Festival Mann 2017 @ Napoli

Data: 27 aprile 2017 |

Festival Mann: la rivoluzione della cultura che esalta la musica. Time

Evento Information

Festival Mann @ Napoli

Arte, Musica e inclusione espressiva: la rivoluzione della cultura parte da Napoli.

I Musei si trasformano in spazi aperti. Luoghi utopici al centro delle nostre città, dei nostri agglomerati urbani. Nel crocevia di persone che attraversano ogni giorno le strade della vita, le stanze dell’arte del passato accolgono l’inclusione delle forme artistiche contemporanee.

Il Festival Mann ha dato inizio a questa Rivoluzione del Bello. A Napoli, nel centro storico del capoluogo campano, per una intera settimana (dal 19 al 25 aprile) è stato possibile sentirsi partecipi di questo cambiamento del sentimento collettivo. Sette giorni di pura immersione in una vasca immensa dove abbiamo nuotato tra quadri, statue, musica, teatro e cinema.

Appena entrata al Museo Archeologico di Napoli ho respirato un’aria fresca, nuova. Il senso di aggregazione era così forte che mi sembrava di vedere sorrisi sui volti di tutti coloro che passeggiavano per i lunghi corridoi del Museo. Il fermento che ruotava attorno alla manifestazione era vivo al punto tale che ho immaginato di potermi fondere insieme a questa unica immagine.

Paolo Benvegnù

Se pensi alla nobiltà allora pensi a Paolo Benvegnù. Un artista che ha portato il Galateo nella Musica. Benvegnù è venuto a Napoli con la sua band per presentare il nuovo album H3+. Le antologie musicali dell’artista hanno preso vita su un palco trasformatosi in un profondo scenario.

“Sembriamo uomini, ma siamo minerali”.

Si apre con queste parole il live pomeridiano di Benvegnù nella Sala Teatro del Mann. Uno spettacolo altamente teatrale. Paolo intervalla ogni brano con un piccolo monologo sulla vita. Gli intermezzi lasciano spazio alla musica nell’atto in cui Benvegnù imbraccia la sua rossa Fender. La tiene in mano come se fosse una fragile donna da accarezzare.

“Il mio corpo è un’astronave… io dimentico”.

“Se questo sono io… ho navigato senza trovare niente”.

Le canzoni dell’album si susseguono in un ipnotizzante momento artistico. Da Goodbye planet heart a Se questo sono io avviene il concatenarsi di un insieme di colpi al cuore e respiri di profonda meditazioneGesti del corpo e delle mani, unici protagonisti di un live altamente comunicativo. Il palco intimo e lucente professa dogmi sull’esistenza. Benvegnù è il vate della nostra contemporaneità.

Niccolò Fabi

La costruzione della vita sembra essere facile attraverso l’utilizzo dell’arte. Eppure non è così.

Niccolò Fabi si lascia intervistare dall’amico stimato Paolo Benvegnù in una gremita Sala Farnese. La stima è reciproca, a tal punto che l’intervista si trasforma da subito in un intimo colloquio che pare quasi una confessione.

“Non abbiamo mai parlato a lungo – afferma Benvegnù – e cogliamo questa occasione per dirci tutto quello che non ci siamo mai detti”. Niccolò Fabi si sofferma sul senso della “costruzione” e sul significato delle premonizioni.

“La solitudine è stata la mia compagna abituale fino all’età di venti anni – dice Fabi – vivevo di premonizioni. Lo scopo delle premonizioni è quello di far diventare i propri sogni delle realtà”.

Fabi ha trovato nella Musica quella compagnia, quell’amicizia, di cui aveva necessario bisogno.

“La canzone è la persona che io desidero chiamare ogni volta che mi succede qualcosa di importante”.

Benvegnù pone l’attenzione del colloquio sul brano Costruire e sul messaggio che esso racchiude.

