Coaster Chart #4: i dischi dell’anno secondo MCTC.

Data: 31 dicembre 2017 |

Coaster chart special edition: gli album dell’anno secondo la redazione di Music Coast To Coast.

MCTC è l’hub musicale di chi è alla ricerca di nuova musica, di chi preferisce la qualità alla quantità, di chi ha un occhio attento e critico su tutto ciò che il panorama internazionale ci propone. Ce n’è tanta di musica in giro, ma spesso riuscire a scovare il bello che risiede dietro un artista e ciò che propone è un’ardua impresa.

La musica è amore, ed è proprio da questa passione che nasce l’idea di voler promuovere e valorizzare ciò che ascoltiamo, mettendo tutti sullo stesso piano, senza preconcetti o favori di sorta. Ecco che, così, è nata la Coaster Chart, il modo migliore per restare aggiornato sulle migliori uscite discografiche che, per questo numero di dicembre, ha deciso di omaggiare i migliori album dell’anno chiedendo direttamente ai recensori di Music Coast To Coast.

Eccovi, quindi, la nostra speciale classifica dei migliori album del 2017!


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Baustelle

L’amore e la violenza

L’album riesce a coniugare alla perfezione la poesia dei testi di F. Bianconi e la leggerezza delle melodie pop vintage. Elettrizzante e un po’ drammatico, si può ascoltare tutto d’un fiato. Un album del genere non si ascoltava dai tempi de La Voce Del Padrone di Franco Battiato.

Andrea Lisbo Parrella


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Mannarino

Apriti cielo

Smaltita, più o meno, la rabbia da bar degli esordi, Mannarino torna con un album intitolato come un’invocazione: Apriti Cielo. L’artista lascia da parte gli stornelli per abbracciare sonorità brasiliane e samba (Arca di Noè, Vivo), dipingere ritratti più o meno metaforici (Gandhi, Babalù), e regalare uno dei suoi punti più alti con Un’estate, che chiude il disco e i live: un coro da arene, tutte rigorosamente sold out.

Carmine Della Pia


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Depeche Mode

Spirit

Quando una band del calibro dei Depeche Mode pubblica un nuovo album, tutto il resto, secondo me, si offusca. Spirit è l’album dell’anno perché è musica classica, perché è riconoscibile il sound unico dei Depeche Mode già dai primi accordi. L’elettronica, probabilmente anche per il marchio del produttore, è protagonista, ma l’atmosfera seducente e cupa del substrato rock e blues che caratterizza la band, si ascolta già dal primo pezzo. Quando i Depeche Mode pubblicano un album, esso non può non essere l’album dell’anno.

Chiara Tossici


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King Krule

The Ooz

Disco dell’anno non per quello che contiene, ma per quello che rappresenta. Un fenomeno musicale modernissimo, perfettamente in linea con i tempi, l’enfant prodige disagiato che trova il riscatto nel digitale, nella musica composta di pancia piuttosto che di testa. Qualcuno gli cuce addosso l’etichetta da profeta, lui invece parla sempre e solo per se stesso, dicendo quasi sempre la prima cosa che gli viene in mente.

Cristiano Petricciuolo


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LCD Soundsystem

American Dream

Sette anni dopo il precedente This is Happening, gli LCD Soundsystem pubblicano American Dream (DFA/Columbia), frutto di uno scatenato James Murphy: l’artista statiunitense sale in cattedra e si dimostra un produttore e musicista straordinario, destreggiandosi tra finezze tecniche e turbini di emozioni. Il risultato è un lavoro che strizza l’occhio alla new wave di fine anni ’70, ma tremendamente attuale nel modo di interpretarla.

Giuseppe Vitale


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St. Vincent

Masseduction

In un 2017 spietato, disumano, di abusi di poteri celati dietro a mondi scintillanti e pieni di sogni, sul gradino più alto del podio della mia classifica non poteva esserci quel capolavoro di ribellione, audacia e sagace ironia di Masseduction. St. Vincent regala un disco spregiudicato nelle sonorità, traboccanti di erotiche visioni synth pop stracciate da scariche di chitarre elettriche, e spregiudicato nell’alt work di copertina e videoclip, tripudio kitch di culi, lattex e fantasie animalier. Un disco sul potere e sulle sue armi per esercitarlo emotivamente, sessualmente e finanziariamente. St. Vincent, una delle poche icone rock contemporanee, la mia eroina di questo 2017.

Federica Noviello


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Bjork

Utopia

Il suo lavoro migliore dai tempi di Volta, Bjork fa il suo ritorno dopo la fine del suo matrimonio per continuare a fare quello che le riesce meglio: risvegliare i sensi e donare amore.

