Erio – Web Interview

Data: 20 luglio 2018 |

Erio – Web Interview

Erio: ogni persona è un contenitore di nascoste realtà

Dopo un anno di tour nei principali club italiani, Erio torna in studio per registrare il suo secondo lavoro Inesse. Questo disco vede l’artista per la prima volta in veste di produttore con l’aiuto, in una manciata di tracce, di Yakamoto Kotzuga (The Biggest of Hearts, A Glowing Gash), Ioshi (Kill it! Kill it!) e Will Rendle di Will and the People (Limerence). Inesse è un disco che nasce principalmente a Londra e i suoi brani raccontano alcune delle storie vissute dal nostro protagonista nella capitale inglese. A tal proposito, lo abbiamo intervistato.

Ciao Erio! Innanzitutto svelaci una curiosità: come mai la scelta di questo nome?

Il mio nome all’anagrafe è Fabiano Erio Franovich. Dei miei due nomi, Erio è quello che ho sempre usato per firmare le mie cose, fossero scarabocchi, storielle o canzoni.

Parlaci un po’ di te, di come è nato il progetto Erio e di come ti vedi fra 10 anni.

Il progetto Erio è sempre stato con me. Non lo vedo neanche come un progetto. Fin da piccolo ho sempre disegnato, scritto, cantato e amato creare spazi mentali diversi da quelli concreti in cui mi trovavo. Ci sono voluti molti anni perché mi convincessi di aver raggiunto un livello che mi permettesse di essere apprezzato dagli altri, quindi ho cominciato molto tardi a proporre le mie cose. Sono stato fortunato perché ho trovato quasi subito persone interessate ad investire su di me. Mi è stato chiesto molto spesso, negli ultimi mesi, dove mi veda fra 10 anni e mi rendo conto che più che passano i mesi, più la mia risposta cambia.  Credo che aumenterò il mio impegno nel lato visuale del progetto, così come ho fatto con questo disco rispetto a tutti gli altri aspetti. Mi piacerebbe riuscire a superare la necessità di uscire con album e lavorare con formati più brevi, anche se a livello di mercato è sconsigliato.

Inesse è il tuo ultimo lavoro: cosa significa? come è nato, qual è stato il processo di ispirazione alla creazione del disco?

Inesse è un verbo latino, che significa ”essere dentro” (qualcosa). Volevo indicare che dentro al disco c’è una realtà nascosta da scoprire e anche che ogni persona è un contenitore di realtà nascoste. Il disco è una collezione di storie senza finale, raccolte e immortalate per il solo merito di essere state e per quello che hanno lasciato dentro i loro protagonisti.

Il viaggio sembra essere il fulcro trainante di questo album, nato a Londra, per l’appunto. Cosa hai assimilato da quel viaggio?

Londra è un posto a me molto caro, un posto dove torno spesso, soprattutto quando ho bisogno di distaccarmi da certe routine. Di Londra amo il fatto che, un po’ come INESSE, è un grande contenitore di elementi contrastanti e contraddittori. Ha un’atmosfera che è difficile trovare nelle campagne dove ho sempre vissuto e costituisce, nonostante i recenti sviluppi della politica, una sorta di prototipo del mondo del futuro , necessariamente multietnico e aperto alle diversità.

Come ci si sente ad essere il produttore del tuo stesso disco?

Nonostante io abbia di fatto sempre prodotto demo e provini, è successo per caso che io producessi il lavoro finale, perché non avevo così tanta confidenza nelle mie capacità da deciderlo. Credo che non tornerò indietro, comunque, perché è la cosa che mi piace di più di tutto il processo e difficilmente mi piace vedere una cosa che ho chiara nella mia mente stravolta.

- Cosa è cambiato dal progetto precedente a livello stilistico e tecnico?

Ho potuto estremizzare qualche spunto già presente nel primo disco. Avendo già presentato una prima versione più timida e cauta del mio mondo, con il secondo lavoro volevo raggiungere un livello di onestà e esplorazione ulteriore. Siamo ancora lontani dal livello che mi piacerebbe poter raggiungere, ma sono sicuro di aver fatto il meglio che potevo nel momento in cui lo facevo.

Quanto credi sia importante il mezzo musica per esprimere le proprie idee e le proprie sensazioni? Cosa hai provato nell’incidere i tuoi pezzi e, quale di questi reputi il tuo preferito?

Per me è naturale esprimermi così. La musica è un linguaggio che mi permette di esprimermi in modi che la parola non riesce a fare. L’incisione dei pezzi dura sempre poco, un po’ perché lavoro con bravissimi musicisti, un po’ perché mi annoio subito. Potessi registrare direttamente la musica che ho in testa, non passerei un secondo in studio. Passo molto tempo a scrivere le parti e poi ad editarle per trasformarle in una versione il più possibile all’altezza di quello che avevo in mente. A volte devo cambiare rotta, perché la mia immaginazione non ha lavorato bene e salvare un pezzo in via di produzione. Difficilmente sono soddisfatto al cento per cento del risultato. Sono soddisfatto di The Church perché l’ho scritta così come la immaginavo nella mia mente, registrata e mixata e il prodotto era come lo avevo immaginato.

Quali pensi che possano essere gli artisti da cui hai tratto e trai tutt’ora ispirazione per la tua musica?

Penso che a questo punto io abbia avviato una ricerca che si muove da sola. In parallelo ad altre realtà ma non necessariamente per via di una qualche ispirazione, ma per una comune interpretazione dello spirito dell’epoca. In fase di formazione ho ascoltato molto Lauryn Hill e Bjork.

Concludendo parliamo di live: hai un tour in vista? Cosa ti aspetti nel prossimo futuro musicale?

Sto portando in giro INESSE in versione live con diversi set; si va dall’elettronica alla chitarra acustica, passando per un trio voce, batteria e arpa. Avere diversi approcci, oltre che divertente, è anche un modo per essere elastici e partecipare a situazioni diverse. Le date confermate sono continuamente aggiornate sulla mia pagina Facebook: Erio (facebook.com/eriofranovich).  Nel prossimo futuro ci sono i live e la scrittura di qualcosa di nuovo. Devo ancora capire bene che strada percorrere, quindi per ora più che altro immagino molto e scrivo poco.

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