“Credo sia un piccolo simbolo di un linguaggio universale – dice – la prima volta che l’ho ascoltata ero in autostrada e guidavo verso Reggio Emilia. Credimi, Niccolò, ho dovuto fermarmi in una piazzola di sosta e ho riflettuto per circa un’ora sul significato del brano”. Fabi si commuove all’ascolto di queste parole, poi prende la sua chitarra e realizza una perfetta esibizione acustica di Costruire. L’emotività collettiva vibra nell’aria rendendo vive le fredde statue di marmo che circondano la sala.

Una somma di piccole cose è l’album che è venuto dopo due anni di grande clamore per Fabi.

“Ho calcato palchi speciali insieme a Max Gazzè e Daniele Silvestri. Mi sono esibito all’Arena di Verona davanti a tredicimila persone. Dopo queste favolose esperienze ho deciso che dovevo tornare al silenzio, al mio silenzio”.

Fabi canta Filosofia Agricola e subito dopo ne racconta il significato al pubblico.

“Si tratta di un brano che ricorda molto il mio primo album, Il Giardiniere. L’ho composto per primo all’interno dell’album Una somma di piccole cose – aggiunge – perché, credo, sia stato il filo che mi ha riportato a quel silenzio che stavo cercando”.

Sergio Cammariere

L’arrivo di Sergio Cammariere nella Sala Farnese è una visione di passi lenti e timidi. Cammariere viene intervistato nel pomeriggio dal giornalista Federico Vacalebre. Un colloquio aperto in cui l’artista presenta il suo nuovo album Io.

“Parlare di Musica è come danzare di Architettura – dice Vacalebre – eppure qui sta accadendo qualcosa di straordinario. L’arte sta includendo altre forme di espressione, la conservazione del passato sta sfidando il futuro”.

Cammariere racconta in lievi parole gli inizi della sua carriera.

“Ho raggiunto il successo a 42 anni anni – dice – e penso che questo mi sia servito per imparare lungo il cammino tante cose che prima non sapevo”.

“Apprezzo particolarmente la Musica Classica Napoletana – aggiunge – è capace di conservare gli archetipi dell’Armonia”.

Cammariere si trattiene poco col pubblico per volare nel Salone della Meridiana a provare il live che si terrà la sera stessa.

Appena entrata nel Salone della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli dimentico di essere stata lì tante volte. Ci ero già stata in gita coi professori, con gli amici, nelle domeniche pomeriggio da passare in città. Tutto mi sembra nuovo ed emozionante. Un’atmosfera regale avvolge la sala tra luci soffuse e lo splendore degli affreschi.

Cammariere sale sul palco nella penombra, si siede al pianoforte, poi si gira verso il pubblico e dice: “Sapete, è la prima volta che suono in un Museo”.

Il silenzio che ne consegue è un misto tra l’accoglienza di una confessione e forse anche la paura e il brivido di essere protagonista di un evento unico nel suo genere. Dopo aver cantato la prima canzone, infatti, Cammariere si rivolge nuovamente al pubblico e dice:

“Si sente bene? Si sente quello che dico, le parole?”

Sul palco regna il colore nero. Un elegante scenario in cui la luce illumina dall’alto l’orchestra creando suggestive sensazioni. Sergio è protagonista col pianoforte che rende vivo muovendo sopra ai suoi tasti dita velocissime e agili.

“Così l’autunno è già tra i rami. E il vento batte sulle porte.”

Durante l’esecuzione di Le porte del sogno il percussionista riproduce il rumore del vento agitando una frusta di fili di metallo.

La comunicazione col pubblico si fa più immediata quando l’artista canta i suoi brani più celebri, Tutto quello che un uomo e L’amore non si spiega. Chiede agli spettatori di cantare insieme a lui. A metà live il palco viene illuminato prima da una luce rossa e poi da raggi di colore blu che introducono il brano Dalla pace del mare lontano. L’aria diventa calda e avvolgente.

Il live si conclude con gli assoli di tutti i componenti della band. In alto e intorno ci sono sempre gli affreschi, l’avevo quasi dimenticato. Sembrano le pareti di uno scrigno. Una raffinata custodia che conserva la preziosità della Musica.

