David Byrne – American Utopia

Data: 11 marzo 2018 |

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David Byrne – American Utopia

Il monte Olimpo, la montagna più alta di tutta la Grecia, ha assunto sin dall’antichità caratteristiche mitiche, in quanto, secondo la tradizione, sulla sua vetta alloggiavano gli dei. Da allora, il monte è diventato una figura di riferimento per indicare una cerchia di personalità che, per i loro meriti, possono essere considerate delle vere e proprie divinità in un determinato ambito. Anche l’Olimpo della musica annovera artisti straordinari e David Byrne si è ritagliato nel corso della sua carriera uno spazio piuttosto consistente in questo luogo mistico. Il motivo? Non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo, i lavori con i Talking Heads e l’album My Life in Bush of Ghosts del 1981 con Brian Eno parlano da soli e rendono inutile ogni tipo di argomentazione.

Ma David Byrne non è solo questo. Personaggio eclettico, autore di libri eccelsi come il celebre Come funziona la musica, organizzatore di diversi allestimenti teatrali e fotografici, si differenzia da buona parte dei colleghi per il suo estro e la sua genialità. Ed è proprio per questo che il suo ritorno con un album a suo nome, ben quattordici anni dopo Grown Backwards, è probabilmente uno degli eventi musicali più attesi dell’anno. Ma il Nostro non è rimasto fermo in questo periodo e le collaborazioni con il solito Brian Eno, Fatboy Slim e St. Vincent hanno portato alla nascita, rispettivamente, di Everything that Happens Will Happen Today (2008), Here Lies Love (2010) e Love This Giant (2012). Sono passati dunque sei anni dall’ultimo lavoro del musicista classe ’52, e il 9 marzo esce per Nonesuch American Utopia.

Le premesse, oltre l’hype del ritorno in scena, c’erano tutte, partendo dai venticinque collaboratori con i quali il Nostro si è accompagnato: tra loro, oltre l’immancabile Eno, presente in otto brani su dieci, anche Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never, Sampha e Dev Hynes. In realtà, il lavoro non è nulla di imperdibile e memorabile: l’impressione è che risulti spesso troppo innocuo e ripetitivo in più parti e i 37 minuti di durata lasciano alla fine dell’ascolto una sensazione di apatia e indifferenza nell’ascoltatore.

Il brano iniziale, I Dance Like This, alterna parti voce e piano con intermezzi elettronici più forti, risultando però abbastanza insipido. Decisamente più interessante il seguente Gasoline and Dirty Sheets, inizialmente esotico e tranquillo, per poi essere contaminato da efficaci parti dub. I momenti di qualità non mancano, come era ovvio aspettarsi, e pezzi tipo la fine ed elegante Dog’s Mind o This is That, dall’atmosfera avvolgente e a tratti malinconica, risultano essere tra i migliori del lavoro. Non mancano però momenti sotto tono e l’impressione è che brani come Bullet, Every Day is a Miracle o anche la conclusiva Here mostrano un Byrne non in gran forma.

Complessivamente, American Utopia è un lavoro molto curato, soprattutto nei testi e nella produzione ma, contemporaneamente, è anche una forte delusione sotto molti punti di vista. Non il Byrne che vogliamo ricordare. E che, infatti, non ricorderemo.

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