Diana – And You Can’t Build The Night

Data: 11 ottobre 2018 |

And You Can’t Build The Night Track List

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Diana – And You Can’t Build The Night

Con quanta criticità è lecito approcciarsi ad un’opera artistica? Il nostro giudizio è comunque, per quanto supportato da basi tecniche, di tipo soggettivo, così allo stesso modo il prodotto dell’artista in questione. Che si tratti di musica, di pittura, di scrittura, ogni “composizione” può essere interpretata in milioni di modi, l’importante alla fine è che lasci una traccia, seppur piccola.

Come quel detto: che se ne parli bene o male, basta che se ne parli.

Del lavoro di Diana, con And You Can’t Build The Night, una parte di me vuole parlare bene, mentre l’altra resta dubbiosa. Ci sono delle incertezze che salde non svaniscono. Il lavoro è degno di essere chiamato tale, non siamo di fronte ad una barzelletta, bensì ad una prima prova che nel suo respirare nuova vita, seppur a fatica, si regge in piedi promettendo grandi corse.

And You Can’t Build The Night è il primo disco di Diana, pubblicato il 28 settembre per Manita Dischi, dopo una breve ma intensa gavetta che l’ha vista rendere bene sia in premi di spessore come l’Arezzo Wave, sia nella pubblicazione di un primo EP datato 2016. Una resa che ha cercato la completa esplosione con il primo lavoro discografico di ben nove tracce. Una miscela di pop ed elettro pop,un cantato a metà tra italiano e inglese, a volte un ibrido tra le due lingue, segno della volontà di voler mettere prima delle parole la musicalità e il suono. Nove tracce strutturate come un viaggio intimo alla scoperta dell’universo che si nasconde in ognuno di noi; nove tracce che vorrebbero raccontare l’interno dell’animo umano attraverso il mito, le forze irrazionali, gli astri, gli dei, le leggende; nove tracce supportate da una base musicale che rende gradevole l’ascolto, che denota qualità e spessore, ma che manca, nella sua totalità, di coesione, di efficienza, di maturità.

Le tonalità sono per lo più minori, ma nell’arrangiamento e nell’armonia è stata conferita loro una nota di colore che va in contrasto con la volontà neutra dell’autrice, ma che risulta decisamente necessaria. La velocità dei bpm, la scelta precisa dei suoni e l’alternanza sapiente delle dinamiche rendono interessanti alcuni brani, tra cui And You Can’t Build the Night, e la prima traccia Lost, prese singolarmente, penalizzandone però la totalità. L’esordio con Lost non è certo disarmante o impressionante, ma il lento ondeggiare dettato dai bassi in levare e dalle arie di synth, lascia comunque possibilità al corpo di muoversi e alla testa di liberarsi.

Brutto lo stacco repentino sul secondo brano, Ottanta, che ha le pretesa di voler recuperare, in chiave moderna, quel pop leggero, retrò, che sta bene solo nella sua epoca, il sound risulta troppo mescolato, disordinato rispetto all’inizio. Sul terzo brano, Nostalgia di Saturno, l’armonia sembra improvvisamente tornare, come fosse stata destata dopo una breve pausa, ma il cantato in italiano, così diverso da quello in inglese, fa leggermente storcere il naso. Non che sia sgradevole, ma il cambio è tale da far venire dei dubbi. Ottimi i pattern e la scelta acustica.

L’andamento altalenante continua anche nei successivi brani, passando da un estremo all’altro, dal pop d’autore, armato di chitarra acustica, sporcato da sonorità elettroniche che irrompono improvvise a stonare su una voce che non spicca per intensità ma si mantiene su un buon livello medio. He was Angry, Feel You, Se l’amore non è un’astronave, sono brani tanto orecchiabili, sì, quanto diversi da loro, a tal punto da confermare la corruzione dell’armonia generale del disco e l’impressione di forza e coesione che le prime note della prima traccia avevano conferito.

Nelle fasi finali del disco, quell’intenzione ostentata dalla stessa autrice, di voler creare un elaborato che, come le note pizzicate piano, fosse etereo, leggero, si paventa in tutta la sua forza: And You Can’t Build the Night e Festival sono espressioni di quell’intenzione. È qui che Diana, come per la prima traccia, dà il meglio di sè, impressionando con i suoi vocalizzi sussurrati, le tonalità fredde, lente, taglienti. Qui l’intento è riuscito, ci addentriamo in quello che il disco vuole veramente esprimere, ma purtroppo è già tardi: lo stupore finale, conosciuto il pregresso materiale difficilmente giustificherà un ascolto continuo e dedicato, ma di certo lascia spazio per un futuro roseo tanto quanto le ultime note di And You Can’t Build the Night. Una speranza che, a differenza dei migliori brani del disco, non risulta eterea, ma una sicura certezza.

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