Edda – Intervista

Data: 14 aprile 2017 |

Edda – Intervista

Edda, una vita al massimo, una musica al massimo

Stefano Rampoldi, in arte Edda, ha pubblicato a fine febbraio Graziosa utopia, quarto album solista. Classe 1963, milanese d’origine, giramondo di natura, ha accompagnato i Ritmo Tribale nell’ascesa dall’underground, spianando la strada all’alternative rock e abbandonando la scena per sei lunghi anni, causa disintossicazione da eroina, o ricerca di un baricentro.

- In un’intervista hai dichiarato: “la musica è la mia testa da quando ho 15 anni”.

Non ricordo di averlo detto, e se l’ho detto, non so cosa intendessi dire. Posso dire che è nella mia testa, ma da prima, da quando avevo 5 anni. All’asilo c’era la lezione col maestro cieco che suonava il pianoforte, ci portavano a cantare. A sette anni mi hanno comprato la chitarra, ma l’ho rotta. Il primo strumento era il lit organ, una pianolina. Ma comunque sono sempre stato negato a suonare qualunque strumento, anche adesso che dovrei essere un Jimi Handrix.

- Parliamo di Graziosa Utopia. Perché questo titolo?

Bisognava dare un titolo all’album e questo è il titolo di una canzone che abbiamo scartato. L’aggettivo graziosa legato a utopia suona bene, è un vorrei ma non posso. È l’aggettivo che fa il titolo, utopia mi fa sembrare intelligente, ma io sono abbastanza leggiadro e grazioso.

- Il sesso è l’argomento prevalente nei tuoi testi, ma è quasi sempre trattato con una certa rabbia e inteso nella sua accezione sporca.

Con frustrazione. Forse nasce dal fatto che a 12 anni ho subito una molestia. Poi a vent’anni ho incontrato gli Hare Krishna che non demonizzano il sesso, però lo vivono soltanto in funzione della riproduzione. Quindi tutte le volte che mi ritrovo a farlo mi sento fuori bolla, spiazzato, mi piace ma dopo mi sento molto colpevole, sporco, sto male, come una schizofrenia. Vorrei avere un telecomando, schiacciare un pulsante e far sparire l’altro. Forse dipende dalla religione, è una questione di opportunità buttate nel cesso. Il sesso il massimo momento di coinvolgimento corporeo, ma noi hare krishna non siamo corpo. Se io faccio sesso per godere in realtà questo mio godimento presunto è in realtà un passo verso il basso, un’ identificazione col corpo. L’aver bisogno di cose materiali, corporali, fa finire col a pensare ai soldi. È un processo lungo, ovvio, ma parte comunque da un desiderio dovuto a un attaccamento sbagliato. Io non sono Stefano Rampoldi, nato 54 anni fa. Io morirò, ma Stefano Rampoldi esisteva prima che io nascessi. Tu devi vivere pensando che sei un’anima. La nostra natura è spirituale. Il sesso è il motore del mondo, tutto è legato al sesso, che come dicevo è identificazione col corpo. Sentiamo di essere qualcuno perché gli altri ci vedono. Il sesso è materia. Se invece vuoi mettere al mondo una creatura è l’unico modo, dovrebbe essere solo per quello. Diventa però addictive, da tossico, guarda you porn… non ne faccio una questione moralista, però il problema è che questo atteggiamento, vissuto con leggerezza e pensando che stiamo facendo la cosa giusta, non porta da nessuna parte… è come il diabetico che mangia lo zucchero, così facendo si ammazza. Mi dirai, ci si annoia allora. Il problema è che noi abbiamo una mentalità corporea, tutta sesso. Andiamo pure all’inferno, basta che si scopi, chi se ne fotte….e invece no.

- Però tu continui a fare sesso e non avere figli. Sei un non praticante. Qual è la punizione?

