Greta & The Wheels – Web Interview

Data: 29 novembre 2017 |

Greta & The Wheels – Intervista

Chapter one, Greta & The Wheels raccontano il loro primo capitolo musicale

Undicesimo mese per la nostra rubrica dedicata agli artisti con talento che in futuro siamo certi vedrete in giro e di cui sentirete parlare. Per il mese di Novembre abbiamo scelto Greta & The Wheels, un gruppo partenopeo che crea e suona musica un po’ diversa da quella a cui si è abituati nel panorama campano. Folk pop con un indirizzo più estero che italiano, Greta & The Wheels rapiscono al primo ascolto grazie alla loro forza evocativa e a testi semplici, ma ricercati e delicati. Una semplicità che non stanca e che riesce a stupire anche con pochissime note.

- Ciao ragazzi, è un piacere potervi intervistare. La mia primissima, e classica richiesta, è la seguente: fatevi conoscere dai nostri lettori. Chi siete?

Siamo Greta & The Wheels, un gruppo che nasce come trio composto da Greta Zuccoli alla voce, Lorenzo Campese alle tastiere e ai cori ed Emiliano Attolini alla chitarra. A questa formazione si aggiungono Caterina Bianco al violino, Marco Maiolino al basso e Carlo di Gennaro alla batteria, che è anche il responsabile e fonico dello studio di registrazione dove abbiamo dato vita al nostro disco. Siamo di Napoli e suoniamo insieme da molto tempo, ci siamo scelti già da un po’, quando frequentavamo la scuola “Musicisti associati” a Fuorigrotta. Lì oltre a studiare abbiamo iniziato e poi continuato a suonare assieme e quelle note che inizialmente davano vita a cover si sono poi trasformate nelle nostre prime composizoni. I primi inediti sono usciti proprio a febbraio-marzo 2017, quando abbiamo pubblicato il nostro EP omonimo.

- Il vostro sound così familiare eppure ricco di sfumature accattivanti mi ricorda da una parte il sound del folk Irlandese, e dallaltro lo sperimentalismo americano di St. Vincent. Da dove proviene il vostro sound?

Potremmo definirlo new folk, facendo riferimento a quel filone “acustico” proveniente dall’Irlanda, dall’Inghilterra e dalla Scandinavia nell’ultima decina/ quindicina d’anni. Ovviamente poi l’insieme delle varie influenze dei singoli componenti della band (tra cui possono rientrare anche St. Vincent, i Talking Heads e molti altri) confluisce nel sound generale del gruppo, e nella tessitura degli arrangiamenti.

- Domanda non banale: cosa vuol dire suonare a Napoli non in

napoletano?

È un po’ la musica a scegliere te, si fa ciò per cui si è portati spontaneamente a fare. Dopo che nascono le canzoni prendono una determinata strada, ovviamente ci sono vantaggi e svantaggi nel compiere delle scelte e a noi sta bene così. Non si tratta di snobismo o di scelte a priori,ma la musica che stiamo creando fa si che la nostra prospettiva si allarghi,che possa arrivare più in là.

- Quindi siete contro la musica studiata e costruita a tavolino.

No, non siamo a prescindere contro la musica che si costruisce già con un obiettivo: è il modo che utilizzano un po’ tutti, chi prima chi dopo, all’interno del processo creativo, che nasce da un istinto iniziale, dall’irrazionale, si può arricchire insieme, organizzandola e lavorandola in un certo modo ben preciso. Al di là degli obiettivi di mercato, credo che tutti gli artisti abbiano un lato istintivo e un lato più “studiato”. L’importante è che il risultato di insieme sia lo specchio di un certo equilibrio tra i due aspetti.

- Nel vostro EP, ho notato la mancanza di una ballad per eccellenza, che è un po’ la firma d’autore del folk. Come mai avete deciso di incentrare la vostra musica su ritmi più decisi?

