Fede’n’Marlen – Web Interview

Data: 27 gennaio 2017 |

Fede’n’Marlen, il viaggio è libertà

Music Coast To Coast ha avuto il piacere di intervistare il duo Fede’n’Marlen in occasione dell’uscita del suo primo disco: Mandorle.

 

- Diversi anni di conoscenza superficiale poi all’improvviso la contaminazione e il dialogo artistico: qual è stata la scintilla che ha permesso al duo di prendere forma?

Crediamo che la scintilla sia stato il reciproco “abbandonarsi alla vita osando credere”. Ci siamo rincontrate al momento e al posto giusto. Entrambe mature per far sgorgare l’energia della nostra unione. In questi tre anni le scintille sono cambiate, ma sono sempre fondamentali. L’entusiasmo ha incontrato la stima, la serietà: l’adrenalina è diventata passione e così via. Fino a quando ci saranno scintille non smetteremo di far ardere il fuoco.

 

- Spesso il primo dato che salta all’occhio pensando al vostro progetto è che questo è composto da due ragazze, quasi uno lampo rosa nel mezzo di una scena musicale storicamente dominata dalla presenza maschile: com’è essere donna e lavorare nel mondo della musica? Ha ancora senso soffermarsi su questo dato?

Sicuramente è vero. Essere due donne sembra quasi un genere musicale a sé! Riconosciamo che la cosa ci caratterizzi non poco, ma non tanto l’essere donne, ma il modo in cui cerchiamo di rafforzare e far esplodere la nostra energia femminile. Questa non è solo prerogativa delle donne, ma di tutti coloro che vivono la musica in modo plurale, aperto e libero, piantando semi e prendendosene cura con tutta l’energia che si ha in corpo. Come una madre, un’amante, un campo di fiori. Siamo immerse in un mondo di musica maschile, questo è evidente, ma ciò non ci ha fatto mai sentire escluse o emarginate, ci impegniamo a trovare incastri piuttosto che motivi per lamentarci e il risultato è stupendo: tantissime collaborazioni, come con Tommaso Primo, Beltrami, Sula Ventrebianco, Epo, Bludimitilene, e soprattutto tantissimi legami di stima e amore! Quello che è molto maschile è tutto il mondo intorno alla musica: gestori di locali, booking, fonici, e spesso anche il tipo di pubblico, ma questo è un problema sociale generalizzato con radici complesse.

 

- Ci sono progetti “a due” che vi piacciono o che vi hanno ispirate, anche riferendoci all’ambito campano?

Un progetto interessante in cui ci siamo rispecchiate sono le Perota Chingò, un duo femminile che scrive la propria musica e basa il loro intreccio sulla dinamicità dell’intreccio delle loro voci e sull’incontro dei loro colori che creano nuove sfumature musicali. Ci piace molto pensare che esistano delle persone dall’altra parte del mondo che vivano questo sentimento di “pancia” nella musica e che possano viverlo in complicità. E che tutto questo sia riconosciuto, perché loro sono ormai molto famose.

 

-Mandorle è il vostro primo album: cosa porta con sé del precedente ep, Stalattiti? Dov’è che invece pensate si possa rintracciare con più evidenza un’avvenuta evoluzione di sonorità?

Ciò che porta con sé, saremo ripetitive, ma sono le radici. Il cuore di Fede’n’Marlen, il sovrapporsi equilibrato a volte combattivo delle nostre voci, dei nostri temi, dei nostri mondi. Le canzoni custodiscono ancora questo frutto, la profonda differenza sta nell’assenza di nudità che invece caratterizzava Stalattiti tra l’altro registrato in presa diretta, grazie agli arrangiamenti di Arcangelo Michele Caso che ha impreziosito di suoni e di suggestioni l’intero album. Anche le varie collaborazioni (Gianni Guarracino, M’Barka ben Taleb, Ciro Tuzzi e Katres) hanno evidenziato questo bisogno di apertura e di dar voce ad una molteplicità che prima era assorbita solo da noi due. Mandorle è stato un lanciarsi nel vuoto e un consegnare le chiavi del nostro mondo a più persone: la ricerca del nostro sound è ancora in atto e forse non si fermerà mai, crescerà con noi in maniera plastica ed è proprio questo il bello.

 

-Sappiamo che il tema del viaggio ha un peso considerevole nel vostro processo creativo, a tal proposito, immaginando un tour all’estero, quale parte del mondo vi viene subito in mente?

Ci sono due motivi per i quali ci piacerebbe ritrovarci in un continente specifico e cioè il Sud America. Il primo è da ritrovare nel tipo di empatia, il tipo di energia che saremmo in grado di scambiare con quei luoghi sconfinati dove il contatto con la propria umanità è ancora molto forte, così come sono ancora valori fortissimi e il senso di condivisione e comunità, solidarietà, della gente. Il secondo è legato al tipo di viaggio. Un viaggio che ancora si può fare in autostop, che è ancorato a lentissimi treni australi che passano in piccoli villaggi e possono metterci giorni a raggiungere distanze non così eccessive. Pensiamo che quando il viaggio si dilata, ti permetta di conoscere in maniera più profonda ciò che stai attraversando, sia chi sta viaggiando con te sia il paesaggio che ti sta accogliendo.

 

- Tornando in Italia, quale luogo dello stivale vi è piaciuto visitare maggiormente?

Più di tutti ci sono piaciuti i luoghi che forse non avremmo mai potuto conoscere. I luoghi – e in Italia sono tanti – dove i ragazzi e le persone si muovono insieme per tessere il proprio destino senza arrendersi. Ci riferiamo ad Altamura, Agrigento, Angri, Piacenza, Pavia… Le bellezze di Verona, Genova, Venezia, Palermo che ci hanno letteralmente sconvolte sono comunque piccole rispetto ai luoghi dove non abbiamo solo passeggiato come turiste ma dove siamo entrate nella terra, dove abbiamo affondato le mani nella vita delle persone.

 

- Che rapporto avete con i musicisti della scena campana? C’è qualcuno in particolare con cui preferite suonare?

C’è un ottimo rapporto in particolare con Tommaso Primo con il quale condividiamo alcuni musicisti, così come c’è con i Beltrami con cui abbiamo iniziato un progetto di live condivisi. Adoriamo inoltre Francesco Di Bella, Katres, Ciro Tuzzi, e tanti altri. Stimiamo il coraggio e la voglia di condividere molto presente particolarmente a Napoli, per cui siamo diventati un bel gruppone che si sostiene e non confligge stupidamente.

 

- Domanda sui generis, la vostra attuale vita in tour si avvicina alla vostra idea di libertà?

Sì. È stato fantastico conoscere e toccare posti sconosciuti per tre anni, ciò che però ci manca è l’estero. Sentiamo una grande, ma leggera responsabilità di portare il nostro mondo e la nostra Napoli fuori dai confini regionali e nazionali. Viaggiare ti fa sentire piccolo e questo serve a tantissime cose: a relativizzare, rivitalizzare, a vedere da lontano e soprattutto desiderare di tornare.

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