Cumino – Web Interview

Data: 16 gennaio 2018 |

Cumino – Web Interview

Cumino: una polaroid per due

Abbiamo intervistato Cumino, duo elettronico milanese, scoprendo qualcosa in più sul percorso musicale ed emotivo che li ha condotti fino a Godspeed, album autoprodotto uscito l’8 dicembre 2017. A distanza di qualche poco più di un mese, gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerli meglio, tra intenzioni, resoconti e desideri.

- Un’intervista è un racconto, e si parte sempre da C’era una volta. L’idea è quella di conoscere la vostra storia, il vostro percorso, sin dalle origini, e quindi, per questo, narrateci la vostra gesta dal principio.

C’era una volta Luca che propose a Davide, che già conosceva soprattutto in veste di produttore, una decina di brani sviluppati su 4 tracce e che volevano essere qualcosa di nuovo e di fresco.

Non abbiamo mai deciso a tavolino di iniziare un progetto insieme, le cose sono venute strada facendo, quasi in modo inevitabile quando condividi cosi’ tanto. Non sapevo cosa sarebbero diventati quei brani e per quale ragione li avessi scritti ma mi piaceva l’idea di poterci lavorare, la maggior parte di questi pezzi sarebbero poi diventati “Tomorrow in the battle think of me”, il nostro primo album del 2012. Davide completa in modo assoluto certe mie intuizioni e io spero di fare altrettanto con le sue, lavoriamo in modo molto libero con la consapevolezza di esserci fatti il regalo fin da subito di trovare un nostro suono, un nostro modo di fare le cose. Siamo esattamente bilanciati nei Cumino e dunque il percorso fatto è spesso più legato alla voglia di fare musica, alla necessità emotiva, più che a “deadlines” o al “come si dovrebbe fare”, noi facciamo esattamente come ci sentiamo e cerchiamo di suonare quello che sentiamo. Il resto è un’onda che si muove tra date, due EP ( “the voice due to you” e “just melt”), un secondo disco “Pockets” e collaborazioni nell’ambito visuale.

- La musica offre un’opportunità incredibile, ovvero quella di potersi continuamente reinventare, di sperimentare sempre qualcosa di nuovo e, in questo, di certo alcuni generi sono favoriti. Qual è il processo che vi ha condotto fino alla realizzazione di questo sound paesaggistico, che definite anche ‘sperimentazione d’avanguardia’?

Personalmente parlando credo che certe categorie di ambient, shoegaze, post-rock, field music, modern classical e via dicendo, siano piuttosto noiose e offrano decisamente poca freschezza. Sono l’equivalente alternative del metal per certi versi, quei grandi generi monolitici che vivono e piacciono proprio perché mantengono alcuni elementi sonori ben precisi che ripropongono album dopo album. Il sound paesaggistico sarebbe gioco facile svilupparlo seguendo per l’appunto certi cliché, noi abbiamo cercato nel nostro piccolo, di trovare un suono personale e di sviluppare certe armonie o certi ambienti in modo trasversale ma soprattutto in modo genuino e aderente ai nostri gusti. Lo stesso vale per la parte elettronica dei nostri lavori, credo sia decisamente facile appoggiarsi a pre-set o suoni già ben rodati e resi magari famosi da certe produzioni, ma è molto piu’ interessante, onesto, emotivamente stimolante, provare a dire le cose nell’unico modo in cui le possiamo dire se vogliamo presentarci per cio’ che siamo: il nostro. Non credo di aver mai pensato che la nostra musica sia sperimentazione d’avanguardia, forse lo ha detto qualche recensore piuttosto che noi, soprattutto perché il concetto di avanguardia è un tema piuttosto difficile da definire in società musicali liquide come le nostre, c’è sicuramente della sperimentazione, ma sono infondo polaroid di un momento presente, è l’adesso che diventa futuro. Sono polaroid sperimentali di dove stiamo andando.

- Emotività, suoni, rumore. Di cosa si nutre la vostra ispirazione? Di cosa avete bisogno per la costruzione del vostro perimetro musicale?

Molta musica di tutti i generi davvero, film, produzioni video, libri e più in generale le cose che stimolano un cuore e un cervello, i viaggi, le relazioni, le riflessioni, direi semplicemente i luoghi, i rapporti e i contenuti di cui ci circondiamo nelle nostre vite. Senza tutto questo non credo ci metteremmo a realizzare neppure un brano.

Godspeed cos’è? Da dove viene fuori? E cosa si lascia alle spalle?

Godspeed è la percezione che ogni viaggio sia un’onda, e l’unico modo di esserci è assecondarla. È un augurio, è un tuffo, e come tutti i tuffi si lascia alle spalle qualcosa ma si entra anche in qualcos’altro.

- All’interno dell’album ci si perde letteralmente, ed è interessante come abbia pensato a diversi momenti in cui ascoltarlo. Potrebbe starci bene appena sveglia, per rilassarti, per emozionarti, per riflettere, durante un amplesso e o per una serata in compagnia. Come autori, voi dove lo collocate meglio? Oppure per cosa o dopo cosa è nato Godspeed?

Credo sia il nostro disco più “notturno”, io personalmente lo trovo perfetto all’alba, la copertina ad esempio è un’alba.

- Qual è il vostro approccio all’industria della musica? Come fate i conti con le difficoltà e le infrastrutture spigolose e nocive, alle volte, dell’ormai business dell’arte?

Scegliamo spesso di restarne fuori da certe diatribe, da un certo sgomitare o dal “bisogna fare”, c’è tutto il tema del farsi conoscere, dell’essere parte di certi circuiti e tanto altro ancora. Troppe menate e troppe poche buone vibrazioni a volte. fanculo, noi facciamo musica.

 – Un sogno per questo nuovo anno?

Mi verrebbe da parafrasando Goethe che qualsiasi cosa uno sogni di fare l’importante è cominciarla, l’augurio che mi faccio e di continuare a cominciare cose che ci permettono di esprimerci e ci fanno stare bene.

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