Danilo Ruggero – Web Interview

Data: 21 aprile 2018 |

Danilo Ruggero – Web Interview

Danilo Ruggero, un piccolo, grande cantautore

Nella maggior parte dei casi, la paura è vista come un’emozione negativa, un’emozione che crea uno stato d’animo limitante che ci immobilizza, non ci fa agire, ci fa sentire fragili ed inadeguati. Ma c’è chi ha fatto della paura un suo punto di forza. Pantelleria è un’isoletta a sud della Sicilia, da cui proviene un “piccolo grande” cantautore, Danilo Ruggero, il quale dopo anni di rimuginazioni e ripensamenti ha deciso di pubblicare il suo primo lavoro In realtà è solo paura, uscito il 9 Aprile. Il filo sottile che lega i cinque brani è proprio la paura. L’Ep è un viaggio tra le molteplici sfumature di questa emozione, che se guardata da un’altra prospettiva, può trasformarsi in coraggio.

- “Non è l’amore, né la sofferenza, né la felicità e neanche l’ingiustizia sociale a portarmi a scrivere canzoni. In realtà è solo paura”. Queste sono le parole di presentazione al tuo primo Ep In realtà è solo paura in uscita il 9 Aprile. Vuoi raccontarci questo filo sottile che lega tutti i brani?
Potrei dirti, pur se non è palese e non si percepisce subito, che ognuna delle canzoni ha intrinsecamente al suo interno un riferimento alla paura di “qualcosa”, che sia questa la paura di ciò che succede ogni giorno in un mondo sempre più malato, la paura dell’ignoto, dell’incertezza, di ciò che non conosciamo. Oppure la paura di rimanere incastrati nel proprio passato, di non ritrovarsi più, di non riconoscersi più, di perdere la propria integrità morale.
Che poi sono, in pratica, le stesse paure che hanno attivato in me certi ingranaggi e mi hanno dato modo di scrivere ognuna di queste canzoni. Mi sono reso conto, negli anni, che il punto di partenza o la spinta propulsiva, da cui e con cui ogni mio pensiero mi attraversa il collo, la spalla, il braccio, la mano e poi arriva alla penna è proprio la paura, che spesso mi ha anche rallentato ed alcune volte bloccato. È vero. In realtà, però, è solo paura, nient’altro, non è niente di che.
Bisogna dargli il giusto peso ed imparare piuttosto a gestire il proprio coraggio, non la paura. La paura con il tempo ci rende cauti, sempre in allerta, ci fa pensare, riflettere su un miliardo di varianti diverse rispetto a chi paura non ha.
Ci rende forse un po’ più saggi quindi? Non saprei. Forse si.

Qual è stato l’input, la scintilla che ti ha fatto decidere che ormai non era più tempo di procrastinare ma era giunto il momento di pubblicare il tuo materiale artistico?
Non c’è stata una vera e propria scintilla, credo. Ecco forse il mio procrastinare è frutto di una manciata di paure che mi ha rallentato quasi a tal punto da farmi fermare, per un po’. Avevo paura di non essere pronto, preparato. È questa la verità. Ero forse poco consapevole di quello che stavo vivendo, della deriva musicale che stavo inseguendo. Poco consapevole dei brani che scrivevo. In pratica non avevo coscienza di ciò che stavo combinando ma mi sono sovraccaricato così tanto, che alla fine stavo per esplodere e mi sono deciso. Questi brani dell’ep erano ormai arrivati al loro culmine. O li pubblicavo adesso o sarebbero rimasti chiusi nel cassetto. Credo esista un tempo buono per tutto. Questo era il loro e di conseguenza il mio.

- Nell’Ep due canzoni su cinque sono in dialetto siciliano. La Sicilia è una terra magica piena di contrasti e i siciliani hanno un legame particolare con la propria terra, non paragonabile a quelli delle altre regioni. Qual è il rapporto con la tua terra e quanto ti hanno influenzato le tue origini.
A me piace rimarcarlo sempre ai concerti. Lo dico subito appena inizio ed anche alla fine, prima di chiudere. Lo risottolineo nel caso in cui non fosse già chiaro dalla mia cadenza o dal dialetto di alcune mie canzoni. “Io vengo da Pantelleria, un’isoletta sotto la Sicilia”. Lo dico perché per me è una cosa molto importante rimarcarlo.
D’altra parte si dice anche “dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei” e non c’è per me cosa più vera. Perché quello che so è che, se io oggi sono qui a scrivere mezze canzoni, a vivermi la vita che faccio, ad essere quello che sono, lo devo soprattutto al posto in cui sono nato, al modo in cui questo mi ha caratterizzato, influenzato e a ciò che quest’ultimo mi ha insegnato. Lo devo al mio rapporto con la terra, la roccia, il mare, la natura.
Una volta un ragazzo alla fine di un mio concerto mi disse: “Si sentono le onde quando canti” – credo che questo sia tutto ciò che c’è da dire.

