Giorgio Poi – Intervista

Data: 28 febbraio 2017 |

Giorgio Poi – Interview

Giorgio Poi è appena comparso, ma ha già conquistato tutti.

Ad agosto un uccellino mi riferì che dal freddo nord, da Berlino per la precisione, stava arrivando un nuovo album scritto in italiano. L’autore, un novarese di nome Giorgio, viveva all’estero da anni e suonava con i Vadoinmessico, poi Cairobi, band transnazionale di base a Londra, poi trasferitasi a Berlino.  Giorgio aveva sempre scritto in inglese, ma dopo consigli e ripensamenti, si era finalmente convinto: l’album in italiano era da farsi.

Ripensando ai diversi cervelli in fuga, e al mio che per il momento restava in patria, non potevo non inorgoglirmi all’idea che qualcuno volesse tornare. Pensavo: uno che si è formato all’estero e poi torna, è certamente un ibrido, mescolerà le carte; potrebbe essere addirittura così bravo da far sventolare il tricolore anche in trasferta.

Le aspettative crescevano, l’estate finiva e con l’autunno arrivava Niente di strano, primo singolo estratto dall’album Fa niente (Bomba Dischi). Giorgio “il novarese” diventava Giorgio Poi e le mie previsioni non venivano deluse: lirica visibilmente formata sulle penne di Dalla e Battisti/Mogol (personalmente pensavo all’album Una donna per amico), melodia e voce colorati come il mondo psichedelico dei Tame Impala.

L’album è uscito il 10 febbraio e per l’occasione ho avuto la fortuna di intervistare Giorgio:

- Perché come cognome d’arte hai scelto Poi?

Non mi andava di usare Poti, così ho tolto la “t”. Mi piaceva come suonava, mi piaceva che il significato significasse più in là. Mi stava simpatico.

- L’album si chiama Fa Niente e a chi ti ha chiesto il perché del titolo hai risposto “È una cosa che sto dicendo a me stesso: qualunque cosa, anche questo disco, fa niente”. Non ti sembra un atteggiamento un po’ remissivo?

Non è una resa, ma un invito a stare tranquilli. Fa niente nel senso che non bisogna fossilizzarsi, andare avanti.

- I tuoi testi sono molto semplici, ma anche puntuali, esaustivi. In un’intervista per Rockit hai detto: “metto assieme parole che suonano bene, parole che mi va di cantare”. Mi spieghi il tuo processo creativo?

Spesso parto dalla batteria, parto da un beat, e mentre registro dico parole a caso, mi escono suoni che stanno bene con la melodia. Quando ho finito tutto l’arrangiamento, la parte musicale, riascolto le parole, anzi non le riascolto neanche, e cerco di ricreare un suono che abbia un andamento adatto. Spesso la canzone prende una certa direzione e quindi cambio la melodia. Cammino molto mentre scrivo le canzoni, le registro frase per frase, cerco di capire come suona. Alcune sono uscite facili, Paracadute l’ho scritta di getto, anche per Niente di strano c’è voluto poco. Tubature e Acqua minerale mi hanno invece impegnato di più. C’è voluto più tempo perché sono pezzi dal suono più intricato.

- Tra i pezzi strumentali dell’album ce n’è uno che si chiama Patatrac. Citando la Treccani: “Voce onomatopeica, imitativa di cosa che cada o crolli rumorosamente; rumore di un crollo o il crollo stesso; in senso figurato indica rovina, fallimento economico, o altro grosso guaio”. Qual è la storia dietro il tuo patatrac? cosa si è rotto?

Ma niente, non c’è una storia dietro. Mi piaceva la parola, mi piaceva che fosse onomatopeica. Mi piace che indichi cose che si sfasciano. E poi il pezzo viene dopo Paracadute, insomma… il paracadute non ha funzionato evidentemente.

- Paracadute è il mio pezzo preferito. Mi ha ricordato un po’ Un matto di De André quando dice “gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”. Solo che il tuo matto manda tutti a fanculo. Perché queste tovaglie degli altri sono così difficili da lavare? Per te queste tovaglie cosa sono?

Le tovaglie degli altri sono le rotture di coglioni, i problemi degli altri che non ti va di ascoltare in un giorno in particolare. Uno di quei giorni in cui sei un po’ chiuso dentro te stesso, però te la vuoi anche godere e i sogni degli altri ti annoiano. Li mandi a fanculo perché è un momento così, di quelli che vuoi stare da solo.

