Giulio Casale – Web Interview

Data: 14 gennaio 2018 |

Giulio Casale – Web Interview

Giulio Casale: L’arte come forma di terapia.

Cinque, come gli anni trascorsi dall’ultimo album, come le canzoni raccolte nell’Ep che segna il suo ritorno. Cinque Anni è il titolo del nuovo Ep di Giulio Casale, pubblicato il primo dicembre per l’etichetta bEst. Per il grande ritorno in scena abbiamo colto l’occasione per intervistarlo.

- Cinque anni è il nome del tuo nuovo album, cinque come gli anni trascorsi dal tuo album. Di cosa parla ‘’Cinque anni?’’ E come mai la citazione ai Joy Division?

Questo Ep non parla (canta) d’altro che dei nostri giorni, puro Zeitgeist se mi spiego. Sono cinque lati, cinque aspetti del presente, sono tutte canzoni scritte di recente, proprio le più nuove. E quel verso clamoroso di Ian Curtis c’entra molto, non solo con la mia Bice, ma anche con la necessità di rifiutare la retorica della pop-song sentimentale, o peggio: sentimentalistica. Cerco di occuparmi di sentimenti, anche duri se vuoi, ma mai di sentimentalismo.

– Qual è il tuo ricordo più bello di Milano? E qual è il posto che ti dà maggiore ispirazione?

Milano è la mia città da più di 15 anni e molto prima è stata la città dei miei genitori. Tanti angoli di Milano mi riportano a certe mie radici, come ad esempio il Piccolo Teatro e quella sua propria cultura. La prima volta che ho calcato quelle assi (quelle di via Rovello) tremavo letteralmente per l’emozione. La notte ho pianto. Vedere la mia faccia stampata sui manifesti all’uscita della metro Lanza ai tempi de “La canzone di Nanda” fu un altro colpo. Poi passa, e tra l’altro quasi nessuno ha memoria, mi pare.

- Qual è la differenza emotiva tra lo stare su un palco a cantare e invece stare su un palco a recitare?

Tante differenze e tante affinità. Diciamo che il silenzio perfetto di un teatro mentre reciti un monologo è una tale enormità che è difficile immaginarsi qualcosa di più vasto, di più eccitante e anche spaventoso se vuoi. Ma in fondo ho sempre avuto un approccio scenico ben preciso anche come frontman di una band. Il corpo e il gesto ripetuto fanno parte da sempre, sono un tutt’uno.

- Sei un artista poliedrico, hai iniziato come cantautore, poi ti sei avvicinato alla poesia, alla scrittura e al teatro. Qual è, di queste tre professioni, quella che ti riesce a far esprimere meglio?

C’è sempre la scrittura alla base di tutto, è da lì che vengo. Poi ho bisogno d’incarnare quello che scrivo, di dargli voce e corpo: amo ognuna delle possibilità, purché sia messa a fuoco, purché ci sia un rigore. Anche in un concerto rock.

- Nel tuo percorso artistico hai ripreso più volte De André e Gaber. Che importanza hanno avuto per te?

Citerò proprio De André. Quando gli chiedevano che peso avesse avuto Brassens nella sua formazione lui rispondeva: non credo che non avrei scritto le stesse canzoni che ho poi scritto se non avessi conosciuto Brassens – ma di certo non avrei vissuto come ho vissuto (il che è un po’ più importante). I miei valori terreni, le mie scelte, i miei gusti, sono senz’altro stati influenzati dal fatto di aver conosciuto l’opera di Gaber e De Andrè molto presto, da bambino. La mia vita e quindi non tanto la mia musica, intendo.

- Che cosa ne pensi della musica attuale? Pensi che gli artisti riescano a comunicare la loro musica agli ascoltatori?

Penso che gli ascoltatori (coloro che veramente siano disposti all’ascolto, alla scoperta e poi all’approfondimento) siano sempre meno. Le proposte non mancano, ma in apparenza vince quasi sempre la moda, la superficie.

- Coscienza C racconta di un fraintendimento grottesco nell’era digitale, che cosa ne pensi della mancanza di comunicazione attuale?

È uno dei paradossi del presente: non si è mai potuto comunicare così tanto e non ci si è forse mai sentiti tanto soli, addirittura isolati. Non c’è niente da fare, prima o poi bisognerà ritornarci: persone tra persone. Chissà quando. Vivere dovrebbe costare meno..

- Che cos’è cambiato a distanza di cinque anni tra il tuo attuale lavoro e quello precedente? E soprattutto cos’è cambiato nel mondo della musica in questi anni?

Ogni volta è un viaggio nuovo per me. L’approccio alla scrittura è già una novità: qui spesso son partito da groove, da impulsi ritmici, da metriche e incastri mai sperimentati prima. Poi in produzione là c’era Giovanni Ferrario e qui Lorenzo Tomio, e anche questo sposta di molto il piano ovviamente. Ho cercato con l’aiuto di Lorenzo l’impossibile: il suono del mio (nostro) tempo.. E anche i mix di Davide Dall’Acqua vanno in questa direzione.

- Un aspetto che ho potuto notare sui tuoi lavori è la sperimentazione che utilizzi sulla voce. Da cosa nasce questo desiderio costante di sperimentare nuove cose?

È una ricerca che continua, mi fa piacere la tua sottolineatura. La voce è il mio strumento e non smetto di lavorarci sopra: so che il grosso passa di là.. Un certo grado di distorsione per esempio: ho notato che aiuta la veicolazione di qualche sentire più profondo. Poi sei il primo che me lo fa notare, quindi magari non è vero niente! (ride)

- Ritieni che l’arte, in tutte le sue forme, possa avere una funzione terapeutica?

Assolutamente sì. A patto che non cerchi intenzionalmente d’essere consolatoria.

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