Dadamatto – Web interview

Data: 7 marzo 2018 |

Dadamatto – Web interview

Il ritorno di un trio folle e fuori dagli schemi

A più di tre anni dalla pubblicazione dell’ultimo album “Rococò”, il power trio di Senigallia i Dadamatto fanno uscire inaspettatamente, sul finire del 2017, un disco da loro autoprodotto “Canneto”. Ricordiamo che i Dadamatto hanno all’attivo quattro album e una carriera decennale alle spalle. Sono considerati una delle band più intelligenti e non conformiste che va al di fuori degli schemi della logica del mainstream. L’album “Canneto” è composto da solamente sette tracce molto intense, “allucinanti” e psichedeliche e grazie a quel giusto gradiente introspettivo dei testi, si crea un ambiente familiare. Infatti “Canneto” non è altro che uno spazio familiare, un luogo in cui si torna per potersi ritrovare. Ma non voglio anticipare nulla.

- Avete alle spalle una carriera decennale ed ogni vostro album non è mai uguale al precedente. Ad esempio, l’album “Rococò” del 2014 ha un’impronta più prog rispetto a “Canneto” che è molto più duro. Come vi siete evoluti in questi dieci anni?

Ci siamo evoluti appresso al tempo che, in maniera nuova e dinamica, correva verso una meta che non si è mai fatta raggiungere. Sono tentativi evolutivi che ci hanno portato ogni volta attraverso ispirazioni, umori, collaborazioni a sperimentare linguaggi che mutavano forma a seconda dell’aria che respiravano. In totale libertà.

- Voi stessi descrivete Canneto come uno spazio familiare, un luogo in cui si torna per potersi ritrovare. Questo album quindi possiamo definirlo come metafora di un posto dove rifuggire dall’omologazione. Qual è la vostra comfort zone e perché c’è stata l’esigenza di “rifugiarsi” in Canneto?

Questo disco, a differenza degli ultimi, è stato creato totalmente insieme, dalla musica ai testi. Infatti le canzoni sono tutte frutto di improvvisazioni in sala prove, non c’è di base alcuna idea preconcetta, in sostanza la materia prima, sulla quale poi abbiamo dovuto usare della razionalità, è assolutamente di pancia e istintiva… questo ci ha ricondotto verso la nostra forma originaria e più condivisa quindi si, anche familiare e cara. Avevamo bisogno di questo per ritrovarci e riconoscerci.

- L’album a differenza dei precedenti è stato autoprodotto, infatti è stato registrato e mixato tra la Slovenia, le Marche e l’Emilia Romagna. A cosa è dovuta la ragione di questa scelta? Per essere più liberi di esprimervi o vi sentivate pronti a fare “tutto da soli”?

Tutte e due le cose… è collegato alla risposta precedente, quando ti senti a casa in un ambiente sereno e condiviso si hai voglia di fare tutto da soli per godersi fino all’ultima goccia la libertà di giocare.

- Marco Imparato oltre ad essere il frontman del gruppo ha anche una carriera da attore, come vivete la vostra passione per l’arte e cosa significa essere artisti?

Non ci piace valutare troppo questa parola… l’ arte è una condizione non un mestiere, tutto può essere fatto con arte anche il postino… infatti Michele, la batteria, ne è la prova vivente.

- Leggendo qua e là su internet, la mia attenzione è stata catturata da una curiosità bizzarra: Michele Grossi (batterista) a undici anni aveva la barba. É verità o leggenda metropolitana?

Appunto lo vedi che è un artista? Fa parlare di sé prima di esistere… scherzi a parte Michele è un essere particolare con delle vertebre rettili, elastiche che lo rendono snodato e anfibio… la barba fa parte del mistero del suo sviluppo anamorfico.

- Ritornando all’album, mi ha colpito molto l’epilogo La furia il gobbo, la miccia: una chiusura d’album delirante che non ti aspetti, infatti leggendo molti articoli avete sorpreso gli addetti ai lavori. Da dove è venuta fuori questa scelta?

Dunque io dovevo iscrivermi alla Siae perché ancora non lo avevo fatto mentre Andrea si e allora dovevamo depositare un pezzo inedito… Non potendo utilizzare i vecchi abbiamo dovuto inventarne uno nuovo, uno qualsiasi andava bene… così una mattina io e Andrea, in cucina, abbiamo “composto” questa opera d’arte suonando a quattro mani la tastiera del computer a mo’ di pianoforte… il risultato era davvero molto buffo e poi alla fine il tocco lacerato dell’ugola di Michele dona al tutto qualcosa di ancor più ingiudicabile, perfetto.

- Prima di Salutarci, cosa ci dobbiamo aspettare dai Dadamatto? Quali sono i vostri progetti futuri?

Fare il contrario di quello che abbiamo fatto fin’ora.

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