Fever Ray – Plunge

Data: 3 aprile 2018 |

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Fever Ray – Plunge

Fever Ray: Plunge e il ritorno solista di Karin.

Torna Karin Elisabeth Dreijer Andersson, in arte Fever Ray, per il suo secondo lavoro solista, a quasi una decade di distanza dal primo omonimo album del 2009; scende valchiria dalla Svezia, in solitaria, senza il fratello Olof, con cui ha condiviso il progetto The Knife.

Plunge è uscito lo scorso 23 febbraio, per Mute/Rabid ed è stato registrato in gran parte a Stoccolma. È un album non troppo intricato: prevalgono beat rari ed intensi e suoni synthetici che, in qualche pezzo, ricordano archi, in altri, tasti di piano a costruire armonie dagli occhi a mandorla. La voce, fine ed acuta, è quella di una bimba capricciosa ed è spesso registrata su linee sovrapposte, che creano un particolare effetto metallico.

Certo che l’elettronica vince, del resto tale è l’impronta della stravagante Karin; vince anche nei suoni più tondi e meno acidi, sempre distinguibili in ogni tracciato armonico. L’atmosfera è cupa, con sprazzi di luci al neon. L’orizzonte va oltre il contemporaneo, colonna sonora di una futurissima città dell’Estremo Oriente, in cui i robot hanno voci umane e gli umani prendono vita e forze da cavi elettrici.

Il pezzo d’apertura, Wanna Sip, ricorda tanto il sound di The Knife; i beat sono lenti, definiti e potenti, la voce è acida, il testo ripete la voglia e l’impossibilità dell’amore: “I wanna love you but you’re not making it easy”. To the Moon and Back è il pezzo più commerciale ed è reso tale dalla dolcezza del cantato; il video è stato selezionato per i Berlin Music Video Awards ed ha come protagonista Karin, bambola cyborg dal ghigno demoniaco, che prende vita (o risorge) da una bara di tubi, nei quali scorre energia fluorescente, creatura per orientali giochi erotici BDSM, su un sottofondo musicale electro chiaramente orientaleggiante. Falling è il cuore pulsante di una fabbrica, che arriva dopo il terzo minuto: un grosso ingranaggio di ferro, i suoni solenni di una grande industria del futuro. In IDK About You, una breve iniziale cavalcata di batteria lascia il posto al cantato, per poi ad esso sovrapporsi nel verso del refrain I don’t know about you, in cui la voce, mescolata ad un’armonia ancora orientale ed a sospiri chiaramente erotici, rivela l’acronimo del titolo.

Plunge si tuffa nel conosciuto della musicalità del duo dei fratelli svedesi, affondando lì le radici, ma ha di nuovo e potente l’esplorazione di tutte le arti, quelle del suono e dell’immagine.

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