HAPAX – Web Interview

Data: 4 ottobre 2017 |

HAPAX – Web Interview

HAPAX: quando Napoli suona eclettica ed esoterica

Gli HAPAX nascono a Napoli e affondano le loro radici nelle sonorità più disparate, dall’elettronica all’industrial metal, passando per il post-punk. Nel 2014 li nota l’etichetta svizzera Swiss Dark Nights e così vedono la luce Stream of Cousciousness e, nel 2016, Cave. Abbiamo raggiunto il duo in occasione della recente pubblicazione della raccolta Live In Freiburg per saperne di più su un progetto così eclettico.

- Come nascono gli HAPAX? Quali sono i percorsi artistici che portano Diego Cardone e Michele Mozzillo a decidere di collaborare?

Ci conosciamo praticamente da sempre, abbiamo collaborato in altri progetti e poi ci siamo trovati in questo, senza programmarlo: avevamo delle idee, le abbiamo messe in musica e il progetto è nato da sé. Abbiamo sempre amato certe sonorità, certe atmosfere e questo progetto ci ha permesso di sperimentarle.

- HAPAX (Lekomenon) dal greco antico, sinonimo di “unicità”: ma è davvero possibile essere assolutamente unici nel proprio genere? Quanto è difficile reinvertarsi costantemente senza rischiare di contraddirsi?

Non è assolutamente possibile essere unici nel proprio genere infatti la scelta del nome HAPAX non nasce dall’idea di voler sottolineare la nostra unicità, che in ambito musicale sarebbe impossibile e presuntuoso da tutti i punti di vista. Abbiamo voluto principalmente sottolineare le nostre origini greche e, se c’è qualcosa di davvero unico è nella complessa “terra” in cui viviamo, se riesci a raccontare te stesso, non è necessario inventarsi nulla. La contraddizione può nascere solo quando racconti di cose che non conosci davvero, quando basi un progetto su un percorso creativo artificiale, estetico.

All’inizio è molto più difficile perché si cerca un “metodo” al consenso degli altri, ma poi capisci che l’unico vero modo di fare le cose in maniera corretta, senza risultare finti, è essere se stessi sia nella creatività che nell’immagine. Ci fa stare molto in ansia il pensiero di dover costantemente indossare una maschera, un costume di genere.

- Due dischi a distanza di due anni l’uno dall’altro non sono affatto scontati, soprattutto se parliamo di un disco di debutto e di un secondo che lo segue a ruota: Stream of Cousciousness e Cave sono figli della stessa urgenza o i loro processi creativi presentano differenze significative? Cosa ha caratterizzato la stesura del primo e cosa invece del secondo?

Stream of Consciousness e Cave hanno due processi creativi molti differenti. Il primo nasce di getto, proprio come un flusso di coscienza. Eravamo curiosi e decisi a scrivere in breve tempo tutto ciò che ci veniva in mente senza paletti di genere o altri freni creativi. Quasi non ricordiamo perfettamente come il tutto sia avvenuto. Di fatti è un disco che abbiamo capito solo dopo averlo realizzato, e molte cose scritte durante le registrazioni del primo poi hanno caratterizzato il successivo percorso creativo di Cave.

Cave nasce in maniera più studiata, più voluta. Avevamo già un’idea ben precisa di cosa volevamo raccontare ed è stato un percorso creativo molto affascinante e stimolante sia nella ricerca sonora ma soprattutto nella stesura dei testi, realizzati in collaborazione con Alessandra Policella, linguista e filologa napoletana.

- È impossibile non notare che l’etichetta che vi produce sia svizzera: come è avvenuto il vostro incontro?

L’incontro con la Swiss Dark Nights di Valerio Lo Vecchio è avvenuta grazie all’amicizia con altri due progetti dell’etichetta: i Geometric Vision e gli AshCode, anche loro napoletani, che in quel periodo già avevano all’attivo con l’etichetta il loro primo album. Grazie a questo ponte siamo riusciti a far ascoltare i nostri provini a Valerio che ha subito creduto nel progetto e in poco più di sei mesi realizzato il primo disco.

- Il fatto di avere un’etichetta straniera vi ha aperto porte oltre il confine italiano?

Certo. L’etichetta, avendo canali con magazine, blog e promoter stranieri, ha sicuramente favorito la maggiore diffusione del nostro progetto oltre il suolo italiano, soprattutto perché in Italia viviamo ancora oggi una chiusura molto forte verso i generi che non siano pop o indie pop. Poche sono le etichette che investono in dischi di nicchia con contatti anche esteri. Queste nicchie, per fortuna, sono ramificate il tutto il mondo e ci permettono di arrivare un po’ ovunque.

- Cosa ne pensate della direzione che l’elettronica sta prendendo da un paio di anni a questa parte? Voi in che posizione vi trovate?

L’elettronica è solo un mezzo o una forma di espressione, uno strumento che tutti usiamo. L’uso dell’elettronica ha avuto il suo splendore negli anni Settanta e non credo che oggi abbia avuto particolari evoluzioni: tutti ad oggi hanno a casa un computer.

- Siete un duo partenopeo ma è difficile rintracciare qualcosa di questi luoghi nei vostri suoni: esiste un legame con la città dove siete nati individuabile a qualche livello, tra i vostri testi piuttosto che nel processo che porta alla stesura dei brani?

Si pensa spesso a Napoli come la città del sole, della pizza e del mandolino e della criminalità e ci si dimentica spesso della sua storia antica e profondamente complessa anche legata all’alchimia, all’esoterismo, all’antico culto dei morti, del suo sottosuolo ricco di caverne e cunicoli chilometrici, alle mille ombre che ancora oggi la città presenta per la complessità del suo popolo pieno di contraddizioni. Con Cave volevamo raccontare questo, e le sonorità che abbiamo utilizzato, pur se non figlie della nostra terra, ci hanno dato la possibilità di ricreare atmosfere che sono molto vicine a tutte queste cose. Anche i testi sono molto legati alla nostra Napoli. Cave, il singolo che dà il nome all’album, racconta di come tutto venga distrutto e ricostruito in un ciclo continuo e senza senso mentre si dimentica l’importanza e la bellezza delle nostre origini, e ciò è tutto legato al momento difficile che ancor aggi vive la nostra terra tra roghi tossici, criminalità e il popolo napoletano che ancora non ricorda di essere stato per centinaia di anni capitale culturale dell’Europa.

- Quali sono i progetti futuri di HAPAX?

In questo momento stiamo lavorando molto sull’aspetto live. Vorremmo presentare una formazione alternativa anche con un batterista e una bassista. Stiamo inoltre realizzando un nuovo videoclip per un brano di Cave e abbiamo da adesso alcune idee per il terzo disco, che speriamo di realizzare entro l’anno prossimo.

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