- Da quando sei entrato in scena ho sentito molti paragonarti a Calcutta o a Iosonouncane. Che ne pensi di questi parallelismi?

I parallelismi sono necessari per inquadrare un musicista e poterlo spiegare in qualche modo agli altri. In realtà siamo diversissimi, mi piacciono anche, mi ci sento vicino, apparteniamo più o meno allo stesso mondo, alla stessa scena, ma non credo di essere uguale a loro.

- E cosa ne pensi di questa scena?

A me piace quello che sta uscendo negli ultimi anni. Calcutta e Iosonouncane mi piacciono molto. Soprattutto Pop X mi piace molto! Rimanda a un immaginario artistico molto bello.

- Sono felice che tu mi abbia nominato Pop X, è argomento di discussione quasi quotidiana nella mia vita. Tu come lo interpreti? Conosci personalmente i ragazzi del progetto?

Non li ho mai conosciuti in realtà. Mi sono fatto l’idea che il loro intento sia una performance, una performance artistica globale. Sono interessanti per melodie, testi e arrangiamenti. Secondo me Panizza è molto bravo, come musicista proprio. Credo Pop X sia la cosa più punk prodotta in Italia da molto tempo.

- Torniamo a te. Quando eri in Italia hai cambiato spesso città, poi sei andato a Londra, inseguendo un amore, e infine sei giunto a Berlino. Parlami di questo tuo vagabondare.

Inizialmente non era una mia scelta, i miei genitori si spostavano e andavo con loro. Poi finito il liceo, l’amore e la curiosità mi hanno portato fuori. Ero molto curioso di studiare musica in un conservatorio importante come quello di Londra. Poi Londra mi ha stancato e sono passato a Berlino, che però ho vissuto poco, perché mi sono chiuso a scrivere prima i testi per Cairobi e poi Fa niente. Non so se sia “colpa” dei miei genitori, di come mi hanno abituato, ma io sono uno a cui piace spostarsi. È una cosa che vivo sempre con entusiasmo e malinconia, perché quando lasci un posto alle spalle senti il tempo che va avanti. È bello e un po’ malinconico allo stesso tempo. Comunque mi piacerebbe tornare in Italia per restare, almeno per un po’.

- Ascoltando i Vadoinmessico mi è sembrato che le ambientazioni fossero più aperte, invece con progetto solista mi sembra di stare chiusa in una stanza, anche nelle scene descritte all’aperto. Percepisco una certa claustrofobia, una chiusura in te stesso. Come mai questo cambiamento?

Il mio suono si è evoluto, Vadoinmessico erano molto più spensierati, come melodie, anche se i testi sono sempre stati malinconici. Per Cairobi ho scritto i pezzi tre-quattro anni fa, anche su uscito adesso. Fa niente è il punto finale di questo percorso.

- Gli effetti sulla voce non c’erano con i Vadoinmessico, sono arrivati con cairobi e diventati onnipresenti nel tuo progetto solista. Hai scelto di “mascherarti” per qualche motivo in particolare o la tua è stata solo una scelta di gusto?

In realtà non c’è nessun effetto, è solo una doppia voce, ma si vede che col mio timbro, un po’ alto per un uomo, sembra artificiale. Dal vivo uso un doubler. Comunque, coi Vadoinmessico non ci avevo pensato, non mi era venuto in mente di registrare così. Poi con Cairobi ho provato, mi è piaciuto e l’ho tenuto.

- Cosa ne pensano i tuoi colleghi stranieri di questo album italiano? Pensano possa funzionare all’estero?

Cairobi hanno apprezzato, a livello di resa di mercato non ne abbiamo discusso

- E tu cosa pensi, promuoverai l’album anche all’estero?

Ancora no, ma mi piacerebbe farlo, con Bomba Dischi ci stiamo ragionando. Dato che le canzoni sono scritte per funzionare anche senza testo, possono essere capite anche da stranieri. Alcuni amici francesi mi hanno detto di spingerli assolutamente in Francia. Ci pensiamo, sarebbe bello. La Francia è vicina, anche culturalmente. Ci vogliamo bene.

 

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