizia canora, la potenza fluttuante della sua voce-strumento, come è stata più volte definita, le conosciamo bene; paragonata a quella che risuona nel tempo di Demetrio Stratos, si distingue per le sue immense qualità. Ecco perché servono le virgolette se si vuol dire ‘solo con la sua voce’, perché finché è così non può mai essere da solo, ma è in compagnia di tutto ciò che può diventare attraverso tale rarissima pregevolezza, padrone di qualsiasi scala, terrena e non.

Sento Doppio è un’ulteriore conferma di quanto ho scritto finora. Dotato di una coperta termosensibile, che cambia colore, fa sparire le figure o le fa riapparire con il semplice tocco della mano, questo è un album in cui c’è tutto: jazz, collisioni, effetti leslie, sfide, emozioni che si slacciano in maniera torrenziale, libertà e tanta, tantissima Bravura! Il Maestro sa finemente accompagnare, e non solo (poiché in virtù del famigerato e tanto amato interplay, diventa spesso anche protagonista!) le volubili note di De Leo, dando quasi l’impressione che si inseguano per tutto il disco. Big Stuff Naima, di coltreiniana memoria, viene intonata dolcemente al principio, sia dal piano che dalla voce, come se la stessero eseguendo in uno di quei locali fumosi, non molto grandi, con poca attenzione ma tanta libertà, la stessa che fa aprire il pezzo in un vortice senza fine. Aritmia, in cui la voce-strumento è più strumento che mai; un pezzo in cui sembra riecheggiare anche un certo spirito zappiano nell’anarchia di chi, in modo spregiudicato, osa fino a rimanerci sotto! Ed ancora l’improvvisazione, la reazione concatenata alla Baker nei panni di Gianluca Petrella, nella tromba co-protagonista in Other Shapes (Searching For). Insomma tutto, tutto e anche di più fino al suo epilogo, in cui rilegge e arrangia Vago Svanendo, che dopo dieci anni esatti da quella che, con questo nome, rappresentò la sua nascita e rinascita post-Quintorigo, ecco che torna, in un nuovo John De Leo, che la canta con qualche sofferenza in più, ma probabilmente in un tono che gli si addice maggiormente. Sia questa, in tale chiave di lettura, un’altra rinascita a tre anni dal suo ultimo lavoro, una resurrezione da e oltre sé stesso, attraverso ciò che di costante esiste nella sua espressione artistica.

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