Nessuna. Invece di coltivare il campicello buono, coltivi quello sbagliato. Escono frutti cattivi, è uno spreco di occasioni. Il peccato per noi Hare Krishna non è come quello cattolico, non c’è condanna. Peccato è tipo “che peccato ho perso l’autubus”, oppure “che sfiga!” Non mi condannano, noi non abbiamo la confessione, è come dire “è un peccato che tu sia attaccato al sesso”, non c’è condanna, solo dispiacere. Mica gli Hare Krishna non fanno sesso, magari! Quella è la strada. Io il primo contatto col sesso l’ho avuto a 5 anni, con mia cugina. È un impulso che va domato, non represso. Incanalato. Ma ci vuole qualche vita, mica una! Poi magari prima o poi ci arrivi. Esistono pochi che ci riescono, noi ci alleniamo cerchiamo di fare il nostro meglio, ma senza reprimere. Se reprimi è peggio. Pensa a quelli che dopo sono contenti e felici, cioè io almeno ho una visione negativa, se ti piace, ma ti far star male, prima o poi smetti. Il mio rapporto conflittuale col sesso pensavo fosse un handicap e invece forse è un dono.

- Però la religione, qualunque religione, è pur sempre l’oppio dei popoli. Tu hai smesso con l’oppio vero e te ne sei trovato un altro, non credi?

Sicuramente è una corazza, spero solo sia una corazza reale. Io vorrei essere come gli altri, quelli di successo, che sanno, che ottengono, che riescono, io nemmeno nella musica sono riuscito a realizzarmi. Non sono nemmeno riuscito a suonare la chitarra. Alla fine sì, hai ragione. La religione è per i falliti. Però gli Hare Krishna sono onesti, hanno un testo sacro, il Bhagavadgītā: Bhagavat, la divinità, dice “quattro tipi di persone vengono a me, la prima è il fallito”. C’è da dire che non è detto che se nasci completamente scemo ti sia proprio andata male, il mondo è pieno di gente che sicuramente è mille volte capace più di me, e è una loro capacità innata, ce l’hanno. Ma non sono migliori di me, c’è un motivo per cui loro sono performanti, così come c’è un motivo per cui io sono una merda, una chiavica… se fossi stato di successo non sarei stato un Hare Krishna, mi sarei gongolato, e quella sarebbe stata una forma di intossicazione celebrare, una corazza di ego. Però non è che devi essere per forza scemo per arrivare alla religione. C’è stato un periodo in cui dicevo che non credevo in dio e mi ricordo come mi sentivo quando non credevo. Non posso dire che esiste, ma nemmeno che non esiste.

- Wikepedia sostiene che hai detto addio ai Ritmo Tribale vomitando sul volto del batterista durante un concerto.

Non è assolutamente vero. L’ultimo concerto l’ho fatto senza voce, a un certo punto boccheggiavo. Il concerto prima mi ero drogato come un cane, ma non credo di avergli vomitato addosso.

- E allora com’è andata?

Volevamo avere successo, però io avevo una testa veramente matta e non ero consapevole che stavamo arrivando al successo, mi sembrava di non aver fatto niente e questo mi ha frustrato tantissimo. In realtà avrei potuto guardare dov’ero e capire che stava andando bene, invece io avevo una percezione negativa.

- Dopo hai smesso per sei anni, com’è che hai ripreso?

Il processo creativo però viene dall’ispirazione. Spaziale mi è venuta in tre secondi, ma non sembra le canzoni che le faccia io. Battisti in un’intervista diceva di aver smesso perchè non gli venivano più le canzoni, nel senso che qualcuno non gliele mandava più. Lo stesso i Beatles. Gli Who. A tantissima gente dopo un po’ si chiude la finestra. Con i Ritmo tribale non mi si era chiusa la finestra, ma la testa. Per sei anni più o meno la musica non mi interessava più, non ho più voluto saperne. È tornata mentre ero in comunità in camera con un mio amico gay, suonava anche lui, piano piano. Con questo mio amico abbiamo cominciato a cantare un po’ così, sai in comunità ti annoi. Lui era molto bravo e per trovare qualcosa da fare, suonavamo. Il primo disco solista l’ho fatto col direttore di questa comunità.

- Hai dichiarato che Picchiami è pezzo bruttissimo, “dentro non c’è niente, è fatto proprio così, con un po’ di mestiere.” perché inserire nell’album un pezzo che non ti piace?