In realtà il disco si basa su due elementi principali: testi molto intimi, delicati, anche surreali a tratti, e musiche ritmate e melodiche. Alcuni brani, come “The right place” richiamano una sfera più intimista, inoltre dal vivo è il brano che ha le dinamiche migliori. Nelle tracce dell’EP c’è una certa coerenza di arrangiamenti e sound. Non li avevamo mai suonati in sestetto dal vivo prima di registrarli, ma solo in trio, e quando abbiamo portato il disco live, hanno assunto sfumature e melodie del tutto nuove, ma soprattutto intenzioni diverse.

- Qual è il vostro rapporto con i social e il pubblico?

Ci comportiamo naturalmente sui social, cerchiamo di riportare delle parti di noi, delle nostre storie, per connetterci in maniera diretta e naturale col pubblico. Raccontiamo cose semplici ma vere, i social fanno parte del nostro quotidiano. Nella comunicazione ci ha aiutato molto Alessandro Freschi, regista del video del nostro primo singolo “Darwin”, che ha tirato fuori un concept dal forte impatto visivo, molto adatto alla nostra musica, che abbiamo utilizzato molto nei post e nella promozione dei live. Il prossimo videoclip sarà presentato a fine dicembre, poco prima di Natale, e si intitola “Swinging in the town”, traccia di apertura dell’EP.

- Quali sono i vostri obiettivi? In che modo avete pianificato il vostro lavoro e il vostro futuro?

Abbiamo ancora molta esperienza da fare in Italia, ma abbiamo intenzione di girare anche fuori, è uno dei nostri obiettivi, vogliamo suonare molto dal vivo e muoverci il più possibile. Poi vedremo cosa accadrà, e a seconda di ciò valuteremo i passi successivi.

- E invece quali sono gli obiettivi del vostro modo di scrivere? Chi volete colpire? Cosa volete raccontare?

I brani nascono da un bisogno di scrivere qualcosa che riguarda semplicemente il quotidiano, spuntano fuori quasi dal nulla, da un elemento che un giorno ci colpisce e decidiamo di catturare. Quando scriviamo proviamo a raccontare una storia, uno status, un pensiero, ma anche un’esperienza senza essere estremamente espliciti. “Darwin”, per esempio possiamo ricondurlo a un immaginario onirico e surreale, mentre pezzi come “The Wanderer” riportano ad un’atmosfera più tangibile, concreta. Forse i testi di Greta – è lei che li scrive – possono essere divisi in due filoni, uno più umano (dove racconta se stessa e il mondo, anche attraverso altre persone), e un altro assolutamente surreale, onirico, sospeso e indecifrabile.

- Quale pensiate sia il trucco per colpire il pubblico?

Lo si stupisce e colpisce facendo qualcosa di fuori dall’ordinario, di particolare. Deve accadere qualcosa durante i concerti e durante l’ascolto, deve esserci una sensazione che ti prende che ti colpisca. Noi abbiamo suonato e abbiamo cercato di far arrivare attraverso il nostro coinvolgimento emotivo l’intenzione del disco e il suo spirito. Il nostro entusiasmo è di certo qualcosa che le persone avvertono subito, che creano empatia. C’è stata decisamente una risposta positiva. Inoltre, tra di noi abbiamo una grande sintonia e non è una cosa da poco, ci divertiamo e siamo contenti quando facciamo quello che facciamo, quando suoniamo

- Ultima domanda: cosa ne pensate del panorama musica italiana?

Chiaramente ognuno di noi ha le proprie influenze, i propri ascolti e punti di riferimento nella musica italiana. Parte del nostro bagaglio culturale condiviso sono sicuramente i grandi cantautori italiani che hanno fatto la storia, i cantautori della generazione precedente a questa, tra cui Bersani, Gazzè, Silvestri, per citarne alcuni che amiamo. Nel panorama attuale c’è tanto di interessante, una ricerca che sposta probabilmente la sua attenzione più sul linguaggio.

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