Il Festival e la sua organizzazione

Il Festival Mann è stato organizzato da Officine della Cultura, una cooperativa che si occupa di rendere reale la multidisciplinarietà della cultura. Arte, musica e teatro diventano così un’unica voce.

Andrea Laurenzi e Luca Baldini sono le due menti di Officine che hanno lavorato a questa iniziativa. Abbiamo chiesto a Luca Baldini come fosse nato il connubio tra l’arte e la musica, messo al centro del Festival.

“Il connubio tra arte e musica nasce sin dalla Preistoria – dice Baldini – L’uomo si è sempre ispirato al suono per vivere e per stare meglio. L’arte per gli atei è una forma di religione che fa sperare. La musica è un involucro che rende tutto più sensibile ed emotivamente toccante. La musica è fondamentale per tutti i popoli. Unisce e rappresenta anche il livello sociale e politico più importante che c’è adesso. Abbiamo e avremo sempre bisogno della musica soprattutto ora che il mondo si sta spostando su un binario interculturale”.

Le opinioni degli artisti coinvolti

I musicisti coinvolti all’interno del Festival Mann sono stati indubbiamente il canale principale di una forma di comunicazione rivoluzionaria.

Abbiamo parlato con Paolo Benvegnù chiedendogli cosa ne pensasse del connubio tra arte e musica posto al centro del Festival.

“Fuori dai Musei si respira volontà di commercio e non si fa cultura. Meno male che i Musei aprono ad altre forme di comunicazione scevre da questo meccanismo legato al denaro”.

“Non vedevo l’ora! – dice Benvegnù – tutto ha inizio qui, da Napoli, per poi (spero) arrivare in Italia e Europa. Non a caso Napoli, da sempre, è foriera di novità. Da oggi puoi andare in un Museo e incappare in un live di un musicista che magari non conosci e ne rimani affascinato”.

“I musei devono essere spazi aperti per la Musica – aggiunge – nel mondo delle libertà del vuoto qui invece si parla di profondità”.

Quanta Arte c’è dentro la Musica? Benvegnù ci risponde:

“Dipende dal tipo di coinvolgimento di chi la fa. Gli uomini possono dare il loro meglio ogni giorno. Una libertà che ci è concessa e che però non tutti afferrano. Il fatto di essere in un museo però – conclude – ti fa capire le grandezze del passato. Grandezze che ci danno la giusta misura affinchè ognuno di noi possa impegnarsi giorno per giorno per fare in modo che le cose siano migliori”.

“Sono molto emozionato di essere qui, ogni volta che venivo a Napoli non potevo entrare nel suo Museo e invece oggi posso suonare al suo interno.”

Niccolò Fabi ha espresso così la sua idea sul connubio tra arte e musica posto al centro del Festival:

“Il Paese ha una grande esperienza di arte. I luoghi dei locali in cui di solito andiamo a suonare sono tutti simili tra loro. Trovo che sia bellissimo quando riusciamo a mettere insieme il nostro patrimonio artistico (che è solo nostro) con la musica.”

Sergio Cammariere si è lasciato travolgere dai ricordi quando i suoi pensieri si sono soffermati sull’arte che lo circondava nel momento di incontro col pubblico.

“Ricordo che quando ero piccolo e vivevo a Crotone, Napoli per me era il nord Italia. I miei genitori mi portarono qui in gita e poi ci sono tornato altre volte in età adulta. Da ragazzo scelsi di andare a vivere a Firenze per i monunenti e gli affreschi della sua città.”

“L’arte mi ha sempre affascinato – aggiunge – e suonare in un museo per me è come essere nella casa di tutte le arti.”

Le impressioni degli spettatori

Il pubblico del Festival Mann è stato partecipe e numeroso. Entusiaste rispetto all’iniziativa, le persone ci hanno detto: “Siamo qui principalmente per vedere dal vivo il nostro artista preferito. Ci piace però che intorno ci sia l’arte, è tutto molto affascinante”.

 

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