È bruttissimo per il testo, in realtà i miei arrangiatori dicono che è un pezzo venuto molto bene dal punto di vista del suono, ma io non ne capisco niente di queste cose. Qualcuno mi ha detto che non è così brutto. Se lo paragono a Spaziale o Brunello non c’è paragone.

Che intendi con un po’ di mestiere?

Probabilmente mi servivano delle parole e le ho trovate, però di solito quando faccio una melodia sono in un momento di trance e ispirazione, che non nasce da me, è una finestra che si apre e cerco di chiudere parole e musica. Se viene sono contento, invece a volte ti arriva la ciambella senza il buco. Tra l’altro avevo canzoni più belle da fare, ma è venuta quella. Io ho già un disco pronto da fare e mi sembra che queste che verranno siano più belle del disco che è appena uscito.

- Ho letto un po’ ovunque che ti piace Pop X. In un’intervista lo hai associato a Battisti

Ultimamente non mi piacciono i testi prolissi. Dopo tre secondi perdo la concentrazione. Pop X non fa testi lunghissimi, ma sento che quello che scrive non lo scrive perché deve far vedere, ma perché ha una testa che gli fa scrivere quelle cose lì. Battisti era un originale, con un suo punto di vista. Bisogna capire se Pop X è un genio o no. Ho visto i video su youtube e mi devo aspettare di tutto. Il suo approccio musicale è molto puro. C’è un suo testo che dice “ho nel cuore l’ano di una bambola”, non lo so mi ha colpito. Guarda odio pure i miei di testi. Però una bella canzone è fatta dal fatto che stai cantando una bella melodia. Non mi piacciono i testi dove ci sono belle parole, ma la melodia non esiste. Non è più canzone. Se poi le parole sono anche intelligenti… prendi “oh mare nero oh mare nero, oh mare ne”, i poeti possono aver detto anche cose più intelligenti, ma è una melodia fantastica. Poi la voce di Pop X è bellissima, è un bel ragazzo e fa venire fuori la mia frociaggine.

- Uno dei miei pezzi preferiti della tua produzione solista è Milano, mi ritrovo molto nella frase: “sono nata perché ero di troppo per Milano”. Mi ci rivedo nelle giornate in cui penso che sono innamorata di questa città, ma lei non mi ricambia, perché non sono abbastanza “favolosa”. Poi però penso che alle cose che sono favolose per Milano, e mi sembra facciano un po’ da specchietto per le allodole.

Non ci avevo mai pensato, ma ora che mi ci fai pensare, credo volessi dire proprio questo. Possiamo fare che l’ho detta io sta cosa?

Possiamo parlare di droga?

La prima droga penso fosse un’anfetamina, ma subito dopo ho capito che la mia droga era l’eroina, avevo 16 anni. Il 79 era un periodo in cui la generazione del 68 a un certo punto si sbragava. Lo chiamavano “il reflusso”: dopo tutto un decennio di politica la gente si rompe i coglioni e “ma che ci siamo ammazzati fino a ieri e che cazzo abbiamo risolto”. Era il periodo dei rapimenti, la mafia faceva i soldi con la droga. Hanno trovato una generazione che era pronta a recepire l’eroina, ma per me è un piano cosmico, e io ci sono finito dentro, l’intossicazione è come il sesso. All’uomo che sbaglia piace il sesso e gli piace intossicarsi. Poi c’è intossicazione e intossicazione. Se ti fai una canna non sei un drogato, se provi l’eroina sei già in pole position. Ma ne facevo un uso saltuario, non compravo l’erba, la fumavo ogni tanto, ma mi dava paranoia e agitazione, invece l’eroina mi faceva sentire tranquillo e felice. Credo fosse una questione chimica. Alla fine divento tossico a 33 anni compiuti, ma dai sedici ai trentatrè l’ho gestita nel senso che l’ho usata pochissimo. Prima quasi non l’ho usata, l’eroina la gestisci solo quando non la usi, quando cominci ad usarla è lei che gestisce te. Che poi agli Hare krishna mi ci sono avvicinato con la droga: capodanno del ‘83 ero sotto acido, e quella sera lì ho incontrato gli hare in radio, non so se era l’acido, ma quello che ho sentito mi è piaciuto.

 

foto: Luigi Reccia

 

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