- “La tua paura”, però, ti ha fatto conquistare diversi riconoscimenti prima della pubblicazione dell’ Ep: dall’ ingresso nell’Officina Pasolini del 2015 alle semifinali del premio Bertoli l’anno successivo, fino alla vittoria nel contest di Altroquando Folkstudio e alla conquista della finale del Premio De Andrè. Possiamo guardarla anche da un punto di vista positivo. Ora sei libero dalla paura o si sono aggiunte altre paure?

Come dicevo prima è importante secondo me avere paura. Sempre. Ormai non la vedo solo da un punto di vista negativo. Possiamo dire che la mia paura è direttamente proporzionale forse al mio coraggio ma che quest’ultimo è comparso in un’epoca più recente. Ormai si equivalgono a tal punto da darmi il giusto equilibrio. Devo alla paura quei piccoli traguardi importanti che mi hanno fatto diventare consapevole di possedere qualche strumento in più ma non sono libero da alcuna PAURA adesso e credo non lo sarò neppure in futuro, anzi … tutto il contrario. Spero di averne sempre nuove con il tempo e ritrovarmici davanti come un coniglio pavido ma testardo e mai come un leone. Le persone sicure di sé non mi sono mai piaciute. Hanno qualcosa da nascondere forse.. Scherzo..

- In questo disco troviamo molti tipi di sonorità, dal folk alla canzone cantautorale fino ad arrivare alla tipica canzone pop/rock nostrana. Quali sono state le tue influenze musicali?

Da piccolo piccolo ascoltavo Lucio Battisti soprattutto. Mia madre ha provato a darmi in pasto altra roba che forse è meglio non citare ma che non ho digerito. Mi sono avvicinato al cantautorato italiano in adolescenza, da solo, mentre i miei amici ascoltavano rock, hard rock e progressive d’oltre oceano. Un po’ mi sentivo fuori luogo a non comprendere, cantare, urlare, o seguire, come facevano loro, alcuni gruppi storici della musica internazionale. Loro si fomentavano con i Pink Floyd per esempio ed io mi chiudevo in camera a sentire De Gregori, De André, Fossati, Dalla. Le mie influenze derivano da lì e negli ultimi anni si sono spostate anche verso la musica popolare da cui ho iniziato a trarre molte sonorità anche nella scrittura. Cerco di mischiare un po’ tutto anche inconsciamente. Sono molto istintivo quando scrivo.

Tempo fa ho intervistato Filippo Gatti e Francesco Di Bella in occasione del del laboratorio musicale “Impara a Nuotare”. Tu hai partecipato alla prima edizione tenutasi a Roma. Questa volta vorrei conoscere il punto di vista “dell’allievo”: hai imparato a nuotare? Ci racconti come è stata questa esperienza?

Guarda ci ho messo un po’ a scegliere se iscrivermi o no al corso “Impara a nuotare”. Come ho già detto penso e ripenso molto e procrastino fino all’ultimo giorno e credo di aver mandato la richiesta di partecipazione tipo il giorno prima dell’inizio delle lezioni.
In generale ho una mia teoria sull’insegnamento e soprattutto quando si tratta di “insegnare a scrivere canzoni”, credo sia un po’ complesso. Impossibile forse…
All’inizio credevo che il corso di Filippo si basasse un po’ su quello ed infatti, nonostante avessi una grande stima per gli artisti che avrei dovuto di volta in volta incontrare, sono arrivato il primo giorno con i piedi di piombo, cinico da morire.
Ma non mi aspettavo però quell’ambiente che non c’entrava assolutamente nulla con le mie aspettative. Non c’era alcuna pretesa di insegnamento, piuttosto uno scambio alla pari in cui ci si è condiviso esperienze, consigli, armi, canzoni. Ognuno a suo modo ha avuto modo di fare un passo in più rispetto al proprio punto di partenza.
Non ho imparato forse a nuotare perché ancora ho molte bracciate ancora da fare e sicuramente non è un mare privo di risacca questo della musica, ma ho tolto i braccioli, galleggio e non annaspo più, se questo può interessare.

E il futuro adesso come lo vedi? Quali sono le tue aspettative ora?

Non ho mai avuto nessuna certezza finora. Ho sempre tante aspettative cautamente ripiegate nel cassetto che non sbandiero ai quattro venti per paura di non deludere alla fine anche me stesso. Punto in alto ed il giorno dopo sposto la mira di qualche grado a destra o sinistra. Non voglio dire nulla che mi confinerebbe in una “forma” che non sarei mai in grado di mantenere perché le ambizioni mutano a seconda di come muta il tempo, e la testa è labile. La mia ancora di più. (Ride)
Potrei risponderti che adesso vorrei suonare fino ad esaurimento scorte e tra meno di un anno uscire con un nuovo disco, più maturo, più curato ma non lo so. Cambierò idea tra due o tre mesi, forse. Può anche essere che tra qualche anno sarò uno scrittore, comprerò un ristorante o m’imbarcherò in una nave mercantile come marinaio di coperta oppure prendo uno zaino e mi trasferisco in Lapponia, che amo da morire.
L’imprevedibilità della vita umana. La vita è lunga succedono tante cose, chissà! Mi “spaventa” in realtà il fatto generalmente accettato che si debba essere solo una cosa. Perché? Le persone sono complesse…Io potenzialmente vorrei essere tutto.

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