Editors – Violence

Data: 13 marzo 2018 |

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Editors – Violence

Nuovo disco per gli Editors, Violence, pubblicato il 9 marzo per Pias Recordings. Tom Smith e soci firmano il tanto atteso ritorno a tre anni da In Dreams, e ad ormai più di un decennio dal debutto, quel lontano 2005 in cui tutto era diverso. A quei tempi iniziava a spopolare un certo revival post-punk di stampo britannico, Interpol in testa, cui fecero seguito diverse band più o meno simili che le si distingueva un po’ a stento, in verità. Sonorità cupe, distorsioni, coretti epici, voce à-la Paul Banks degli Interpol, appunto, che a sua volta si rifaceva forse al padre di tutte le influenze che verranno successivamente, ovvero al mai abbastanza compianto Ian Curtis. Nel mucchio, gli Editors.

Il sesto disco si apre con Cold, a metà strada tra un qualsiasi pezzo di Robbie Williams dal 2009 ad oggi e degli ultimi Coldplay. La potenza vocale di Tom Smith zittisce tutti e poco importa se il singolone  Halleluiah (So Low) ha un coretto decisamente fastidioso, c’è il vortice di synth vagamente musiano a salvare la situazione. A differenza del titolo, di violento sembra esserci ben poco, a parte qualche riff vertiginoso e cori come solo gli inglesi, spesso, sanno fare (vedasi la title-track, appunto). Nulla toglie e nulla aggiunge Nothingness, che fa però da apripista all’altro singolone, Magazine. Ecco, in questo caso, nulla da eccepire: il brano ci sta, in tutta la sua catchiness, costruito ad arte e di certo riuscitissimo capitolo di un set che non di rado sconvolge poco. Nota di merito anche per Counting Spooks, costruita sapientemente su una base eighties new wave mica male, mentre la chiusa è affidata a Belong, ballad stilisticamente indecisa.

Ecco, il tanto ritorno atteso degli Editors lascia un po’ l’amaro in bocca. Sia perché era un tanto atteso ritorno, appunto, ma che tradisce in parte le aspettative. Violence nulla toglie e nulla aggiunge ad una discografia i cui fasti sembrano essersi arrestati già da tempo, almeno due dischi fa. Certo, fa sempre piacere riascoltare l’immane calibro di una voce come quella di Tom Smith che scansatevi, ma ogni volta ci si aspetta quel brano più incisivo, quel disco più imponente rispetto alla media, aspettativa che il gruppo di Stafford,  nonostante il blasone di cui gode in tutto il globo, sembra aver mancato anche stavolta.

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