Ilaria Diotallevi


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Ghali Album

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Gorillaz Humanz

L’album migliore di questo 2017 è stato, senza giochi di parole, Album di Ghali. È stato l’unico, dopo questi anni di rapper e trapper (?) italiani vari, a farmi avvicinare a questo mondo per me sconosciuto. Dal nulla poi ha fatto cantare tutta Italia, ma sarebbe stato meglio se non fosse diventato così mainstream. Ok, siamo seri. Per rientrare nelle mie corde, cito un secondo album: Humanz dei Gorillaz. Dopo averci fatto attendere così tanto, questo disco si commenta da solo.

Ivonne Ucci


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Edda

Graziosa Utopia

Un album dal sound avvolgente, fatto di sentimenti destabilizzanti, voce matura che gioca di sottrazione e risulta più a fuoco, da ascoltare il 31 dicembre alle ore 23:59 cercando di non pensare. Una vera sfida, buona fortuna!

Lorenza Nervitto


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Julien Baker

Turn Out The Light

Julien Baker è poco artificiosa nelle note, semplice nella comunicazione dei testi, selvaggia e anacronistica nell’aspetto. Parla direttamente ai nostri ricordi, a quelle nostalgie che non riusciamo a smaltire e lo fa grazie alla sua chitarra.

Maria Balsamo


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Ibeyi

Ash

Ibeyi è stata una rivelazione ad ali spiegate che ha travolto qualsiasi cosa. Il loro album Ash è sorprendente, segna uno stacco profondo con l’album precedente delle sorelle cubane, e segna una linea di passaggio verso vette molto alte. Un disco di cui non puoi fare a meno, un album ricco di musica di ogni tipo, di giustizia, di politica, di giovinezza e di cultura.

Maria Grazia Rozera


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Balmorhea

Clear Language

Come essere avvolti da paesaggi onirici e ricercare la pace interiore? Clear Language dei Balmhorea riesce in tutto questo. Il candore del suono che vince sul caos che ci circonda: un album magico, semplicemente meraviglioso, punto.

Mario Ariano


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Kendrick Lamar

DAMN

“Oh yes, you have lost something. You’ve lost… your life.” Kendrick Lamar ha detto a MTV News che la setlist del suo Damn

«Funziona di più al contrario. Non cambia il significato, ma le sensazioni che ti dà. Ascoltandolo nell’ordine giusto è un disco aggressivo, al contrario è un disco più intricato, mostra quanto sono complesso come persona»

In qualsiasi ordine si ascolti, questo è il disco dell’anno. Un’ora scarsa di musica che fa il giro degli universi di un artista dal talento indiscusso. 13 pezzi in tracklist, ognuno con la forza di un singolo. Possiamo finalmente stoppare il loop di Compton di Dr. Dre: se l’hip hop è il nuovo rock, il re indiscusso è Kendrick Lamar. Mi spiace, ma King Krule dovrà aspettare un altro duemilacredici per non arrivare secondo. Flow da apocalisse, songwriting cattivissimo “You know what DNA stands for? Dead Nigga Association” (DNA, nel video l’attore Don Cheadle è da brividi), virtuosismi vocali che lasciano tracce. DAMN è un concept album che esplora le dicotomie giusto/sbagliato, gioia/tristezza, corpo/anima. C’è chi ha tacciato il lavoro di una certa “semplicità”, ma questo è il disco della redenzione (non solo per i diversi riferimenti al Deuteronomio o per “I’m a Israelite, don’t call me Black no mo”), perché Kendrick Lamar ha accettato il suo destino: espiare i nostri peccati. Anche Gesù in fondo era un falegname.

Marta Palazzo


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Ty Segall

Ty Segall

Ty Segall consacra l’inizio del 2017 con il suo nono album in meno di dieci anni. Si direbbe un disco che in occasione dei suoi 30 anni parla della sua musica composta da uno sfondo di hard rock in cui permea il fuzz garage, mescolati ad un vento di personalità ruggente e mordace. La feroce opener del disco Break a guitar, associata ad un videoclip in cui rompe chitarre con dissacrante ironia, è sicuramente la cartina tornasole di un artista tanto scazzato quanto poliedrico, di cui non potremmo fare a meno.

Rossella Puca


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Godblesscomputers

Solchi

Il mio disco dell’anno è italiano, di un italiano per una musica italiana che guarda all’estero. Ho scelto Godblesscomputers con Solchi, un disco, che racchiude praticamente tutta l’esperienza dell’artista: un viaggio a ritroso nel tempo, tra mixtape ormai dimenticati, registrazioni di voci dell’infanzia, dischi di jazz, soul e hip hop. Allo stesso tempo è un viaggio in avanti, nel futuro ed uno stare immobili, fissi nel presente.

Sergio Mario Ottaiano


Music will be all you need.
Happy new year!

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