Clap! Clap! – A Thousand Skies

Data: 12 luglio 2017 |

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Clap! Clap! – A Thousand Skies

Fare avanguardia in un contesto musicale globale è più che mai una vera sfida. I compositori, di qualsivoglia estrazione stilistica, passano spesso a rimescolare stili differenti. Magari all’ascolto, tutto questo continuo ritorcersi di suoni e di effetti, non appare neanche poi tanto evidente. Insomma, alla fine si passa per etichettare qualcosa, si dice che quel tipo di contaminazione non era mai stata fatta se non da quell’artista e (boom!) il gioco è fatto. Ma – parliamoci chiaro – magari è tutto fin troppo scontato, ci scivola via senza tanti ostacoli e l’originalità che invece ci farebbe immensamente piacere ascoltare appare una chimera lontana. Fortuna che artisti come Cristiano Crisci – in arte Clap! Clap! – ci sanno rianimare i bpm del cuore.

Il suo ultimo lavoro, dal nome A Thousand Skies, è un fuoco sacerdotale attorno a cui ballare fino all’arrivo delle piogge per il raccolto, o per la fertilità delle donne, o per chissà quale bizzarra motivazione tribale. Una qualunque andrebbe bene visto la potenza espressiva dell’album.

In uscita il 17 febbraio del 2017 per la casa discografica Black Acre (made in UK) l’album ha già riscosso un ottimo successo – e Crisci ha avuto le prime richieste di collaborazioni, una fra tutte quella con Paul Simon. La motivazione è del resto evidente all’ascolto: non è affatto banale. Un progetto che, pezzo dopo pezzo, resta sempre attivo. Nessun attimo d’ombra. Nessuno.

C’è una costante scelta di suoni (minuziosa o meno) che è fino in fondo piacevole. Un puzzle di vocal e pattern ritmici con colori sgargianti e con immagini dell’africa nera, ma anche fotogrammi indiani, egiziani, con quel tocco di Jazz puramente americano. Capisco, potrebbe sembrare un’accozzaglia di “tuttoeniente”, ma non lo è affatto. È lo stesso artista Toscano che ne spiega la scelta stilistica affermando in un’intervista: “In realtà, i miei lavori sembrano africani, ma vengono da tutto il mondo. È stata la mia interpretazione a renderli così” – per poi concludere con un lodevole – “Quando la gente non capisce da dove arrivano, allora sono riuscito a fare quello che avevo in mente”. Ode to the Pleiades è di fatto la piena manifestazione di questo espressionismo miscellaneo preterintenzionale.

Insomma, un ottimo lavoro. Fiero di ritenere questo compositore un chiaro esempio di cosa la musica italiana possa ancora dare al mondo. Perché forse è vero (“sicuramente vero”) che non ci saranno altri Ennio Morricone, ma la musica è un universo ancora del tutto inesplorato ed il futuro un tempo incredibilmente lungo. Anche se potrebbe essere già oggi, qui.

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