Ian Fisher – Web Interview

Data: 26 gennaio 2017 |

Ian Fisher: dagli Stati Uniti all’Europa con una Koffer.

Il suo nome è Ian Fisher, cantautore senza patria che, ormai stabilitosi in Europa dopo essere cresciuto negli States, ha da poco pubblicato un disco con l’etichetta italiana Rocketta RecordsKoffer. Music Coast to Coast ha già parlato dei suoi tour ed in particolar modo di quello in cui, lo scorso anno, è stata toccata anche l’Italia. Lo abbiamo intervistato in vista dei suoi prossimi concerti in cui presenterà il suo nuovo album.

- Sicuramente la prima domanda è da indirizzare alle tue origini. Nato negli States ma trasferito in Europa in giovanissima età. Qual è secondo te la maggiore differenza tra le due, da un punto di vista musicale e in particolare del cantautorato? 

Gli Stati Uniti e l’Europa sono due posti molto grandi e molto diversi, in cui si incontrano enormi differenze culturali attraversando il confine di ognuno dei loro paesi. Così, può capitare che riesca a trovare più somiglianze tra un qualche borgo della Sicilia e il mio paesino natio in Missouri senza poi trovare le stesse analogie in città come Roma e New York. Detto questo, ci sono alcune differenze stereotipate che non posso fare a meno di notare. La più palese riguarda il modo in cui le città sono strutturate. La maggior parte delle città americane (fatta eccezione per New Yorkm Chicago e due o tre altre) sono vincolate all’uso della macchina. Non puoi viverci se non ne ne possiedi una. Dipendere dalla macchina ha un’enorme influenza sulla società americana. Un’altra differenza è il sistema economico. Il capitalismo basato sul servizio al consumatore ha una storia più lunga negli Stati Uniti che in Europa e influenza il modo di agire delle persone. Quando gli europei dicono dicono che gli americani sono superficiali, estroversi, chiassosi o eccessivamente amichevoli, credo che abbia molto a che vedere col fatto che la società ha fatto in modo che gli americani siano stati indotti per moltissimo tempo a dover “vendere” i loro sorrisi come mezzo di accettazione interpersonale. Inoltre in Europa c’è una più forte coscienza di classe. I ricchi erano tali e continuano a esserlo sempre di più negli States e avevano a disposizione tutta una serie di strumenti per indurre gli altri della classe media o bassa a pensare di avere gli stessi interessi dei ricchi. Potrei andare avanti ma mi fermo qui. Da cantautore, qui in Europa mi sento molto più libero di esporre le mie idee in maniera onesta. Mi sembra che molti europei siano più malinconici e pessimisti degli statunitensi. E certa musica folk rilassata sembra essere adatta a quel tipo di persone. E si adatta bene anche a me. Inoltre mi piace di più viaggiare all’interno dell’Europa. Mi piacciono le tante differenze culturali che ci trovi. È uno dei principali punti di forza di questo continente. Si fottano tutti quei partiti di destra che la pensano diversamente.

- Hai pubblicato il tuo ultimo album, Koffer, con una neonata etichetta italiana, la Rocketta Records. L’Italia è un concentrato di stili diversi, da un punto di vista musicale. Com’è stato accolto il tuo progetto? 

In realtà spero che sia il pubblico italiano ad accogliere i miei progetti musicali venendo a sentire i nostri concerti!

- Koffer in tedesco significa valigia, in qualche modo elemento sempre presente nella tua vita e titolo del tuo disco. Ce lo racconti? 

Ho scritto più o meno mille e cinquecento canzoni. Quindi, ho centinaia e centinaia di pezzi che non ho ancora – né probabilmente potrò mai – inciso. Quelle canzoni sono per me come un fardello che mi porto appresso, mi appesantiscono se non le lascio andare. Koffer è una raccolta di canzoni che ho portato con me per anni e ho usato l’album come una chance per poter finalmente disfare una parte di questo “bagaglio”.

- Hai dichiarato: Una canzone che non posso condividere con gli altri è come un peso morto, come un bagaglio da portare con sé senza mai poterlo disfare. Credi quindi che la musica condivisa possa arricchire come un viaggio. 

Certamente, sono convinto che la musica possa arricchire le persone. È per questo che lo faccio. Quando si analizzano i principi basilari delle cose, si scopre che lo scopo fondamentale delle persone è trovare una connessione a qualcosa che si trovi al di là di sé stesse. Questa è la musica. Questo è ciò che significa per il musicista che la realizza. Questo è ciò che è per chi l’ascolta. La musica è connessione. La musica è condivisione. È donare una parte di sé a qualcun altro e, nel farlo, diventare qualcosa che trascende il sé. Cos’altro riuscirebbe ad arricchirci più di questo?

- Candles for Elvis, uno dei primi singoli estratti dal tuo nuovo album, è un componimento a tema velatamente politico. Una provocazione voluta o un caso? 

“Tema velatamente politico”… Eccome se lo è. Non è una provocazione. È più un’osservazione. Guardati intorno e capira cosa intendo. Oggi esistono tantissimi Golia. E Candles for Elvis è una canzone su un ipotetico Davide che, invece di combattere Golia, ne fa un idolo. È quello che tutta questa gente che vota per Trump, Putin, Erdogan, Le Pen o per la fottuta Lega Nord sta facendo. Pensano di stare votando un qualche messia che possa magicamente riportarli ai fasti di un passato glorioso, quando tutti avevano un lavoro e ci si sentiva al sicuro, ma stanno solo votando per degli imbroglioni liberali che li scaraventeranno economicamente indietro ai tempi del feudalesimo.

- Da un punto di vista musicale spazi molto ed è abbastanza difficile inserirti in un unico genere. Quali credi che siano le tue maggiori influenze? Cos’ascoltavi/ascolti? 

Ascoltavo un sacco di musica country (Hank Williams, Willie Nelso, eccetera eccetera), poi ho iniziato ad ascoltare un bel po’ di cagate indie hipster (Faterh Jhon Misty, Jason Molina, eccetera eccetera) e ultimamente sto ascoltando per lo più bossa nova e musica italiana degli anni Settanta (Battisti, Lauzi, eccetera eccetera), ma in realtà sono per lo più influenzato dal clima.

Un’ultima domanda: come pensi che si evolverà la scena folk in futuro? 

Credo che tireremo su sempre meno soldi e che avremo sempre più motivi per scrivere canzoni politicamente impegnate. In conclusione, si fotta Donald Trump.

 

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